In a painfully honest memoir, Robert Maxwell's wife speaks openly for the first time since his death, revealing the joys and tragedies they shared and her efforts to build a life of her own. 50,000 first printing. $50,000 ad/promo.
Impressionata dal documentario su Jeffrey Epstein visto su Netflix, ho voluto saperne di più sulla sua compagna, Ghislaine Maxwell, l’ultima nata della grande famiglia di Bob Maxwell. Non ricordo di come io sia finita sul libro di sua madre Elisabeth, ma probabilmente è stato perché avevo letto da qualche parte che parlando di Ghislaine, si fosse fatto accenno ai suoi genitori, a quel suo padre-despota, Bob Maxwell e a come persino la madre avesse fatto fatica a restare affianco a questo marito così celebre ma così difficile nel privato (ci resterà insieme comunque per quasi mezzo secolo). Altrettanto probabilmente ho deciso di acquistare questo libro perché mi sono illusa di capire meglio come possano crearsi dei mostri come Ghislaine, se, come e in quale quantità la famiglia incida sulla creazione di una persona, nella speranza che la terribile definizione di Anna Harendt, “la banalità del male” non fosse poi così crudelmente vera, a partire dalla sua semplicità. Sebbene ci siano in commercio diverse biografie di Bob Maxwell, forse quella dalla madre avrebbe fornito un quadro della famiglia meno plasmato dalla stampa. L’autobiografia di Betty, che per altro aveva avuto legami e conoscenze con la stampa da una vita intera causa il lavoro del suo ex marito (sebbene Bob si occupasse di pubblicazioni scientifiche) purtroppo non ha comunque potuto godere di un redattore professionista e il risultato non è un gran che dal punto di vista stilistico: la suddivisione dei capitoli (molto lunghi) non è chiara (sono divisi per anni? Per decenni? Per quinquenni? Per tematiche? Per cosa?); l’impostazione è andata completamente fuori tema rispetto al titolo, perché non si fa altro che parlare di Bob Maxwell e del suo intensissimo business (in cui Elisabeth era pesantemente coinvolta, in qualità di “entertainer” anche se oggi credo si potrebbe definire “public relations” sebbene fosse definita semplicemente come una “casalinga”); infine la narrazione, lunga ben 500 pagine, scritte molto in piccolo, risulta un elenco di nomi di celebrità, incontrati per via tramite le attività del marito, inserite nelle intricate operazioni di business dell’onnipresente Bob. Quello che invece mi aspettavo da questo scritto era un’analisi della sua vita, di Betty, dei suoi pensieri riguardo al suo percorso – del resto, come da titolo. Invece purtroppo Elisabeth, eternamente imprigionata nel ruolo di personal assistant del suo ex marito fatica ad uscire da questo ruolo; inoltre la sua religione protestante, che vede nel lavoro e nell’impegno quotidiano IL modo degno di vivere questa vita, non credo l’abbia aiutata all’autoanalisi. Madre di nove figli (di cui purtroppo due morti giovani), rigorosamente inviati nelle boarding school così che lei potesse continuare ad occuparsi della casa (23 stanze), del personale, delle public relations, dei ricevimenti ed infine (o forse dovrei dire: soprattutto) di Bob, maniaco della perfezione, ad essi Betty non dedica che pochissime righe. Alla difficilissima relazione coll’ex marito e alla sua progressiva comprensione di essere sfruttata fino al midollo (non credo con cattiveria, ma semplicemente perché era dato per scontato) senza alcuna riconoscenza che l’ha portata dopo quasi mezzo secolo di matrimonio a chiedere la separazione, ci sono pochi paragrafi. Tuttavia, va detto, pregnanti. Ed è un vero peccato perché la vita di Elisabeth Maxwell serba invece un enorme potenziale di riflessione per tante altre donne, soprattutto quelle che si impegnano tantissimo in un matrimonio, che credono nella promessa fatta ma che si ritrovano davanti ad una realtà che oggi, grazie alla piccola parte sana del femminismo è inaccettabile perché avvilente e fuori tempo. Pur tuttavia elaborare la separazione ed il percorso che ci porta a questa decisione è oltremodo amarissimo da accettare perché così facendo si mette in questione il senso di tanta vita e di tanti anni vissuti intensamente per gli altri, marito e figli, e che se si vuole interrompere richiede imperativamente la risposta a domande cruciali: a cosa è servito? Chi sono stata io? Qual è stata la mia identità, la mia utilità, il mio senso su questa terra? Betty Maxwell accetterà la sfida, ritornerà a studiare, conoscerà l’ostracismo, montagne di debiti e la pressione degli scandali, ma non si sottrarrà mai al suo nuovo destino: questo me l’ha fatta ammirare anche se purtroppo lo si può solo intuire tra le righe. Per questo, anche se il libro non lo consiglierei a nessuno, provo molta simpatia, comprensione e rispetto per Elisabeth Maxwell. Da madre a madre, mi dispiace terribilmente che sua figlia Ghislaine si sia trasformata in quel modo orribile, ma non è stata responsabilità sua, di Betty perché siamo quello che siamo: quello era evidentemente il percorso di Ghislaine, che non è stato quello dei suoi altri sei fratelli, cresciuti nella stessa famiglia.