Letto d'un fiato.
La struttura è quella di un classico giallo: mistero, un protagonista che fa delle indagini, finale con risoluzione dell'enigma.
Il protagonista è un poliziotto disilluso, che fa bene il suo lavoro più per inerzia che per reale senso di giustizia. E' un uomo che non sembra sapere fare altro, che non ha una vita oltre il suo stesso lavoro. Fa un largo uso della violenza per ottenere informazioni, arrivando ad utilizzare anche metodi poco ortodossi: ma la violenza esercitata da Lopez non è mai sadica, non c'è compiacimento, anzi: c'è un che di doloroso, come se ogni pugno fosse una sconfitta in più e non un avanzamento nelle indagini. La sua è una violenza che si fa necessaria, inevitabile, anche se non desiderata né cercata. E' solo un mezzo per cercare di ripristinare un senso di ordine, che però sfugge.
Infatti, è un giallo che lascia l'amaro in bocca: sembra preannunciare chissà quale scoperta, ma in realtà a mostrarsi non è che l'eterna ambiguità umana, fatta di menzogne e segreti solo per aumentare il proprio potere. Quindi, non c'è la riaffermazione della giustizia, ma solo un ulteriore conferma che il mondo continuerà sempre nello stesso modo. Anche se il mistero scompare, questo serve soltanto a soddisfare la propria curiosità, non a cambiare le cose.
FINALE
C'è un gesto molto forte situato nelle ultime righe: Lopez chiede scusa ad una prostituta che precedentemente aveva picchiato per ottenere informazioni. E' come se l'unica cosa che restasse al poliziotto fosse quella di porre rimedio alle proprie azioni, visto che a quelle degli altri può solo partecipare come investigatore, senza però agire affinché la giustizia si ripristini. Ma, allo stesso tempo, è solo una parola: non cambia nulla, se non sottolineare il marcio del mondo in cui, anche se non lo si vuole, bisogna essere prepotenti per riuscire ad andare avanti.