Evaristo Carriego è il primo vero libro in prosa di Borges, se si escludono alcuni saggi come ad esempio Inquisizioni e L’idioma degli argentini che più tardi il maestro argentino rinnegherà, proibendo la loro ristampa, esercitando così un controllo maniacale sulla sua opera, e quindi, mi viene da dire, sulla sua immagine postuma. E’ da qui che voglio partire per discutere del Carriego.
Borges è per me il più grande scrittore del novecento per una ragione: ha inventato se stesso tanto da temere uno smarrimento (è meravigliosa quella pagina, Borges e io), e ha reso la sua opera “classica” con una serie di strategie perseguite in maniera ossessiva all’interno della sua scrittura. Per Borges classico è un libro che si legge in un certo modo, dipende dal contesto; con la sua opera continuamente rimaneggiata e ripensata, lui ha cercato di imporre una certa lettura. Ci ha consegnato una immagine di sé che avvolge completamente i suoi libri, che è l’immagine di un uomo in un tempo sospeso tra la tremenda nostalgia per tutto ciò che ha perduto, ma che in realtà non ha mai avuto, l’epoca delle guerre tra gli stati sudamericani, dei criollos, del destino epico degli antenati e dei duelli con il coltello, e la condizione di albatros così poco adattato al tempo presente, quasi infastidito dal progresso. Si pone volontariamente in questa condizione di esilio, come direbbe Alan Pauls, elegiaca per eccellenza. Non aspira al nuovo, anzi, condanna l’ultraismo e tutti gli ismi, non fonda un mito, ma lo ri-fonda sulle rovine che lui stesso posiziona nell’ambito della sua vasta produzione. E in questa lontana terra di esilio, da cui tutto può guidare e modificare, incredibile artefice e mago della letteratura, riabilita le tradizioni che più gli interessa riabilitare: la milonga, i duelli con i pugnali, le canzoni popolari del barrio, i guappi del quartiere Palermo a Buenos Aires, i gauchos, la pampa, Evaristo Carriego, poeta senza opera, e come tale scelto. Gli diranno infatti i suoi genitori, perché non parli di un altro poeta più famoso, come ad esempio Almafuerte o Lugones? Con il tempo Borges si pentirà di non aver fatto questa scelta, ma è proprio in questa sua scelta di un poeta anonimo per i più, un poeta amico di famiglia, sconosciuto e morto prematuro, che si compie il suo destino; Carriego è una scelta perfetta per il compito che, ambiziosamente, Borges si è prefisso: inventarsi di sana pianta una mitologia, rimpiangerla per il resto dei suoi giorni ma anche esaltarla per i suoi stessi fasti, anche se non veri, anche se non reali; come la terra della Mancia, che oggi grazie a Don Chisciotte evoca nelle nostre menti sapore di avventura, una terra per cui tutti vorremmo partire lancia in resta, e all’epoca di Cervantes altro non era che una terra di fame e polvere, così la Palermo di Borges è un paese che non esiste, perché è Borges a trasfondervi per intero la sua passione e, così, a crearla. Come tutti i grandi inventori di letteratura, Borges non si risparmia un attimo quando c’è da evocare un’epica. Usa un poeta perduto nel tempo, che ha rimpianto un luogo che lui non ha visto, quella Palermo dei coltelli, perduto anche esso nel tempo, in un paese di cui Borges ha una tremenda nostalgia: l’Argentina dell’ottocento. E’ Alan Pauls che ci ha illuminato ricordandoci quell’aforisma borgesiano così celebre: si perde solo ciò che non si è mai avuto. E Borges non fa che perdere la sua patria, non fa che perdere i duelli con i coltelli, non fa che perdere la sua città di case basse e torrenti scomparsi come il Maldonado, Buenos Aires. Nell'attimo in cui lui perde, nobilita.
In una prefazione postuma al Carriego, sempre Pauls ci ricorda che Borges si concede il lusso di inventare un ricordo: Carriego che legge Dumas “con rammarico e avidità, perché Dumas gli offriva ciò che ad altri offrono Shakespeare o Balzac o Walt Whitman, il sapore della pienezza della vita, con rammarico perché era giovane, orgoglioso, timido e povero e si credeva escluso dalla vita. La vita era in Francia, pensò, nel chiaro contatto degli acciai, o quando gli eserciti dell’imperatore inondavano la terra, e invece a me è toccato il Ventesimo secolo, il tardivo Ventesimo secolo, e un mediocre sobborgo sudamericano...”. Ma ogni cosa che Borges attribuisce a Carriego, è un ritratto impietoso e commovente dello stesso Borges: orgoglioso, giovane, timido, nostalgico, palpitante, desideroso di bere l’epica dei versi e delle spade.
molti non capiscono un libro come l’Evaristo Carriego, così bizzarro nel suo disordine formale, un libro che parte raccontando una città e un poeta e finisce per evocare le iscrizioni sui carri, il tango e il bisogno di un pugnale, forgiato anticamente, di incontrare il suo destino. Quasi cinquant’anni dopo, non so se per preveggenza o per una incredibile coerenza di visione del proprio destino letterario, Borges racconterà nel Manoscritto di Brodie, un libro in cui l’antica mitologia bonaerense torna a palpitare, la storia di due coltelli di antica fattura racchiusi in una vetrina di una vecchia casa, appartenuti a uomini che avrebbero voluto battersi e uccidersi reciprocamente, e che anni dopo si cercano ancora per mano di due guappi, ignari del destino violento che in quel momento voleva compiersi, ignari che ci fosse tanta vita in quelle armi. E’ in questo gesto perduto nel tempo, e mai dimenticato dal fato ed evocato dalla letteratura, che è scritta meravigliosamente la cifra della letteratura borgesiana.