Questo romanzo breve, o racconto lungo, è un «giallo morale»: «lo spettro della coscienza morale non» vi «viene evocato che per esser tradito; perché si ceda con spasimo più sottile al richiamo demoniaco del peccato...» (Giorgio Bassani). Ha scritto Franco Fortino: «Poche volte accade di aver l'impressione della facilità come leggendo La giacca verde (...). La trovata di una situazione che costringe un celebre direttore d'orchestra a celare la propria identità di fronte ad un oscuro suonatore di batteria che si spaccia per compositore è degna di un racconto della tradizione classica, diciamo: Gogol. E così l'alternanza di ironia e di pietà che guidano il lettore insensibilmente alla verità che l'autore vuol dirci, a quella esperienza della identità profonda degli uomini, della loro ambivalenza intellettuale e morale, facile ad affermare in astratto ma difficilissima a riconoscere in concreto, distinguendo l'anima sotto il carattere. E tutto è al suo posto, le figure minori, l'ambiente, l'elegantissimo nesso dell'intrigo, un racconto eccellente, il cui solo limite è, semmai, quest'eccesso di urbana perfezione, il senso talvolta, di una operazione troppo tranquilla». La giacca verde è «da considerare uno dei momenti obbligati della narrativa italiana del secolo» (Enzo Siciliano); «non ha eguali, per felicità e finezza di partitura, in tutta la letteratura del Novecento» (Cesare Garboli).
Nato a Torino nel 1906, spentosi a Tellaro (La Spezia) nel 1999, studia in un collegio di gesuiti e si laurea in lettere nella città natale con una tesi di storia dell’arte. Esordisce nella scrittura con la commedia “Pilato” (1924), ma s’impone all’ attenzione della critica soltanto con i racconti di “Salmace” (1929): non mancano, tuttavia, riserve da parte di prestigiosi recensori - quali Giuseppe A. Borgese ed Eugenio Montale - sui temi affrontati in almeno un paio di occasioni (la novella che dà il titolo alla raccolta e “Scenario”, ambedue di argomento omosessuale). Nel 1929, su invito di Prezzolini, si reca a New York, ove resta sino al ‘31; dal suo soggiorno come insegnante alla Columbia University nasce “America primo amore” (1935), diario narrativo di straordinaria felicità, all’inizio pubblicato su "Il Lavoro" di Genova. Frattanto, inizia ad accostarsi al cinematografo, l’altra passione della sua esistenza, collaborando a varie sceneggiature, segnatamente per pellicole del suo amico Mario Camerini (da “Gli uomini, che mascalzoni!” a “Il signor Max”). Nel 1937 licenzia, con “La verità sul caso Motta”, uno dei suoi libri migliori, muovendosi con abilità tra i registri del mistero e del grottesco; nel 1940 dirige, adattando per lo schermo “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, uno tra i suoifilm più suggestivi, che lo conferma anche nel cinema come “un romanziere dell’Ottocento con l’anima d’uno scrittore del Novecento” (C.Garboli). Le sue pellicole maggiormente significative - con l’eccezione di “Fuga in Francia” (1948), tra impegno sociale e neorealismo - sono trasposizioni di romanzi (“Malombra”, 1942, da Fogazzaro; “La provinciale”, 1952, da Moravia). E’ tuttavia l’attività di scrittore quella cui si dedica con continuità, avendo abbandonato nel ‘59 la regia. Ad interessarlo è il tema del peccato: derivante dalla sua formazione cattolica, è affrontato tuttavia con levità in virtù di un’intelligenza puntuta, vigile, ironica, che gli consente di descrivere i propri personaggi senza gravarli d’un giudizio moralistico. Così è, ad esempio, in due tra i suoi lavori più celebrati, “Le lettere da Capri” (1953) e “La sposa americana” (1978), storie d’adulterio scritte ad un quarto di secolo di distanza l’una dall’altra e contraddistinte da un talento narrativo inossidabile. Ma c’è, per soprammercato, un Soldati amante del “giallo” e propenso alla bonomia, quello de “I racconti del maresciallo” (1967), intrighi polizieschi - che sono innanzitutto ritratti della “più quotidiana provincia italiana, opaca e furba nella sua domestica banalità” (S.S.Nigro) - resi popolari dalla bella serie televisiva diretta da Mario Landi nel 1968. Cos’altro? Bisogna ricordare almeno i tre romanzi brevi di “A cena col commendatore” (1950) ove spicca “La giacca verde”, capolavoro che ha pochi uguali nell’ambito del nostro Novecento letterario; e le inchieste per la Rai "Viaggio nella Valle del Po" (1957) e "Chi legge?" (1960), reportage eccelsi, anticipatori del miglior giornalismo televisivo futuro. Il pianeta Soldati è immenso, quasi quanto la sottovalutazione che - colpevolmente e in tanti - hanno riservato al nostro.
C’è una ragione segreta per cui il famoso e vanitoso direttore d’orchestra W. interrompe nel 1946 la prima prova dell’”Otello”, non appena incrocia lo sguardo con un anonimo suonatore di timpani. Una storia di due sfollati che tre anni prima si erano incontrati in un convento e di un coro di giovani da istruire per la messa di Natale. Una storia di identità nascoste e di ruoli contraffatti, una burla che si trasforma in un vizioso gioco crudele provocando vergogna e sensi di colpa. Con al centro del palcoscenico sempre questa improbabile giacca verde. Toccherà all’anziano impresario del teatro raccogliere la confessione notturna di W.
Trovavo i verdi batuffoletti dovunque, a letto sul cuscino, a tavola sul piatto, sui tasti del pianoforte, sulle maniche della mia giacca grigia. Era insomma il segno di una persona con la quale ero costretto a vivere, la giacca verde; era come la cipria o il rossetto di una tenacissima concubina, come le zanzare d’estate ai bagni di mare, come le pulci di un cane prediletto, come il rollìo di una piccola nave durante una lunga traversata: non ti abitui mai.
Il mio primo Soldati. Un bel romanzo breve (o racconto lungo) del 1948 che si legge come un giallo per la curiosità di giungere allo svelamento del mistero. Merito anche dello stile di scrittura, vario come la partitura di un’orchestra, scorrevole ma non piatto.
Quante volte capita così! In dubbio tra due risoluzioni opposte che ci sembrano uniche e ambedue egualmente cattive, accusiamo il destino di metterci nell’imbarazzo e nell’angoscia. E non vediamo che le risoluzioni sono sì cattive; ma uniche soltanto perché siamo pigri a pensare e a seguire la terza, la giusta. […] Io avevo soprattutto guardato la giacca e non l’uomo.
It's not bad, short and somehow interesting. What I get from it are the theme of perceiving oneself as superior/inferior to others and the war casting aside the social roles, which happens also in another instance, when the manager does not recognize the shop's employee and greets him with deference. In the end we only know what the narrator says so there is some degree of doubt/ speculation, also considering how the opera goes. It annoyed me a bit in the central part to see how the conductor acts unreasonably, but could be the war what can be said about it. Not sure what to make of Dolores and Paola.
Qualcuno ha detto che Mario Soldati è uno dei più grandi raccontatori italiani. Probabile. Io però preferisco ancora una volta Pirandello... Che Mario Soldati siano un notevole raccontatore è evidente in questo suo lungo racconto (o romanzo breve.. insomma, a seconda dei punti di vista!): è scritto bene, è molto scorrevole, con un particolare sfondo dell'Italia nella seconda guerra mondiale. Tuttavia, non mi ha lasciato niente. E' un racconto carino, che gioca sulle identità, ma niente di più, e la fine è pure piuttosto deludente.
Primo libro che leggo di Soldani, non so neanche se ne abbia scritti altri, ma credo di sì. Me lo sono ritrovato tra le mani quasi per caso... Scorrevole, ho trovato la scrittura piacevole, i personaggi non sono piatti o troppo stereotipati, non mi aspettavo quest'ambientazione e mi è piaciuta, ma (sì ci sono due ma) le parole in corsivo sono tante e ridondanti, mi hanno un po' infastidita. La fine del racconto mi è sembrata molto veloce, troppo, visto quanto si è dilungato su altro. Nel complesso non male, ho visto che ne è stato tratto un film, chissà, magari lo guarderò presto.