“Lei voleva andare nel deserto perché cercava un nuovo ruolo, il suo vecchio ruolo era stato quello di un'osservatrice di ruoli; ora lei si proponeva di tentare il contrario, non di fare un ritratto, il che presupponeva un oggetto, bensì di ricostruire, di fabbricare l'oggetto del suo ritratto per poter creare un cumulo di fronde con foglie singole sparse attorno, ma non poteva sapere se le foglie che lei accumulava erano anche affini, anzi, se alla fin fine non stesse ritraendo se stessa, un'impresa che in realtà era folle, ma d'altra parte talmente folle da non essere folle, e le augurò tutta la fortuna possibile”.
Il racconto di Durrenmatt emerge lentamente in un paesaggio lunare: la storia non viene messa in scena, ma resa visibile. Le scelte narrative descrivono la molteplicità del reale e colgono la riproducibilità all'infinito di ogni irriducibile singola esperienza. In un giallo metafisico dove avvengono casuali scomparse, la morte che sta al centro della storia è soggettiva, riconosciuta e poi smentita e infine resta inspiegabile, non enumerabile, indecifrabile. I personaggi si muovono disperati e smarriti come tracce nel deserto, prigionieri del tempo, in caduta libera in un vortice di astrazioni e delitti. Noi lettori non possiamo gettare lo sguardo altrove, oltre la nostra percezione, siamo dentro un labirinto di limitatezza, ogni nostro gesto è condannato alla ripetizione. Mentre veniamo presi nel circuito cacciatore cacciato, nella rete osservatore osservato, l'idea di poter vivere in prima persona, di essere protagonisti della nostra vita, si rivela una pura illusione, una finzione necessaria, un'inevitabile menzogna. Spaventati dall'oscurità, abbiamo armato la terra e ora l'oscurità ci osserva, come l'ombra del nostro corpo sconfitto, l'immagine riflessa delle nostre paure più profonde e della nostra invincibile ira.
“Era uno Dio caduto, il suo posto l'aveva preso un computer osservato da un altro computer, un Dio osservava l'altro, il mondo ruotava verso la propria origine”.