La storia di Elena, ragazza prima e donna poi, ruota intorno al cibo e alle privazioni che si impone, da anoressica e poi bulimica. Sullo sfondo scorrono veloci la scuola, lo sport e le altre passioni (la fisica, la musica classica, la lettura), persino la famiglia, le compagnie e le relazioni sentimentali. Quello che colpisce è che niente sembra essere più importante dei suoi rituali di controllo del corpo. Forse l'unico legame che scalfisce questa ossessione cieca, arrivando all'interno della torre d'avorio in cui si è confinata metaforicamente, risulta essere l'amicizia con Saverio. Un ragazzo diventato pelle e ossa, perché tiraneggiato da un altro mostro: la dipendenza dalla droga. Il romanzo si snoda dalla metà degli anni '70 a quella degli anni '90, e se la mancanza dei social e degli smartphone può farlo apparire "vintage" per le nuove generazioni, resta attuale il senso di smarrimento e solitudine della protagonista, le parole crude con cui descrive il procurarsi il vomito per non assimilare nulla oltre i 40 kg. La narrazione procede rapida, forse troppo, perché passiamo da una fase all'altra della vita di Elena (il liceo, l'esame di maturità, le estati al mare, l'università, il matrimonio etc...) empatizzando poco con chi la circonda. Sembrano tutte comparse, anche un pochino sbiadite, mentre questa malattia terribile, che parte dal di dentro, si impone sulla scena.