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Die Tigerin. Eine absonderliche Liebesgeschichte.
Bichette si è guadagnata il soprannome di "Tigre" per la sua femminilità aggressiva e famelica, non priva di una buona dose di cinismo. A Parigi ormai la conoscono tutti, in particolare gli uomini, ma nessuno è mai riuscito a "catturarla" davvero, legandola a sé. Finché sulla scena non appare l'enigmatico Fec, amaro vagabondo della città, che sembra guardare la Tigre con occhi annoiati. Da questo incontro scaturisce un'avventura concitata e surreale che smaschera il "feticcio" dell'amore. Dandy e intellettuale alternativo, Walter Serner racconta la Parigi degli anni Venti, fotografandone le scene sordide e meravigliose con un linguaggio a volte così dialettale da divenire pura fantasia. Pubblicato nel 1925 e messo all'indice dal nazismo nel 1935, "La tigre" resta una delle più forti espressioni della letteratura dadaista e avanguardista del Novecento.
Perfect Paperback
First published January 1, 1925
About the author
Walter Serner
44 books10 followersWalter Serner was born Walter Eduard Seligmann in Carlsbad, Bohemia (then Austria-Hungary, now Czech Republic). In 1913 he studied promotion law in the Austro-Hungarian capital of Vienna and completed his doctorate in the University of Greifswald.
With the outbreak of World War I, he escaped to Switzerland in 1914 and participated in Dada activities in Zürich, Geneva, and Paris until 1920. During World War I he was the editor of the magazines Sirius and Zeltweg and a writer for Die Aktion. In 1921 Serner stayed in Italy with the artist Christian Schad. Beginning in 1923 he began living in various European cities, including Barcelona, Bern, Vienna, Carlsbad, and Prague.
From 1925, Serner became the target of anti-Semitism. Serner had been born Jewish and had converted to Catholicism in 1913.
His play Posada premiered in Berlin in 1927, but his other planned shows were forbidden. In 1933 Serner's books were banned by the government of Nazi Germany.
In 1938 Serner married his partner Dorothea Herz in Prague, where he was working as a private teacher. When war broke out, they had no chance to escape from the occupied country. In 1942 he and his wife were interned in the Theresienstadt concentration camp and three weeks later were moved in the direction of "the East", where they perished somewhere near Minsk.
Walter Serner's most successful novel Die Tigerin (The Tigress) was made into an English-language feature film by writer/director Karin Howard and released in 1992. At that time the novel was re-published in Germany where Serner's books enjoy a cult following. The film was shot in Berlin and Carlsbad.
With the outbreak of World War I, he escaped to Switzerland in 1914 and participated in Dada activities in Zürich, Geneva, and Paris until 1920. During World War I he was the editor of the magazines Sirius and Zeltweg and a writer for Die Aktion. In 1921 Serner stayed in Italy with the artist Christian Schad. Beginning in 1923 he began living in various European cities, including Barcelona, Bern, Vienna, Carlsbad, and Prague.
From 1925, Serner became the target of anti-Semitism. Serner had been born Jewish and had converted to Catholicism in 1913.
His play Posada premiered in Berlin in 1927, but his other planned shows were forbidden. In 1933 Serner's books were banned by the government of Nazi Germany.
In 1938 Serner married his partner Dorothea Herz in Prague, where he was working as a private teacher. When war broke out, they had no chance to escape from the occupied country. In 1942 he and his wife were interned in the Theresienstadt concentration camp and three weeks later were moved in the direction of "the East", where they perished somewhere near Minsk.
Walter Serner's most successful novel Die Tigerin (The Tigress) was made into an English-language feature film by writer/director Karin Howard and released in 1992. At that time the novel was re-published in Germany where Serner's books enjoy a cult following. The film was shot in Berlin and Carlsbad.
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October 11, 2026
La lettura di un testo di un autore che è quasi del tutto sconosciuto - non solo a me, ma anche a chi accarezza questa strana attitudine di interpretare le parole - assume un certo ruolo nella vita di chi legge, come la piccola casellina di un puzzle, contribuendo a diffondere un messaggio, un ruolo estremamente importante per la coscienza. Questa lettura, così come tante altre che ho vissuto in passato, ha svolto un ruolo primordiale, fondamentale per il mio bagaglio culturale: domandarsi cosa è lecito e giusto, nel conoscere o approfondire qualcosa o qualcuno che l’Italia però ha riflettuto solo mediante un semplice atto, la pubblicazione di questo unico romanzo, dopo aver appreso, ormai tantissimo tempo fa, che pur quanto i miei innumerevoli, eroici tentativi di leggere tutto quello che desidero, in questa vita sarà a dir poco impossibile. Impossibile e quasi del tutto vano, perché la memoria infida e poco attendibile, presto o tardi potrebbe chiederti il conto. Ma se certi testi non li si legge, se io non fossi incappata nella possibilità o nella condizione di riservare del tempo, una certa attenzione, a questa lettura, non sarebbe susseguito un periodo di distacco. Non sarebbe sopraggiunta quella stagione di dissociarsi, andare oltre a ciò che trapelava dal testo, lasciandomi dietro ogni remora, gioia, preoccupazione, successi e tanto altro. Tutto ciò che era passeggero, conciso, quasi illusorio per la stessa vita, assume adesso una nuova forma o parvenza di possibile, reale e permanente.
Questa stagione di cui parlo coincise con la stagione di aver potuto smantellare radicalmente quei miti borghesi, a partire dal feticcio amoroso romantico, pur di rivelare quei << bruschi >> effetti di cui fosse affetta una società teatro di azioni, apparenze e falsi miti. Il suo autore celebrò la libertà anarchica e immorale degli emarginati, così privo di redenzione e giudizio morale, riflettendo quella totale sfiducia nei valori occidentali che condusse il paese al collasso della prima guerra mondiale. Riducendo le relazioni umane a puro istinto, sopravvivenza ed esibendo ogni forma estetica che potesse rispondere al vuoto data dalla provocazione intellettuale, dal rifiuto dei confini linguistici e morali precostituiti.
Ispirato da scritti di forte satira sociale, La tigre è pregno di un pacifismo radicale e nichilistico che il suo autore, Walter Serner, attaccò duramente nel conflitto mondiale della prima guerra mondiale. Volgendosi ai governi nazionalisti, all’ipocrisia della classe europea borghese che sostenne un certo massacro al fronte. Boicottando la società borghese nella sua più rudimentale ascesa, volgendo una lucida analisi a quel niente che Nietche aveva analizzato e tematizzato in modo più profondo, in un’epoca in piena crisi di valori. Walter Serner volle svelare le ipocrisie che governavano il mondo occidentale così da raggiungere una nuova forma di emancipazione dai vincoli della società parigina.
Dal titolo di uno dei suoi più celebri manifesti, Lockerung, accosta il tema della liberazione, l’affrancamento dato alla borghesia non ottenne nient’altro che una mancanza di senso che tuttavia doveva reggersi su meri significati, nuove forme di rivoluzione nel quale l’arte, mediante l’uomo, si sarebbe impossessata di costui nel dare una forma ad ogni cosa. Vincolandolo a non poter essere libero, in una visione duplice di verità e falsità che riflettono la sua visione giovanile che postula una gnoseologia ( conoscenza ) del dubbio. Scrittori, intellettuali, sono specialisti del sapere e hanno il dovere se non il diritto di proteggere l’autonomia e il valore del proprio corpo d’azione dagli incompetenti e dai dilettanti. Sterner sceglie però di incarnare questa figura di dadaista, avventuriero dello spirito ed esteta del disincanto teorizzando la truffa come unica forma onesta in un mondo borghese intrinsecamente ipocrita.
La sua vita e La tigre divennero in Italia monumento di rifiuto radicale di ogni dogma e conformismo sociale. E pervaso da un profondo cinismo dadaista in cui l’idea d’amore che riporta la quarta di copertina non trapela in maniera così stucchevole e dolce, quanto descritta come una provocatoria indagine sull'anticonformismo sulla società intesa come teatro delle apparenze nel quale l’uomo è impossibilitato a comprendere o a capire ciò che vi è alle radici, sul fondo del desiderio umano, raffigura spietatamente, immoralmente e ironicamente una Parigi degli anni Venti filtrata attraverso la lente distruttiva dell’avanguardia. Divenendo quell’avventura imprescindibile nel quale i personaggi rifiutano di farsi domare da chiunque, sorretto da un continuo duello psicologico. In una narrazione in cui Serner si sente libero di adottare le sue nozioni filosofiche mediante uno stile sincopato, rapido e ricco di espressioni che procede per scene fulminee, anticipano quel rapido montaggio cinematografico e scardinano quelle forme sintattiche della letteratura tradizionale. Oggetto di critica, considerato oggi pietra miliare della letteratura espressionista e dadaista, capace di fotografare il vuoto esistenziale dell’Europa del primo dopoguerra, messo in scena dalle spietate e mitiche teorie filosofiche contenute in uno dei suoi celebri manifesti, laboratorio o fucina in cui tali istruzioni furono rivolte alla realtà. In un legame che si realizza mediante la figura del truffatore, incarnato nei protagonisti, che non agiscono dettati dal cuore o dai sentimenti quanto come recitando una parte, manipolando i sentimenti altrui per pura estetica del controllo. Fec, uomo dissoluto, rozzo e non arrivista, è dotato di una personalità che ama le comodità della vita, disilluso a non voler credere a niente o nessuno, un lupo solitario moralista che affronta e accetta l’illusorietà della vita con un sorriso beffardo. Bichette, invece, la tigre, è una perfetta truffatrice filosofica che in poche battiture diverrà prototipo del superamento di certe forze o barriere esterne nel non saper lasciarsi contagiare dal sentimento. In una Parigi a specchio, che riflette questo vuoto cosmico che abbaglia i personaggi, in un montaggio narrativo serrato e sincopato, in continui episodi eccitanti e frenetici che colmeranno questo silenzio nicciano che Serner aveva già teorizzato nel suo manifesto. In una filosofia del disinganno che si traduce in carne, sangue, bische e inganni.
Privo di una sua forma perché definito dallo stesso Serner come una rinuncia alla libertà, La tigre lascia un solco sull’anima e non sul cuore semplicemente nel suo vano tentativo di salvaguardarsi da ogni cosa, persino da se stessa. La guerra stessa era un escamotage per sfuggire alla noia, un vero e proprio spettacolo teatrale inscenato da diversi sudditi e che ritrae il mondo come una gigantesca truffa nel quale l’essere umano è un impostore. Una maschera i cui valori sono avulsi nelle menzogne, nelle calunnie, nell’impossibilità di scovare qualunque forma di redenzione o giudizio morale di cui Fec e Bichette non avranno alcuna concessione.
Questa stagione di cui parlo coincise con la stagione di aver potuto smantellare radicalmente quei miti borghesi, a partire dal feticcio amoroso romantico, pur di rivelare quei << bruschi >> effetti di cui fosse affetta una società teatro di azioni, apparenze e falsi miti. Il suo autore celebrò la libertà anarchica e immorale degli emarginati, così privo di redenzione e giudizio morale, riflettendo quella totale sfiducia nei valori occidentali che condusse il paese al collasso della prima guerra mondiale. Riducendo le relazioni umane a puro istinto, sopravvivenza ed esibendo ogni forma estetica che potesse rispondere al vuoto data dalla provocazione intellettuale, dal rifiuto dei confini linguistici e morali precostituiti.
Ispirato da scritti di forte satira sociale, La tigre è pregno di un pacifismo radicale e nichilistico che il suo autore, Walter Serner, attaccò duramente nel conflitto mondiale della prima guerra mondiale. Volgendosi ai governi nazionalisti, all’ipocrisia della classe europea borghese che sostenne un certo massacro al fronte. Boicottando la società borghese nella sua più rudimentale ascesa, volgendo una lucida analisi a quel niente che Nietche aveva analizzato e tematizzato in modo più profondo, in un’epoca in piena crisi di valori. Walter Serner volle svelare le ipocrisie che governavano il mondo occidentale così da raggiungere una nuova forma di emancipazione dai vincoli della società parigina.
Dal titolo di uno dei suoi più celebri manifesti, Lockerung, accosta il tema della liberazione, l’affrancamento dato alla borghesia non ottenne nient’altro che una mancanza di senso che tuttavia doveva reggersi su meri significati, nuove forme di rivoluzione nel quale l’arte, mediante l’uomo, si sarebbe impossessata di costui nel dare una forma ad ogni cosa. Vincolandolo a non poter essere libero, in una visione duplice di verità e falsità che riflettono la sua visione giovanile che postula una gnoseologia ( conoscenza ) del dubbio. Scrittori, intellettuali, sono specialisti del sapere e hanno il dovere se non il diritto di proteggere l’autonomia e il valore del proprio corpo d’azione dagli incompetenti e dai dilettanti. Sterner sceglie però di incarnare questa figura di dadaista, avventuriero dello spirito ed esteta del disincanto teorizzando la truffa come unica forma onesta in un mondo borghese intrinsecamente ipocrita.
La sua vita e La tigre divennero in Italia monumento di rifiuto radicale di ogni dogma e conformismo sociale. E pervaso da un profondo cinismo dadaista in cui l’idea d’amore che riporta la quarta di copertina non trapela in maniera così stucchevole e dolce, quanto descritta come una provocatoria indagine sull'anticonformismo sulla società intesa come teatro delle apparenze nel quale l’uomo è impossibilitato a comprendere o a capire ciò che vi è alle radici, sul fondo del desiderio umano, raffigura spietatamente, immoralmente e ironicamente una Parigi degli anni Venti filtrata attraverso la lente distruttiva dell’avanguardia. Divenendo quell’avventura imprescindibile nel quale i personaggi rifiutano di farsi domare da chiunque, sorretto da un continuo duello psicologico. In una narrazione in cui Serner si sente libero di adottare le sue nozioni filosofiche mediante uno stile sincopato, rapido e ricco di espressioni che procede per scene fulminee, anticipano quel rapido montaggio cinematografico e scardinano quelle forme sintattiche della letteratura tradizionale. Oggetto di critica, considerato oggi pietra miliare della letteratura espressionista e dadaista, capace di fotografare il vuoto esistenziale dell’Europa del primo dopoguerra, messo in scena dalle spietate e mitiche teorie filosofiche contenute in uno dei suoi celebri manifesti, laboratorio o fucina in cui tali istruzioni furono rivolte alla realtà. In un legame che si realizza mediante la figura del truffatore, incarnato nei protagonisti, che non agiscono dettati dal cuore o dai sentimenti quanto come recitando una parte, manipolando i sentimenti altrui per pura estetica del controllo. Fec, uomo dissoluto, rozzo e non arrivista, è dotato di una personalità che ama le comodità della vita, disilluso a non voler credere a niente o nessuno, un lupo solitario moralista che affronta e accetta l’illusorietà della vita con un sorriso beffardo. Bichette, invece, la tigre, è una perfetta truffatrice filosofica che in poche battiture diverrà prototipo del superamento di certe forze o barriere esterne nel non saper lasciarsi contagiare dal sentimento. In una Parigi a specchio, che riflette questo vuoto cosmico che abbaglia i personaggi, in un montaggio narrativo serrato e sincopato, in continui episodi eccitanti e frenetici che colmeranno questo silenzio nicciano che Serner aveva già teorizzato nel suo manifesto. In una filosofia del disinganno che si traduce in carne, sangue, bische e inganni.
Privo di una sua forma perché definito dallo stesso Serner come una rinuncia alla libertà, La tigre lascia un solco sull’anima e non sul cuore semplicemente nel suo vano tentativo di salvaguardarsi da ogni cosa, persino da se stessa. La guerra stessa era un escamotage per sfuggire alla noia, un vero e proprio spettacolo teatrale inscenato da diversi sudditi e che ritrae il mondo come una gigantesca truffa nel quale l’essere umano è un impostore. Una maschera i cui valori sono avulsi nelle menzogne, nelle calunnie, nell’impossibilità di scovare qualunque forma di redenzione o giudizio morale di cui Fec e Bichette non avranno alcuna concessione.
January 17, 2024
molto molto divertente
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