Un inno alla libertà e alla resilienza dell’animo umano, un intenso romanzo familiare che restituisce voce e dignità a chi ne era stato ingiustamente privato. Anni Trenta. I cicli della terra segnano il tempo al poche case sparse, piccoli fazzoletti di terra buona ma dura da coltivare sulle pendici di Monte Sole. Aldo Marchi cresce in quel piccolo mondo tra fatiche nei campi, feste e riti contadini, ma a renderlo felice sono le passeggiate solitarie e senza meta nei boschi che ricoprono quel tratto di Appennino tosco-emiliano. Aldo è taciturno come il padre, ha uno spirito libero che lo rende diverso dai fratelli e fa storcere il naso persino a sua madre. Giovane contadino, vive anni drammatici della storia del è soldato nell’esercito italiano in Africa, lotta per la sopravvivenza tra bombardamenti e stragi lungo la linea Gotica durante la Seconda guerra mondiale, nel dopoguerra trova un nemico ancora più grande nei medici che trattano come malattia mentale la sua epilessia. In mezzo alle avversità, brilla sempre la luce dell’amore per Carolina e per i loro figli. Un amore incontaminato che, pur tra sofferenze e delusioni, nutre le sue speranze per il futuro e la sua capacità di resistere all’ignoranza e ai pregiudizi che lo circondano. «Ogni singola parole di questa storia è vera come la guerra, straziante come l’amore, spietata come la malattia. Un romanzo da applausi.» - Leonardo Patrignan «Marchi ha fatto di suo nonno Aldo un personaggio, un uomo, indimenticabile.» - DIRE, Agenzia di Stampa nazionale
Questo è un romanzo splendido. L'ho divorato in tre sere, mi ha tolto il fiato, qualche ora di sonno e strappato più di una lacrima. Soprattutto, fa pensare. Fa pensare quanto male facciano alle persone l'ignoranza e il pregiudizio nei confronti del "diverso". Leggetelo. Rivedrete nei volti dei personaggi, nelle loro emozioni, tutti i vostri cari, i nonni, i genitori, i figli.
La valle del Reno è terreno fertile per le storie di guerra. Penso a 'L'uomo che verrà', bellissimo film di Giorgio Diritti. Ricordo con piacere 'Gli zappaterra', di Margherita Ianelli, che ha vinto qualche premio, il secolo scorso, a Pieve Santo Stefano. Questo di Marchi si mette in egual filone, facendo più leva sull'uso della fantasia, nel raccontare e dipingere la vita di suo nonno. Il libro è piano, non indulge in facili sentimentalismi - non sono d'accordo con altra critica qui presente, volendo si poteva rendere il tutto piu' zuccheroso - e racconta senza vette letterarie un bel pezzo di vita dell'Italia che fu, aprendo lo sguardo sulla triste realtà dei manicomi. Due-tre punte di orrore (elettroshock, iprite, pane e acqua per cena) colorano un lungo romanzo a cui va dato il merito di portare l'attenzione sulla cultura contadina da cui veniamo, sulle ipocrisie con cui molti hanno dovuto convivere per una vita intera, sulla demitizzazione della piacevole vita contadina a contatto con la natura.
Una storia strappalacrime di una persona più semplice della stessa semplicità, abituata a zappare, dormire, mangiare, sposarsi dopo tre frasi tre di corteggiamento, e -purtroppo- andare in guerra per l'impero ed uccidere senza sapere perché. Padre di tre figli piccoli viene reso vedovo dalla violenza nazifascista e privato anche della patria potestà dalla Croce Rossa perché afflitto saltuariamente da epilessia, interpretata come pazzia. Non si capisce perché, ricoverato in manicomio, i medici si accaniscano contro di lui sino all'elettroshock se la sua indole è così semplice e bonaria. Per otto lunghi anni. Non sono molto entusiasta dell'opera, non si coglie il perché l'uomo si riduca ad essere un individuo isolato, segregato e dimenticato anche dai numerosi fratelli e genitori. La guerra c'è come fatto trascendente senza cause e colpe che si abbatte sui più deboli, e non si coglie perché i nazisti si accaniscano tanto con la famiglia Marchi. Do tre stelle per l'impegno.
Uno di quei libri di cui non vedi l'ora di arrivare alla conclusione, nella vana speranza che giunga un lieto fine. Se non altro per porre fine alle sofferenze strazianti che il protagonista si trova ad affrontare nel corso della sua esistenza che si svolge prevelentamente nelle zone dell'Appenino bolognese, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Una storia - quella del protagonista - che diventa tragicamente kafkiana, dove colpiscono il cinismo e la freddezza dei soggetti preposti a fornirgli assistenza e supporto. Da leggere tutto d'un fiato!
Questo romanzo tratta, inaspettatamente, una tematica molto importante (e di cui raramente si parla) facendolo da una prospettiva intima e senza giri di parole. Tratto da una storia vera, mi ha dato molti spunti di riflessione sulla diversità in senso lato. Bello!
Semplicemente penso che questo libro dovrebbe essere incluso come lettura nelle scuole superiori. L’ho trovato disarmante, commovente ed intenso. Impossibile non immaginarsi i nostri nonni e le nostre nonne scorrendo quelle pagine. Grazie, Alessandro Marchi!