I BUONI lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano «progetti», il loro dio è la legalità. A guidarli c’è don Silvano. Lui è l’uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell’ a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare. Luca Rastello ha scritto un romanzo lucidissimo e feroce, capace di mettere a fuoco ciò che è sotto i nostri occhi e che pure – per negligenza o istinto di conservazione–non vogliamo vedere. Ma non c’è retorica che possa reggere alla verità della letteratura. E a sentirci scoperti, alla fine, siamo il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia.
”Borderlife”, progetto dell’artista Biancoshock di Milano.
Si comincia alla fine del secondo millennio in un imprecisato paese dell’Europa orientale che è facile immaginare sia la Romania. Rastello trattiene, evita, elude, suggerisce senza indicare, sembra quasi si diverta a confondere: ma il tormento e l’orrore di quelle vite di strada, il cui unico rifugio è la rete fognaria, vite sotto i tombini, l’unico abbraccio caldo è quello della colla sniffata, e la vita c’è oggi e forse stasera chissà, ci si abitua, al rischio alla violenza alla morte, ci si abitua. Lo racconta bene, quel tormento e quell’orrore, lo trasmette, lo fa sentire sulla pelle di chi legge,
”Borderlife”, progetto dell’artista Biancoshock di Milano.
Poi ci trasferiamo all’ovest, in Italia, e balziamo nel terzo millennio. La vita di quella gente è sempre in e di strada: ma il rifugio non è più sotto terra, underworld, bensì in edifici abbandonati, vecchie fabbriche dismesse, tra rovine ed erbacce. La costante è il freddo, e i topi, e la miseria. Il filo conduttore è Aza, da Azalea, che don Silvano si diverte a chiamare Lea: la seguiamo dalla pubertà all’età adulta, da bambina rumena a giovane donna che cerca d’integrarsi in una delle nostre città, nel mondo civile, in quello giusto, tra i buoni. E Aza alla fine l’occasione per integrarsi ce l’ha: riesce a entrare a In Punta Di Piedi, una grande ong umanitaria, con varie attività collegate: cooperative, cantine, terre riprese alle mafie, falegnameria, spaccio, ristorante, bar, vivaio, casa editrice, riviste e quant’altro
”Borderlife”, progetto dell’artista Biancoshock di Milano.
Aza approda a IPDP grazie ad Andrea che conosce da là, la sua terra, conosce da sempre: Andrea era un volontario umanitario, giornalista scrittore che in quel paese dell’Europa orientale ha vissuto e lavorato, anche lui è sceso underworld, conosce quel mondo. E Aza percorre tutta la trafila: inizia con incarichi minori, minimi. Ma poi, il carattere e l’apprendistato di strada, le lezioni della vita – dura la sua, quanto mai, per nulla da invidiare – sale la scala gerarchica, viene sempre più coinvolta. Fino all’epilogo, che merita leggere più che raccontare. Così Aza, il lettore con lei, e Andrea, al quale Aza racconta tutto, scopre bilanci falsificati, fondi inguattati su conti esteri, un morto per incidente di lavoro (lavoro nero), un malmenato… In pratica, una versione in sedicesimo della San Patrignano di Vincenzo Muccioli.
Rastello evita di nominare la città italiana dove tutto questo ha luogo: ma è facile riconoscere Torino. Come sembra siano trasparenti i riferimenti che, pur con nomi di fantasia, rimandano a persone esistenti. Anche celebri. Personalmente ho colto solo che Andrea è l’alter ego dello stesso Rastello. Ma poi, dall’uscita del libro, la polemica s’è accesa. Il romanzo è del 2014. Rastello, da tempo malato, è morto sedici mesi dopo. In quel lasso di tempo è stato attaccato, accusato, s’è dovuto difendere. Tra le voci contro, alcune autorevoli: il magistrato Gian Carlo Caselli, Nando Dalla Chiesa. Perché a capo della colossale ong nel romanzo c’è don Silvano, nella realtà sarebbe don Ciotti. Eccetera.
Il romanzo vive a prescindere. E a me conferma come Rastello sapesse individuare argomenti preziosi, poco trattati: è l’autore di quello che è probabilmente il miglior romanzo sugli anni-di-piombo (certo, adesso c’è Molotov e bigodini…), e poi questo, su questo tema così delicato. E poi i suoi libri inchiesta. Cercando di evitare il balletto dei riferimenti e dei pettegolezzi, la struttura che Rastello racconta, quel suo sacerdote intoccabile che la dirige e se l’è cucita addosso, secondo me sono la conferma che anche fare il bene può degenerare se il leader è sempre lo stesso, non cambia, se si permette di creare un sistema accentrato. Se perseguire il bene diventa un altro vestito per inseguire (e ottenere) il potere, i favori. Un po’ come quei leader che da salvatori man mano si trasformano in dittatori, anche se sono dittature elettorali, il potere non si molla più e gli avversari si fan fuori per strada. Vedi alla voce…
Sui bambini e ragazzi dell’underworld di Bucarest consiglio il film di Marco Pontecorvo “Pa-ra-da”.
Ho letto questo libro sotto consiglio di una docente universitaria di comunicazione pubblica. L'ho divorato come non mi capitava da un po', nonostante lo stile non mi sia piaciuto granché. L'ho letto rivivendo passo a passo tre anni e mezzo passati nel sociale. Desiderio finale di vendetta compreso. Ottima lezione di comunicazione pubblica comunque. Perché certi passaggi, oh! PS: certo si capisce leggendolo che fatti e persone non sono puramente casuali... Ad esempio Franco La Torre non era ancora stato scacciato da Libera quando il libro fu scritto...
Tempo fa, su un forum, avevo scritto che lo scrittore, l’autore letterario ha un vantaggio sul filosofo, il sociologo, lo scienziato: la libertà di dire quello che vuole, senza necessariamente doversi confrontare con la verità fattuale ed oggettiva. Da un “operatore della conoscenza” (chiamiamoli così, per brevità) ci si aspetta studi, ricerche, motivazioni e spiegazioni delle proprie tesi ed opinioni; lo scrittore può dire quello che vuole, perché la finzione letteraria consente che nessuno si aspetti che quello che lui dice sia vero o verificabile. Intanto, però, lui lo dice… Quando lo scrissi pensavo soprattutto a Michel Houellebecq. Ma è un ragionamento che vale benissimo anche per questo romanzo, che ho scoperto per caso grazie ad un articolo sul Post.it e alle polemiche e i disagi che ha provocato su Internet e su vari mezzi di informazione. Il giornalista-scrittore Luca Rastello racconta, in questo libro, di una grandissima organizzazione di volontariato, messa in piedi da un prete militante, dedicata a combattere la droga, le mafie, i disagi. E, soprattutto, racconta in che modo questa stessa organizzazione, seguendo meccanismi non troppo dissimili da quelli propri delle sette guidate da un capo carismatico (un esempio per tutti: gli arancioni di Bhagwan-Osho Raijnesh, raccontati magistralmente da Kate Strelley nel suo “L’ultimo gioco”) al di là delle migliori intenzioni si trasformi essa stessa in un sistema di potere di stampo mafioso, in cui la vicinanza o la “grazia” del grande capo diventano obiettivi nel nome dei quali si possono accettare i peggiori compromessi. O, ancora peggio, in cui il perseguimento di fini “etici” e “morali” giustifica qualsiasi illegalità ed immoralità. Il meccanismo è realistico, e anche abbastanza verificato; è proprio di molte organizzazioni al di sopra di una certa dimensione, che siano senza fini di lucro o meno. Faide, ostracismi, ostilità, coltellate alle spalle, divieto di discussione e di critica - anche senza arrivare agli eccessi della lupara - sono abbastanza comuni e prevedibili in questo tipo di situazioni. Ma qui c’è un di più: nonostante le sue affermazioni a contrario, è palese che Rastello stia parlando di un’organizzazione ben precisa e resa identificabilissima, ovvero il Gruppo Abele-Libera, nonché del suo attivissimo creatore, don Luigi Ciotti. I riferimenti e le allusioni sono veramente troppi, compresa la stessa colossale e modernissima sede dell’organizzazione, ricavata in uno spazio ex-industriale con tanto di carroponte, dettagliatamente descritta, che personalmente conosco bene per esserci stato. E anche la grande città, mai nominata ma accuratamente descritta, per chi la conosce non può che essere quella dove l’organizzazione è nata, cioè questa, cioè Torino. Personalmente non ho mezzi per capire quale sia il tasso di realtà di questo romanzo, e tutto sommato non mi interessa nemmeno saperlo. Quello che posso dire è che è scritto maledettamente bene, una delle cose migliori che abbia letto negli ultimi tempi e che, per quanto mi riguarda, al momento si candida agevolmente al “migliore del 2014”. La scrittura, per così dire, è fatta a “spot”, immagini brevi ma grandemente rappresentative che tratteggiano in pochi tratti caratteri e situazioni, con una grande economia di parole che rendono il discorso molto più ampio delle 200 pagine su cui è scritto. I personaggi sono tutti realistici e credibili; diciamo solo che la nota attrice comica che le cose non le manda a dire e che sostiene attivamente l’organizzazione - e che, con ogni evidenza, è Luciana Littizzetto, mia ex-compagna di studi - non me la vedo molto maltrattare un fattorino disabile psichico che le consegna dei fiori… Le tematiche trattate poi non sono assolutamente “leggere”. In breve: pur con le migliori intenzioni di fare del bene, quanto ci si può avvicinare al male senza restarne contaminati? Fino a che punto i “santi” e gli eroi che ci piacciono tanto sanno essere immuni dalla sete di potere? Splendida la parte in cui il discorso del prete militante, don Silvano, che parlando della strage della Thysshen-Krupp stigmatizza duramente lo sfruttamento dei lavoratori e le morti sul lavoro, viene alternato con brevi frasi e descrizioni che rimandano allo sfruttamento dei lavoratori all’interno della benefica organizzazione. Il finale, poi, è degno del miglior Tarantino, se Tarantino scrivesse libri. Mi colpisce comunque (e un po’ mi insospettisce) il fatto che un libro del genere, se fosse un po’ più pubblicizzato, nella città di Ciotti e del Gruppo Abele venderebbe come il pane, anche solo per lo “scandalo”, ma non l’ho visto esposto ed esibito in nessuna grande libreria (Feltrinelli, Fnac, Coop, eccetera). Io lo ho scaricato in e-book da Amazon. Mi sta venendo la perversa idea di provare ad andare a chiederlo alla libreria del Gruppo Abele, e vedere cosa mi rispondono… ;-) Come dicevo, poi, alla sua uscita si è scatenata una bagarre, con durissime accuse all’autore soprattutto da parte del giudice Caselli e di Nando dalla Chiesa, entrambe figure attive all’interno dell’organizzazione (nonché alcuni interventi molto più moderati da parte di Adriano Sofri che ha giustamente riconosciuto il valore letterario non piccolo dell’opera), da cui, a sua volta, Rastello si è difeso con un articolo altrettanto duro (http://www.cadoinpiedi.it/2014/04/01/...), che si conclude con queste parole: ”Ma il finale del romanzo, che Gian Carlo Caselli (forse con un riflesso, questo sì, professionale) legge come un'istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.”
Personalmente non ho niente contro Caselli né contro Dalla Chiesa, ma non posso negare che una chiusa così secca, tassativa, politicamente scorretta, mi ha fatto godere non poco… (Informazione di servizio: al Salone del Libro, il giorno sabato 10 maggio alle 13 ci sarà un incontro tra Rastello e Goffredo Fofi per presentare il libro. Io ci andrò, sono proprio curioso di vedere se succederà qualcosa…)
Aggiornamento: sono stato all’incontro di cui davo menzione. E’ stato molto interessante sentire tanto Fofi quanto Rastello, entrambi personaggi con molte cose da dire. Rastello ha parlato della questione della legalità, che non deve diventare un valore in sé, in quanto la legalità stessa è solo uno strumento al servizio dei valori e dei dis-valori del caso; anche Eichmann, per dire, era un legalista tutto d’un pezzo per quelle che erano le leggi naziste… altre cose interessanti che sono state dette, ad esempio è che proprio nell’ambito del non-profit, delle organizzazioni di volontariato si sono consumati due fatti piuttosto significativi della generale “deregulation” sociale: la fine del lavoro dipendente e il progressivo disimpegno degli organismi istituzionali nel campo dell’assistenza (“tanto ci pensano i volontari…”) Rastello ha invitato alla cautela nel giustificare con un fine “superiore” cose tipo sfruttare il lavoro di collaboratori nell’immedato, citando oltre tutto un fatto interessante. In un’altra presentazione del suo libro ha citato un espisodio del medesimo, in cui una donna che fa il part-time presso la benefica organizzazione “In punta di piedi” rimane incinta: “Ha un contratto atipico, un part time in scadenza. Chiede il rinnovo per avere una sicurezza prima del parto, è la Bislunga a riceverla: «Facciamo così, puoi scegliere tu. O recuperi prima o recuperi dopo». «In che senso recupero?» «Hai un part time. Ma per la maternità, diciamo a partire dal giorno del parto, puoi stare a casa… Facciamo quattro mesi? Poi quando torni, o se preferisci prima di andare, ti fai quattro mesi di full time per recuperare.» «Ma mi pagate full time.» «Be’ no, se no che recupero è? Quando dovrebbe nascere il bambino?» «Sono al quarto mese.» «Perfetto. Il tuo contratto scade giusto in tempo. Tu te ne vai a casa tranquilla e quando torni ne facciamo un altro. Contratto, non bambino, eh?»” Quando Rastello avrebbe illustrato questo episodio, nella precedente presentazione, una ascoltatrice, una responsabile dell’Arci, avrebbe detto che è proprio così che lei fa nella sua organizzazione, e non ci vede niente di male… Circa le allusioni al gruppo Abele, Rastello ha negato ogni addebilto. Anzi, ha detto che a Genova gli hanno detto: ma perché te la sei presa con don Gallo? Quelli di Emergency: certo, però prendertela con Gino Strada… Code di paglia a gogò? Purtroppo non ci sono state le esplosioni polemiche che auspicavo. Ho solo visto due donne, la prima una ragazza giovane che, poco prima dell’incontro, ha detto “Ah no, io non voglio stare a sentirlo, sono arrivata a pagina 20 e mi è bastato per farmi venire il voltastomaco”... e se n’è andata. Un’altra ha smaniato per tutto il tempo dell’intervento, e quando Rastello ha detto che Agnelli ha ucciso più persone di Totò Riina (facendo riferimento alle morti bianche dirette e indirette di chi lavora in Fiat) si è alzata e se n’è andata bofonchiando qualcosa del tipo “io certe cose non le posso proprio sentire”... (Nel mentre che noi si era al salone, in centro c’era una manifestazione no-TAV. Rastello ha parlato della Procura di Torino che ha affibbiato ad alcuni no-TAV imputazioni pesantissime corrispondenti a decenni di galera per la distruzione di un compressore, facendoci entrare dentro banda armata, terrorismo e quant’altro, e della medesima Procura che ha chiesto la condanna per omicidio colposo - molto più leggera - ad alcuni fascistoidi che avevano dato fuoco a un campo nomadi, alcuni anni fa, provocando dei morti).
Un pugno nello stomaco. I "buoni" sono quelli che operano in maniera visibile e mediatica o quelli nascosti nell'ombra? I "malvagi"sono capaci di bontà o di correggere a modo loro le iniquità inflitte alle persone che credono da quelle che hanno smesso di crederci, pur continuando nelle attività di volontariato. Crudo e reale come può essere scritto da un uomo che ha conosciuto gli ambienti e che ci obbliga a porci domande sul buonismo imperante per premetterci di distinguere in maniera migliore il buono dal presunto tale. Grazie Luca, anche se troppo tardi. Una citazione del libro detta dal malvagio al buono: "La tua casa è benedetta dall'abbondanza, io non posso fare nulla per te. Perché la salvezza è povera come i poveri che salva"
Quando il bene fa male Arrabbiato, cinico, amaro e senza pietà. Con uno stile graffiante e senza fronzoli l'autore offre uno spaccato crudele dell'ecosistema di un'associazione benefica. La scelta di mischiare senza divisioni racconto, dialoghi e pensieri dei personaggi in gioco, pur non aiutando la leggibilità, permette al lettore di immergersi solo dopo poche righe nell'atmosfera claustrofobica che regna da copertina a copertina. Un romanzo la cui morale tutt'altro che rassicurante disturba, indigna e spinge alla riflessione.
incredibile che non conoscessi questo libro. scritto benissimo, appassionante, durissimo. sottile e politico, fino a un finale apparentemente improvviso, quasi allegorico, ma che conferisce al crudo realismo delle sezioni precedenti la giusta dose di finzione
È un buon libro. Forse non il migliore di Rastello. Le riflessioni sono molto lucide, vanno sempre a bersaglio, la scrittura è nitida, quasi chirurgica. Credo però si noti troppo la rabbia dell'autore, la sua volontà di far emergere la tesi sul terzo settore - condivisibile o meno -lo piega e gli toglie un po' di complessità nei personaggi. Tre stelle molto abbondanti, insomma.