Non conoscevo la fotografa Vivian Maier, prima di avvicinarmi a questo libro, che ne racconta la storia. Ma non sono i fatti a colpirci nel vissuto di quest’ artista, bensì i sentimenti, che le sue foto racchiudono e che sono andata a guardare, solo dopo aver terminato la lettura, trovandovi tutta la “fame di vita” della fotografa, così come viene descritta nelle pagine del libro di Francesca Diotallevi.
Questo è un libro che trasuda dolore e solitudine, che ti entra dentro e fermenta, pagina dopo pagina: ho finito di leggerlo ieri sera, l’ho posato sul comodino e solo stamattina, quando l’ho rivisto lì accanto a me, ho iniziato a piangere. La solitudine di Vivian è così profonda e radicata che, attraverso le pagine del libro, assistiamo al suo desiderio di rivincita, alla lotta interiore che la vorrebbe viva, ma che alla fine la fa uscire sconfitta, perché il suo vissuto, l’amore che le è mancato da bambina, una madre ingombrante e incapace di amare ed i distacchi dolorosi che ha subito, l’hanno segnata, portandola ad essere e a considerarsi lei stessa, solo un’ombra. Vivian si nasconde dietro alla sua macchina fotografica, che un po’ le ha salvato la vita, dandole uno scopo, nell’ “impadronirsi delle vite degli altri”, attimi che lei ruba con la sua Rolleiflex, intrisi di tutti i sentimenti a cui lei non è mai riuscita a lasciarsi andare. La Diotallevi è stata magistralmente brava a farci sentire proprio questa sua lotta interiore e assieme a lei, speriamo fino alla fine che Vivian riesca a mollare la zavorra di tristezza che la tiene ancorata ad un’esistenza priva di amore, che lei stessa anela e si nega, invece, fino alla fine. Ma in lei c’è vita: lo dimostrano i suoi scatti, che in fondo un po’ le abbiamo rubato, visto che non è stata sua la scelta di condividerli con il mondo..
Non avevo mai letto nulla di questa autrice, ma questo libro mi ha coinvolta e colpita a tal punto, che rimedierò al più presto.