Questo è uno dei rari casi dove il titolo rispecchia perfettamente il contenuto del libro e qui di seguito vi elenco i cinque motivi per leggere Vite in attesa.
1 – Crisi d’identità.
Comprendere che ognuno ha il proprio tempo per reagire alla situazioni che la vita gli presenta non è, generalmente, concepito. Tutto ciò è soffocante per persone che, come per la protagonista Maribel, non hanno ancora capito cosa fare della propria vita, o qual è il suo posto nel mondo avvertendo la pressione della società, appare opprimente tanto quanto sentirsi in difetto. Maribel si trova come dentro a una sorta di dedalo dove c’è solo un unico percorso giusto per raggiungere l’uscita, ma deve essere per forza così?
2 – Una nuova vita.
C’è l’idea che, finite le superiori, se una persona vuole andare all’estero per studiare, e/o lavorare, sia semplice come bere un bicchiere d’acqua. Purtroppo non è vero. Spesso ci si scontra con una cultura diversa e, anche se lo è di poco, quel poco alle volte è tantissimo. Poi c’è la lingua, semmai la stessa studiata a scuola e che nella realtà trova degli accenti non appresi e che ne ostacolano la comprensione/comunicazione. Per ultimo, ma non meno importante, c’è il fattore di costruire una nuova rete sociale fatta di amici, di colleghi e perché no, anche di un amore. Maribel spiega egregiamente tutti gli ostacoli che ha dovuto affrontare e del rammarico che alle volte ha provato. Inoltre, volete mettere il fatto di fare e disfare le valigie, adattarsi a ogni alloggio e persone che condividono i vostri stessi spazi senza che abbiate avuto l’opportunità di sceglierle?
3 – La percezione della solitudine
La solitudine, e in questo periodo di pandemia ne sappiamo qualcosa, può essere vissuta su diversi livelli di adattamento. C’è chi si trova a suo agio nello stare da solo e gestirsi la vita secondo un proprio schema giornaliero senza dover dar conto a nessuno, c’è invece chi ha bisogno di un contatto con qualcun’altro, oppure chi dopo il lavoro ha bisogno di silenzio e solitudine. È anche vero che ci si può sentire soli in mezzo a tanta gente e credo che questo sia il livello più triste della solitudine, perché vieni visto ma non guardato, sei sentito ma non ascoltato, puoi essere presente ma non risulti essenziale.
4 – La narrazione.
Quando mi trovo a leggere un libro con la quasi totale assenza dei dialoghi, mi incuriosisce la struttura delle frasi e di come gli eventi, in questo caso esposti dal punto di vista di Maribel, vengono presentati al lettore. Nel libro si trovano momenti di sconforto alternati alla noia, attimi di speranza o di felicità, riflessioni e pensieri a random che cercano il filo logico di quello che la protagonista sta vivendo. L’impressione che si ha è di un quadro che man mano viene dipinto davanti ai nostri occhi. All’inizio c’è un impercettibile abbozzo, a cui seguono i primi tratti a matita e le colorate pennellate – di tonalità fredde – fino ad arrivare all’asciugatura del quadro e l’aggiunta della cornice. Al termine il lettore è portato a guardare il quadro facendosi trasportare dalle emozioni che avverte (assicuro che non si subisce la sindrome di Stoccolma).
5 – Le domande e riflessioni di Madame Brutin.
“Quello che caratterizza il pensiero francese è la struttura. La nostra scrittura è molto strutturata. In Francia possiamo pensare senza struttura.”
Nel libro spesso si incontra il personaggio di Madame Brutin che dispensa perle, e suggerimenti, da sottolineare e tenere a mente. Potrebbero sembrare scontati, costruiti, ma credo che il suo pensiero si può applicare in alcuni gesti o momenti del nostro quotidiano. Del resto, come sostiene anche Maribel: I motivi che spingono le persone a fare le cose sono molto più semplici di quanto si potrebbe pensare.