"Era l'anno dei Mondiali di Francia, l'anno in cui avevo comprato la moto nuova, una Buell. La piazza era piena di gente. Dalla Galleria Vittorio Emanuele II a via Torino, e giù fino a piazza Cordusio, senza soluzione di continuità. Il Duomo era coperto per i lavori. Pioveva a dirotto e c'erano centomila persone. Appena prima di uscire c'è stato un momento di panico assoluto, un istante in cui mi sono Dove cazzo vado qua? Io non esco! Se avessi avuto una campanella magica, l'avrei suonata e me ne sarei andato da qualsiasi altra parte. Nella vita, si sa, c'è sempre un collegamento tra le riesci a fare una cosa solo perché ne hai fatta un'altra in passato. Con il carattere che mi ritrovo, forse non sarei mai riuscito a salire su un palco se non avessi passato un periodo della mia vita a lavorare sulle ambulanze, se non avessi dovuto imparare ad affrontare l'inaffrontabile e a risolverlo. Così, ho capito che non dovevo pensare a tutto il concerto, alle persone che avevo davanti, ma darmi un sistema, pensare per segmenti. Otto misure l'intro, poi parte la prima strofa, la seconda... Tranquillo. E quella era Milano, la grande metropoli che avevamo sempre guardato da lontano, da quei trenta chilometri che psicologicamente erano più di tremila. Ecco, quella sera, davanti a tutta quella gente venuta lì per me, ho sentito che ce l'avevo fatta, che dopo sei anni di lavoro avevo messo su quella città la mia bandierina definitiva. Milano mi aveva accettato, mi aveva accolto."
Sono rimasta molto soddisfatta di questo libro. Magari lo stile di Max non mi piace molto, ma questo viene bilanciato da ciò che racconta. In pratica come un ragazzo normalissimo di provincia arriva a conquistare il mondo del pop italiano.
Vivo ai confini dell'impero. So bene cosa vuol dire vivere in provincia: quando andiamo in città - piccolo centro sperduto nel nord est - siamo sempre campagnoli. Andare a Milano fa male al cuore. Insomma, Pezzali crede che adesso questa divisione sia meno marcata, ma io non sono d'accordo, perché, nonostante tutto, nemmeno internet riesce a rendere meno visibile la differenza tra i cittadini e i provinciali. Inoltre, a differenza di Max, sono troppo giovane per aver vissuto l'epoca d'oro del punk e mi dispiace non aver potuto partecipare a tutto il movimento del Great Complotto. O forse no. Perché c'è stato un periodo in cui la mia provincia era la seconda in Italia per consumo di droga, dietro Milano.
Ma da brava eremita, non ho mai patito la divisione in gruppi di cui si lamenta Max. E lì, il suo mondo diventa interessante. Un mini trattato (antropologico?!) sulle tribù giovanili degli anni Ottanta. Che forse è la cosa migliore del libro.
L'altra è la fascinazione dell'autore per la tecnologia. Il libro presenta anche l'evoluzione degli strumenti per fare musica. Non dico chitarre e batterie, ma proprio macchine e software necessari per produrre una canzone. E dal punto di vista di una romantica come la sottoscritta, che crede ancora che le canzoni nascano strimpellando una chitarra in salotto e buttando giù qualche verso su un bloc notes, è una lettura che demolisce il mio mito.
Senza dimenticare un paio di battute che mi hanno letteralmente fatto sbellicare dalle risate. Una riguarda l'aeroporto LaGuardia chiuso per nebbia. E Max, da buon pavese, sbotta che non si può parlare di nebbia ad un pavese. La seconda viene da quella che diventerà sua moglie, che, durante uno dei numerosissimi viaggi negli Stati Uniti descritti nel libro, scambia la Transilvania con la Pennsylvania.
Un ultimo punto, che riguarda una delle mie passioni. Max è un tipo da Marvel e supereroi. E all'inizio del libro non parla bene dei manga perché li ritiene la causa del peggioramento delle pubblicazioni superoistiche in Italia. Ma dopo, in un negozio di manga in Giappone, trova un manuale di riparazione per Gundam e il suo lato nerd lo porta ad apprezzare anche la produzione fumettistica giapponese. Eh, eh, eh!!
Qualche cosa che ho capito: che Repetto sta agli 883 come Syd Barrett sta ai Pink Floyd. Che il successo degli 883 ha tre fattori: iperrealismo, sfiga e onestà intellettuale. Che se fosse stato per Max e Repetto gli 883 sarebbero rimasti quelli di S’Inkazza. Che senza gli 883 non avremmo il 90% della scena Indie italiana (nel bene e nel male). Bel libro, lo consiglio a tutti i fan (dichiarati o in incognito) degli 883 e degli anni ‘90.
"I cowboy non mollano mai" è un libro simpatico, scorrevole e leggero. Le parti in cui l'autore racconta la sua storia sono molto belle e interessanti, mentre risultano meno coinvolgenti quando si perde in argomenti vari legati ai suoi interessi personali.
I cowboy non mollano mai è la storia di Max Pezzali che non può mancare nelle biblieteche dei suoi fans più accaniti e affezionati. Nel leggere il libro sembra di sentire la voce di Max che racconta la sua vita, tra contenuti inediti e aneddoti divertenti sul suo passato che non conoscevo. Ho amato tantissimo le parti tecniche del libro, dove Max si lasciava andare a descrizioni di campionature e attrezzature varie, che lui ha usato nella sua vita. Toccante la parte dedicata al figlio, di come ha stravolto la sua vita e di come, a un certo punto, l'abbia costretto a rivedere le sue priorità. Lo ammiravo già come cantante, ora lo apprezzo ancora di più come uomo.