Una storia affascinante, ma complicata
Sono ormai anni, tanti anni, che siamo abituati a pensare alle vicende afgane come a qualcosa di incomprensibile. Una terra arida e ai margini, una economia inesistente, un popolo di pastori e cultura tribale, una società patriarcale e retrograda. Eppure via fondamentale di passaggio, produttore di oppio ai vertici mondiali, insieme di comunità e culture ed eroi che nel corso degli anni hanno affrontato e sconfitto occupanti greci, persiani, inglesi, indiani, pakistani, russi e americani. Una terra e una storia che sono da sempre mistero e preoccupazione, mentre non trova pace dalle sue montagne ai suoi deserti alle sue valli fertili.
E così, di fronte a questo enigma antico che, nonostante la sua apparente irrilevanza e distanza, pure tante conseguenze ha portato e ancora porta, mi sono trovato a incontrare Ahmed Rashid e la sua missione impossibile: farci conoscere e capire l'Afghanistan di oggi raccontando la sua storia. La storia delle culture indomabili che lo compongono, decine e decine, diverse per etnia, lingua, religione, paesaggi, tradizioni e valori. E di una economia carovaniera e di rapina, lungo le vie della seta, oggi come ieri. E che è anche la storia dei suoi vicini, dal Pakistan all'Iran alla Russia alla Cina, che continuamente cercano di influenzarne le scelte.
Il racconto di Rashid è assolutamente illuminante. Approfondito e appassionato, concentrato di anni di inchieste, interviste esclusive, conoscenza diretta inclusi i bombardamenti. Racconto che non trascura, anzi approfondisce, gli aspetti meno conosciuti della vicenda sebbene critici. Come gli interessi economici legati al petrolio, quelli della lobby del contrabbando col Pakistan o legati alla produzione di oppio. E gli interessi politici e religiosi associati alle nazioni confinanti e non, musulmani per la maggior parte e non solo, divisi tra sunniti, sciti e anche wahhabiti, moderati o integralisti dalle madrase.
Non è un percorso semplice e lineare quello di Rashid, e leggere il suo libro non vi lascerà con le idee chiare. Ma questa era una missione impossibile davvero, perché è l'Afghanistan stesso che non ha mai vissuto un percorso lineare. Nato da linee antiche tracciate sulle mappe in modo artificiale, molto poco lega l'un l'altro i popoli che vi furono racchiusi: dai pashtun sunniti indoeuropei durrani e ghilzai nel sud est ai tagiki sunniti persiani dell'ovest, dagli uzbeki e turkmeni al nord ai nomadi nuristani, beluchi e brahui, dagli hazara sciti di origine mongola ai qizilbash di Kabul agli sciti wakhi e farsiwan, e così via tra monti e valli.
Missione impossibile, ma affascinante e coinvolgente. E assolutamente importante. Per capire questo nostro mondo dai meccanismi di funzionamento contorti e dagli interessi economici dietro ogni sconvolgimento e guerra. E per conoscere meglio un popolo, quello afgano, che seppure tracciato in origine solo sulla carta, ha sempre dimostrato di esistere sul campo. Di poter difendere la propria indipendenza e autodeterminazione dalle ingerenze straniere, di poter generare dalle sue montagne combattenti invincibili e di poter sconfiggere alla lunga ogni invasore e ogni cultura aliena. Nonostante tutto e tutti.
Finchè, naturalmente, non cominciano a lottare tra loro.