Jump to ratings and reviews
Rate this book

Rubare per l'anarchia. Alexandre Marius Jacob, ovvero la singolare guerra di classe di un sovversivo della belle époque

Rate this book
Figlio della Marsiglia proletaria, Marius Jacob a 11 anni si imbarca come mozzo e a 16 inizia la sua militanza anarchica. Vorace lettore di Zola, Verne, Hugo e Malatesta, si convince che «la proprietà è un furto» e di conseguenza decide di agire in prima persona nella redistribuzione della ricchezza. E così diventa un ladro geniale, i cui colpi segneranno la storia del furto con scasso grazie anche all'invenzione di strumenti innovativi come trapani a manovella, diamanti per tagliare il vetro e financo un dispositivo per richiudere le porte scassinate e dare l'illusione di una casa inviolata. Fonda anche una sua banda che non a caso si chiama «i lavoratori della notte», e in soli tre anni (1900-1903) mette a segno 156 «riappropriazioni» ai danni di banchieri, prelati e magistrati. Catturato, dopo un celebre processo che si tramuta in un atto di accusa alla diseguaglianza sociale, viene condannato ai lavori forzati a vita, sopravvive per vent'anni all'inferno della Caienna e torna libero solo nel 1927, grazie a una campagna nazionale in suo favore. Se smette di compiere furti, non smette di essere anarchico, e lo rimarrà fino alla fine dei suoi giorni, cui pone fine volontariamente nel 1954.

160 pages, Paperback

First published January 1, 2012

1 person is currently reading
18 people want to read

About the author

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
6 (31%)
4 stars
8 (42%)
3 stars
4 (21%)
2 stars
1 (5%)
1 star
0 (0%)
Displaying 1 - 2 of 2 reviews
Profile Image for Dagio_maya .
1,129 reviews356 followers
December 2, 2023
"Uno due e tre:
ruba al borghese coi dané. "



description

Siamo a Marsiglia alla fine dell’Ottocento:
”una città ricca con una popolazione povera, operaia e immigrata. “ e dove ” ribollono le teorie socialiste.

A dodici anni, Alexandre Jacob (classe 1879) se ne va di casa con il benestare dei genitori che non riescono a garantire il minimo di sopravvivenza anche a causa dell’alcolismo paterno.
Così Alexandre fa la cosa più ovvia a quei tempi in una città portuale: si arruola come marinaio.

Una vita estremamente dura che formerà il carattere ed il pensiero e che porterà avanti per circa sei anni.
La consapevolezza delle tante ingiustizie sociali lo avvicina, già da ragazzino, ai circoli anarchici della città e, ben presto, entra a far parte delle liste nere della polizia che lo perseguita con continui controlli e perquisizioni domiciliari con il risultato di inasprire e radicalizzare sempre più il suo pensiero.

” il suo anarchismo si tinge a poco a poco delle virtù dell’illegalismo”


Attraverso un processo lento ma in costante ascesa, Jacob, entra a far parte del mondo del crimine non semplicemente per sopravvivere.

E’ una rabbia che cresce quotidianamente a far sì che il suo odio non si rivolga a dei simboli e non sia astratto.

” Bisogna prendersela con i fondamenti stessi dell’ingiustizia sociale:
la proprietà e la cassaforte.”


Dal suo punto di vista, quindi il furto è semplicemente il mezzo per riappropriarsi del maltolto
Non si tratta però di una missione solitaria ma collettiva.

” la Jacob & Co., impresa politica di demolizione economica e sociale che promette di praticare il furto su scala (quasi) industriale. Sono nati i Travailleurs de la Nuit.”

Si tratta di un’associazione in cui uomini e donne collaborano a vario titolo alle rapine programmate dove il bottino è così distribuito:

” Una parte, il 10 per cento almeno, andrà alla causa, a sostenere lo sforzo di propaganda, ad aiutare i compagni in difficoltà, a permettere all’anarchia di vivere.
Il resto andrà al singolo Travailleur.”



Tutto si ferma nel 1905 con un arresto ed un processo fortemente mediatizzati.

” Più di venticinquemila gli elementi di prova.
Centosessanta le pagine dell’atto d’accusa. Oltre centocinquanta i furti ammessi. Novantacinque i capi d’accusa a carico di ventiquattro persone”


Qualcosa di inaudito così come la spregiudicatezza con cui Jacob si rivolge alla corte durante il processo.

Tutto contribuisce alla nascita di un mito anche la letteratura.
Proprio quell’anno, infatti Maurice Leblanc crea il personaggio di Arsène Lupin, ossia un Alexandre Jacob ripulito dalla lotta di classe.


” Solo gli audaci s’impadroniscono del potere e poi si affrettano a rendere legali le proprie rapine. Dalla cima al fondo della scala sociale tutto è solo furfanteria da una parte e imbecillità dall’altra. Come potete pretendere che, una volta appresa questa verità, io possa rispettare un simile stato di cose?
Un mercante di alcolici o il gestore di un bordello si arricchiscono, mentre un uomo di genio crepa di inedia sul letto di un ospedale.
Il fornaio impasta il pane che a lui manca; il calzolaio resta scalzo anche se confeziona migliaia di scarpe; il tessitore non ha di che coprirsi pur producendo interi stock di abiti; il muratore costruisce castelli e palazzi ma soffoca nel suo fetido tugurio.
Quelli che producono tutto non hanno niente e chi non produce niente ha tutto.
Un simile stato di cose può solo provocare l’antagonismo tra le classi laboriose e quelle possidenti, ovvero fannullone. La lotta dilaga e l’odio mena i suoi colpi (…) Ogni uomo ha diritto ad avere un suo posto nel banchetto della vita. Il diritto di vivere non si mendica, si prende.
Il furto è restituzione, ripresa di possesso.”


Tratto da "Perché ho rubato?" - Dichiarazione di Jacob, marzo 1905

http://www.atelierdecreationlibertair...
Profile Image for Rossella.
288 reviews38 followers
August 19, 2017
Dichiarazione davanti ai giudici
Alexandre Marius Jacob, 8 marzo 1905

Signori,
adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l'aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Ma prima di separarci, lasciatemi dire l'ultima parola...
Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L'uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiede un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l'avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. "Il diritto a vivere non si mendica, si prende".
Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un'officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile. E che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all'angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato "bandito cinico" ma "onesto operaio". Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.
Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.
Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.
Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro miglior gendarme. Conoscendo l'impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall'astuzia, l'astuzia e la forza possono demolirlo.
Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un "piede di porco" assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece di ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, la prigione... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad un'intera vita di abbruttimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all'altro vittima di un'esplosione di grisou. Il lavoratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza, ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell'esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s'avvelenano, s'uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, trovano spesso la morte nella lotta ai vostri nemici.
Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, Signori credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.
Le misure coercitive non possono che seminare l'odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all'odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l'artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch'io condanno il fatto che un uomo s'impadronisca violentemente e con l'astuzia del frutto dell'altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch'io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l'ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché "tutto" appartiene solamente a "qualcuno". La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.
Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione. L'anarchia verrà!
Displaying 1 - 2 of 2 reviews

Can't find what you're looking for?

Get help and learn more about the design.