Andra e tatiana Bucci furono deportate ad Auschwitz insieme a tutti i membri della loro famiglia il 28 Marzo del 1944. Vengono separate dalla mamma e dalla nonna, ma, inspiegabilmente, non vengono giustiziate, forse perché sembravano delle gemelle e quindi utili agli esperimenti che i nazisti eseguivano sui bambini ebrei.
Il libro è che il racconto di questa esperienza, loro, bambine molto piccole che, insieme al cugino Sergio, sono costrette a vivere una quotidianità fatta di freddo, fame, dolore. Ma loro, forti come solo dei bambini possono essere, e grazie ad un'immensa fortuna che le aiuta, riescono a sopravvivere a questo orrore.
Una volta liberate dal campo di concentramento il loro pellegrinare non finisce. Infatti verranno spostate da una parte all'altra dell'Europa prima di riuscire ad abbracciare i propri genitori.
È un libro molto breve, ma molto intenso. È un libro che fa male nella sua lettura, è un pugno nello stomaco dietro l'altro, nella descrizione della vita nel campo e quando raccontano del loro cugino Sergio e dei bambini che vivono con loro questo momento così duro e doloroso.
Raccontano del freddo che patiscono, ma non hanno paura, e questo colpisce, e mi domando come facciano due bambine così piccole a non provare paura dopo essere state separate dalla propria madre e buttate in un Kinderblock, in cui i bambini sono destinati alle sperimentazioni mediche dei nazisti.
Ma forse è proprio la loro giovanissima età e la loro innocenza che le porta a non aver paura, ad adattarsi a quella vita considerandola normale, ma anche a non perdersi, a ricordarsi sempre la loro identità.
Il racconto delle due ormai anziane signore, è quasi una cronaca, sembra quasi che sia fatta con distacco, ma tra le righe si riescono a leggere i sentimenti con cui le due hanno affrontato la loro vita.
Questo distacco è accentuato dal modo di esporre i fatti. Le due si alternano nel racconto, ma nonostante parlino di loro stesse, non si indicano mai in prima persona ma si rivolgono a loro stesse sempre in terza persona, come se le vicende narrate riguardino qualche altra bambina e non loro.
Leggendo questa storia, sono ancora una volta rimasta allibita di come l'uomo sia stato in grado di uccidere i suoi simili, di perpetrare tutto il male guardando negli occhi bambini, mamme, nonne, papà, senza provare nessun tipo di pietà, ma odiandoli solo perché appartenenti ad un'etnia diversa dalla loro.
Questo racconto andrebbe letto dovunque, nelle scuole, a casa, dai ragazzi di ogni età. Per fare in modo che orrori del genere non si ripetino più.
È un avvertimento al nostro presente, a non dimenticare, a non far si che di nuovo possano esserci degli abomini simili, che purtroppo periodicamente continuano ad avvenire nel mondo.
E il compito che le due donne si sono imposte è proprio quello di divulgare il più possibile la loro esperienza, in modo che il mondo impari e non ricada più negli stessi errori.
“Non si pensa a quanto difficile sia per tutti lasciare la propria casa, i parenti, le abitudini. Gli italiani si sono dimenticati di quando anche loro sono stati esuli o emigranti, e di come sono stati trattati in Belgio, in Francia, in Svizzera, in Germania oppure Oltreoceano”
E la cosa che mi colpisce, dopo aver letto questa frase, è come ancora sia attualissima, di come gli esseri umani abbiano la memoria corta, e di come, ogni volta, si ripetano le stesse orribili gesta e si ricada negli stessi pregiudizi.
Oggi il nostro paese sta vivendo una nuova era di razzismo fatta di paura, di diffidenza, e si tende di nuovo a emarginare il diverso, colui che non ha le stesse usanze e la stessa religione, come se solo questo possa fare un uomo.
Bisogna quindi ancora riflettere sul passato, perché questo sia da monito al presente.