Ora non ricordo l'anno preciso, ma era quando ancora riuscivo a leggere in auto, quindi sarà stato verso il 2005-2006, avevo tipo quindici-sedici anni e mia madre aveva iniziato a comprare in edicola 'sta serie di libri dedicati alla fanta-archeologia e simili (tipo, per capirci, un volume era dedicato a Nostradamus e un altro a Jack lo Squartatore). Solo che, insomma, mia madre s'era dimenticata di spiegarmi il concetto di fanta-archeologia, quindi, ora non voglio dire che prendessi quei libri per oro colato perché adolescente e non completamente scemo, ma li prendevo, quello sì, con decisamente pochissimi filtri critici. Uno dei volumi che ho letto è stato "Impronte degli dei" di Graham Hancock. Ora che ci penso, credo che sia stato pure il primo saggio che abbia mai letto. Ottimo, mamma. Grazie. Comunque, per farla breve, Hancock ipotizzava l'esistenza di una civiltà perduta, vissuta nel 10.000 a.C., estremamente evoluta tecnologicamente, e dalle origini mezze aliene. E questo va a spiegare il concetto di fanta in fanta-archeologia. Cioè, per dire, Hancock fu uno dei primi nel mainstream a parlare del 2012 e della fine del mondo. Però, accanto a questo delirio (che, ripeto, presi con decisamente pochi filtri critici), Hancock faceva tutto un discorso fra costellazioni, mito e precessione degli equinozi. Ora, voi immaginate che effetto può aver fatto una roba simile su un diciassettenne che si era mezzo bevuto senza troppi problemi l'idea degli antichi astronauti. Praticamente l'unico concetto con un briciolo di scientificità su cui appoggiarsi si è sedimentato proprio tranquillamente. Tutto questo per dire che fino alla lettura di "Il mulino di Amleto" non avevo realizzato due cose: uno, da dove Hancock aveva preso l'unica parte sensata a vederla a posteriori (o per lo meno finita l'adolescenza); e, due, quanto cazzo è permeabile la mente di un adolescente, che io vi giuro per me era una roba assodata al 100% questa delle stelle e dei miti.
Ok, ho finito con questo amarcord pedagogico. Però veramente state attenti a quello che dite agli adolescenti che poi quelli ci credono.
Comunque, "Il mulino di Amleto", studio più o meno seminale e strabordante, uscito nel 1969 è da una parte critica alla storiografia (e scientismo) contemporaneo e dall'altra una rilettura dell'intera mitologia umana. L'idea di De Santillana e Von Dechend è che tutti i diversi miti - da quelli greci ai norreni, da quelli iraniani a quelli dei Maya - possano essere ricondotti a un'origine comune, una specie di ur-mitologia, originaria della Mesopotamia del 4000 a.C. E da lì, come una specie di telefono senza fili mitologico, si siano diffusi sempre più, perdendo, confondendo tratti e dettagli, fino ad arrivare a noi, al limite del comprensibile e del decifrabile. E, certo, l'atteggiamento tipicamente eurocentrico e modernista non aiuta nella comprensione. La visione, infatti, per cui la storia non è altro che la linea del progresso da un passato barbaro e, francamente, popolato da scemi, verso un presente (e un futuro) sempre più sviluppato e intelligente, impedisce di comprendere appieno la portata astronomica dell'ur-mito.
La mitologia mesopotamica di cui parlano de Santillana e von Dechend, infatti, è una mitologia che richiede una profonda conoscenza tecnica. Essa, infatti, trasforma in storie e racconti, enormi eventi cosmici, che si dispiegano su migliaia di anni. Io ora non so minimamente come spiegarvi il concetto di precessione degli equinozi perché insomma, se lavora in una libreria e non in un planetario un motivo ci starà, però di base il concetto è che la volta celeste, con le sue stelle, subisce una costante rotazione (cioè, ovviamente è la Terra che ruota). E, lentamente, ma inesorabilmente, muta. Il punto di riferimento, allora, è il cielo durante l'Equinozio di primavera, quando è legata al sorgere di una stella di una particolare costellazione. Ora è quella dei Pesci - iniziata 2000 anni fa. Prima fu quello dell'Ariete, fino a tipo il 2000 a.C. Prima ancora Toro, Gemelli e così via. Praticamente, ogni 25000 anni la Terra si gira tutte le costellazioni. Ora, l'idea è che questo succedersi abbia portato all'integrare le diverse costellazioni in una forma mitica, che ne raccontasse il succedersi. Tipo: Cristo che porta l'età dei pesci, ben esemplificato dal simbolo cristiano del pesce, appunto. O Mosè che spacca l'idolo del Toro in quanto lui è il portatore dell'età dell'Ariete. E così via.
Ma, è qua che si fa importante la cosa, nella cultura arcaica è inscindibile arte, scienza e uomo. Ciò che accade nel cielo è ciò che accade nell'uomo. L'uomo era profondamente legato all'interno di un sistema dove tutto era connesso e dove tutto si rifletteva. Le stesse città arcaiche si basavano su particolari piante stellari. Se il discorso archeologico e filologico di De Santillana e Von Dechend in alcuni punti può sembrare un po' stiratino - o per lo meno lo sembra a me, un dubbio su tutti è come un mito generatosi 6000 anni fa abbia potuto generare miti nelle Americhe -, quello che affascina senza mezze misure è il discorso filosofico che permane l'intero volume e che i due autori contrappongono alla visione imperante attuale.
L'enorme differenza, infatti, fra l'epoca antica e oggi è la percezione del Tempo. profondamente legata alla percezione delle stelle. Il Tempo antico, infatti, era un tempo circolare - proprio come il movimento delle stelle attorno alla terra: ciò che cade, risorgerà. Il passato non era solo passato, bensì era anche futuro. Completamente differente, invece, è la visione contemporanea, non soltanto con un tempo lineare, ma anche con una frattura fra noi e quello che ci circonda: le stelle non sono nulla più che stelle. "E strisciando sulla superficie del pianeta degli insetti chiamati razza umana, persi nel tempo, e persi nello spazio, e nel significato", come si dice nel finale del "Rocky Horror Picture Show".