'Parlare della Sicilia significa aprire una porta rimasta sprangata. Una porta che avevo talmente bene mimetizzata con rampicanti e intrichi di foglie da dimenticare che ci fosse mai stata; un muro, uno spessore chiuso, impenetrabile.'
Ho visitato la Sicilia due anni fa, per soli otto giorni e sono bastati a percepire una melodia malinconica e nostalgica che sembra provenire dalle rovine storiche, dai gioielli che si possono ammirare in quest'isola divisa tra il mare ed il presente che devasta il passato attraverso i mostruosi nuovi cantieri. All'armonia delle grandi costruzioni antiche (templi greci, chiese barocche, ville borboniche) si alterna la disarmonia delle nuove costruzioni, palazzine sempre più alte, sempre più in contrasto tra loro che sembrano sfidarsi rubando il cielo e lo spazio delle architetture a loro preesistenti. Le 146 pagine di Dacia Maraini, siciliana per parte di madre, mi hanno fatto rivedere questo spettacolo agghiacciante tra meraviglie dell'uomo di ieri e disastri dell'uomo di oggi. Io, che sono sarda, mi sono sentita un po' un intrusa a leggere questo libro, a sentire l'urlo disperato di una donna che ha amato la propria terra e allo stesso tempo l'ha odiata e che, con 'Bagheria', la vuole rivendicare. Si tratta infatti di un romanzo intimo, di una narrazione introversa, che viene fuori con difficoltà mentre l'autrice rivive l'infanzia trascorsa in terra sicula.
'Bagheria' è un libro arrabbiato, nostalgico, il processo doloroso vissuto dall'autrice in fase di produzione si trasmette al lettore in fase di lettura. L'odio per la mafia, per una società patriarcale in cui l'abuso del padre sulla femmina è giustificato dall'esistenza di un diritto naturale che caratterizza una società in cui il maschio domina, e la femmina è considerata nient'altro che sua proprietà.
Si avverte la rabbia per la devastazione che la mafia e gli individui che da essa dipendono e ad essa obbediscono, in nome di una fede che va ben oltre i valori della legalità, stanno compiendo sui beni culturali di un'isola che può vantare un grandissimo e glorioso passato.
All'aspetto di denuncia sociale si accompagna quello di una descrizione intima, del rigetto nei confronti di una famiglia aristocratica, chiusa in una muffa atavica, ormai indebitata, ma comunque incapace di vestire l'umiltà. 'Bagheria' è un viaggio a ritroso nell'albero genealogico di una famiglia materna che, fra pranzi e banchetti di lusso, nascondeva le insidie di matrimoni forzati e vite non vissute per rispettare i voleri del capofamiglia o della tradizione. Nella vecchia villa nella quale Dacia trascorre i primi anni in Sicilia dal rientro del Giappone - nel quale è stata in un campo di concentramento -, l'autrice rivisita le stanze, rivede i gioielli, i quadri e i primi abbozzi di fotografie che testimoniano gli avi del passato lontano e di quello più recente. In particolare, un quadro attira l'attenzione dell'autrice, quello di Marianna Ucrìa, quadro che le ha ispirato il romanzo 'La lunga vita di Marianna Ucrìa'.
Dove finisce l'odio per la famiglia materna, inizia un amore smisurato per il padre, la Maraini scrive di voler essere come Minerva nata dalla testa del padre Zeus, un padre amato ed odiato allo stesso tempo a causa del suo abbandono, del suo essere lontano, schivo, impenetrabile.
Un viaggio all'interno di stessa ed un viaggio nella propria isola che la Maraini aveva paura di rivedere, ormai così diversa, così diverse entrambe, l'ex abitata e l'ex abitante. Due viaggi paralleli descritti in maniera efficace, ed al contempo poetica, forse un po' troppo didascalica in alcuni punti, talvolta il romanzo si fa saggio perdendo la velocità tipica della narrazione.
Consigliato a chi abbia il coraggio di combattere l'omertà, di aprire gli occhi, di ammettere di aver visto ciò che ha visto. Consigliato ai siciliani - che credo si emozioneranno a leggere le descrizioni degli odori, dei sapori, dei colori della propria terra -, agli isolani che conoscono bene come il mare talvolta isoli (lo dice la parola stessa) piuttosto che essere mezzo di comunicazione (riprendo la metafora dalla Maraini stessa), e in generale a chiunque voglia leggere l'intimità di una scrittrice arrabbiata, romantica e nostalgica.
Post Scriptum: se decidete di leggerlo, vi consiglio di acquistarlo nell'edizione Bur Extra che, oltre ad avere un'ottima grafica esteriore, vanta caratteri leggibili anche per le talpe come me senza alcuno sforzo.
Post Scriptum 2: gli accenni che Maraini fa a Marianna Ucrìa mi hanno fatto venire una grande voglia di leggere 'La lunga vita di Marianna Ucrìa'.