Prima di qualsiasi opinione sulla seguente lettura: l'acquisto del suddetto libro comporta un aiuto monetario all'istruzione di un gruppo di bambini in India, quindi a prescindere da tutto ciò, lo scopo del libro - esplicitamente confermato in copertina - ne vale l'acquisto stesso.
Una persona alla volta, un sorriso alla volta. E' così che si cambia il mondo.
Nicolò Govoni ci porta nelle terre rurali dell'India, nelle terre spesso iper mercificate dalle associazioni - quasi un modo per impietosire la gente portando subliminalmente a quella tanto sottilmente piacente sensazione di predominio occidentale sulle terre desolate, la pietà come chiave di volta - per renderci testimoni della sua realtà, delle difficoltà e della meraviglia di dedicarsi a l'essere umano uscendo da una società capitalista, lasciando la vita da ragazzo di media borghesia per fondersi con il rosso dell'India.
La lettura è molto leggera e rapida da terminare, le 220 pagine costituite da un carattere medio/grande scivolano come acqua, come quella spesso protagonista in molti capitoli della lettura.
Da precisare, Nicolò è un giornalista, non uno scrittore, e ciò si vede, anzi si legge. Ma considerando ciò che viene affrontato, tutto ciò non reca alcun disturbo, rende solo molto "semplice" la descrizione della sua realtà, vuoi forse la giovane età, vuoi forse che effettivamente non posso nemmeno immaginare quanto sia difficile trasmettere tramite pagine l'emozione e la complessità di quelle realtà. Ciò non lo rende un difetto, anzi, quasi più una chiave di apertura verso i più giovani che sicuramente sapranno assimilare ben di più da questa narrativa semplice, schietta, chiara.
RIFLESSIONI UN PO' SPOILER SOTTO:
Una piccola riflessione, Nicolò - tra svariati flashback della sua vecchia vita e il caldo assolato di Dayavu Home - porta in questione la situazione del "volonturismo" termine nato dall'unione di volontariato e turismo, una nuova piega (o piaga) del volontariato che ha come fine un bagnarsi della sindrome crocerossin*, una subliminale (o talvolta voluta) elevazione di sé stessi e del bene che si fa più come auto conferma del medesimo che appunto del bisognoso.
Insomma, in parole povere: Sono figo perché aiuto, poco importa chi, io sono quello che li salva. Nicolò spiega come questa piaga, oltre agli annessi squilibri di ego, porta anche una destabilizzazione dell'infante/bisognoso, perché prima appunto di essere dei bisognosi, sono - in questo caso - dei bambini. Bambini soli, abbandonati, morenti di un affetto raramente donato.
Questo è uno dei più gravi danni del volonturismo, l'entrare nella vita di un individuo per poi uscirne con i polmoni pieni d'ego e un infante alla finestra, che attende il suo ritorno.
E' qualcosa sui cui concordo assolutamente, ma che sinceramente lascia un po' riflettere sulla metodica che Nicolò ha utilizzato in alcuni sprazzi per descrivere i suoi ragazzi .
Sono i suoi ragazzi, i suoi bambini, sono suoi, e guai a chi li tocca, come citato.
Ecco, non è forse anche questo una sorta di volonturismo? Una sorta di appropriazione dell'umano come personale, come di proprietà?
Che sia ben chiaro, non credo assolutamente che Nicolò sia un volonturista, lo è già stata dopotutto, come dice lui stesso svariate volte. Non per sua colpa, ci mancherebbe, ma lo è già stato. Che siano rimasti - subliminalmente, ovviamente - alcuni frammenti verbali di ciò che è forse un lontano ricordo? Non lo so, forse sono solo riflessioni sconfusionate, ma ciò ha dato modo di pensare ulteriormente alla definizione di questo termine, volonturismo.
In ogni caso, una lettura consigliata a priori per il meraviglioso effetto che recherà a questi bimbi e una piacevole scoperta di un mondo che ci sembra tanto lontano, ma che in verità non è.
Grazie di cuore Nicolò per averci reso parte di ciò, e soprattutto grazie per testimoniare ancora che nonostante tutto, il bisogno di rialzarsi -così come fieramente pronuncia la tua organizazione - è sempre più forte di quello di cadere.