La guerra è finita da poco e tutte le possibilità sembrano aperte per un ragazzo di provincia brillante e desideroso di dedicarsi al "Lavoro culturale": il suo apprendistato è un vagabondaggio scapigliato fra cineclub e circoli culturali scalcagnati, dove si sviscerano problemi, si pongono istanze, si progettano saggi imprescindibili. Si creano, insomma, le basi per un futuro migliore. Ma per realizzarlo, quel futuro, tocca andare a costruirlo là dove tutto succede, dove le cose si fanno. Ecco quindi, nell’"Integrazione", il provinciale giungere a Milano insieme al fratello. È il momento dell’incontro con la cultura che si fa industria, e con la sua tutt’altro che splendida realtà: riunioni, discussioni, nevrosi, “un lavorìo continuo, intorcinato, che sembra tornare sempre al punto di partenza”, rappresentazione plastica, spiega Francesco Piccolo, “della vita (sprecata) degli intellettuali”. E allora dell’entusiasmo iniziale non restano che frustrazione e risentimento, una delusione rabbiosa che si vorrebbe manifestare con un gesto distruttivo ed un atto di ribellione vera, come quello progettato dall’io narrante della "Vita agra", estremo tentativo di non rinunciare alla purezza dei propri ideali. Ruvida, a tratti profondamente amara, ma sempre sostenuta da una giocosità irresistibile e da una fulminante ironia che mette alla berlina tutte le contraddizioni del miracolo economico in chiave culturale, la "Trilogia della rabbia" è il capolavoro di Luciano Bianciardi.
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971) è stato uno scrittore, giornalista, traduttore, bibliotecario, attivista e critico televisivo italiano. Contribuì significativamente al fermento culturale italiano nel dopoguerra, collaborando attivamente con varie case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso l'establishment culturale, a cui peraltro apparteneva, e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico, tanto che alla finzione narrativa si mescolano spesso brani saggistici che sfociano sovente nella sociologia. Legato per formazione e per scelta a tematiche classiste e libertarie, avrebbe dato all'impegno letterario il senso di un diretto engagement civile, concependo l'attività culturale come strumento di denuncia e di presa di coscienza, ma anche come intervento direttamente e immediatamente militante.
Mentre scrive Bianciardi decide di dare un nome e di definire ciò che sta scrivendo e usa queste parole: cartella clinica di una nevrosi. In questa sorta di trilogia evolutiva si assiste alla nascita di questa nevrosi. La rabbia di Luciano Bianchi, alter ego di Bianciardi stesso, è un fuoco che non brucia mai, è l’illusione della grande città, la fuga dalla provincia che si scontra con la disillusione di un progresso che è diventato una trappola, che ha dimenticato l’uomo e l’ha scambiato col denaro, con l’ossessione della produzione e lo sfruttamento. È la maledetta speranza che non si concretizza mai, è la morte sul lavoro. Nel ‘54 assiste impotente all’esplosione della miniera di Ribolla nell’indifferenza totale di chi sapeva di star mandando a morire i lavoratori. Luciano non ha voglia di piangere i morti e gli oppressi nel totale disinteresse di un intero sistema corrotto che ha deciso che le vite di alcuni valgono di meno di qualche tonnellata di lignite estratta. No, lui vuole l’esplosione vendicativa, rivelatore di quello che sarà il famosissimo bombarolo deandreiano, vuol far saltare in aria quei torracchioni, sede e scudo del padrone, dell’oppressione e dell’ingiustizia. Ma appena si avvicina all’aria grigia e putrefatta di Milano i suoi propositi diventano nebbia che si mischia alla fuliggine della città. L’anarchico diventa ingranaggio e il desiderio di tritolo diventano venti cartelle da tradurre al giorno per riuscire a comprare da mangiare. E di quella rabbia, che non riesce mai ad affermarsi, rimarrà solo il disincanto di una misera vita agra.
Trilogia della rabbia si rivela quindi essere una pagina di diario, un’autobiografia, una confessione, un manifesto. Lo stile è informale e colloquiale, ma preciso e tecnico quando necessario, con i termini che Luciano ha rubato al linguaggio operaio e mineriario. È ironico ed epanalettico. È vero. È attuale. È critico e radicale. Qui Bianciardi anticipa le ipocrisie e le idiosincrasie della sinistra italiana, con un richiamo al desiderio di un movimento più sociale e più umano, di concreto cambiamento.
Bianciardi negli anni 60 aveva già capito che il vero successo del padrone è stato convincerci che noi volessimo fare il suo gioco, a vederlo come modello da seguire invece che come modello da superare, ci ha portato all’indifferenza verso quelli come noi con la promessa che così saremmo arrivati lì in alto, dove sta lui, nel torracchione. E noi abbiamo ceduto alla promessa della città grigia che odora di fuliggine, siamo diventati polvere distratta, abbiamo smesso di camminare e di leggere il giornale.
Con questa trilogia, Bianciardi ha risposto a quasi tutte le domande che mi sono posta sulla mia vita da trentenne(ish) spiantata, di provincia, col lavoro intellettuale pagato a sufficienza e un tetto di cristallo sulla testa da rompere a forza.
La rabbia, che secondo me non è rabbia, ma una rassegnazione piena di disprezzo, quella rabbia la conosciamo tutti benissimo, noi Millennials messi all'angolo.
Bianciardi mi (ci) ha spiegato, senza saperlo, che non cambia mai niente se non cambia il sistema, ma il sistema è una macchina che non si ferma e anzi travolge, e a volte non resta accettarlo questo, e cioè farsi travolgere, e lasciare che ai piani alti («al Torracchione», insomma) si consumino da soli.
Mi ero ripromesso da tempo di leggere Bianciardi ed è stato un piacere sottile quello di leggere questa "Trilogia della rabbia", dove la rabbia non è sottile, ma pervasiva ed espressa. C'è una vera magia nel percorso intellettuale e vitale dell'autore, che riesce a distanza di più di 60 anni a descrivere, quasi senza volerlo, anche l'Italia odierna. "Il lavoro culturale-L'integrazione-La vita agra" fanno un gran bene con la loro informalità, che combatte la logica di tanti romanzi ingessati che latitano sui contenuti e si ingolfano sulle forme.
Tre libri in uno dedicati alla vita di un intellettuale nell’Italia del dopoguerra e del boom economico che si allontana dalla provincia per cercare fortuna nella grande città.
A metà tra la biografia e il romanzo di formazione, Bianciardi racconta con lucidità un’Italia che cambia: quella gretta e misera della provincia, quella alienata e crudele della città, popolata da un circo di mezzi pensatori, politicanti e opportunisti, operai e miserabili.
Si meriterebbe un voto più alto perché è una lettura che offre infiniti piani di lettura e rilettura critica, ma non è quello che volevo leggere in questo momento ed è stato abbastanza faticoso da finire.
Ristampati con un nuova edizione e prefazione impeccabile di Francesco Piccolo, Il lavoro culturale, L'integrazione e La vita agra si leggono in sequenza anzi tutto di un fiato e definiscono il percorso di Bianciardi: dalla provincia alla Milano della casa editrice del Giaguaro Feltrinelli e delle scelte libere dell'intellettuale che riflette sul boom economico e sulla impossibilità di ritrovare una nuova resistenza al profitto esistenziale. Scorrono indimenticabili ritratti di provincia, eruditi e cinefili, biblioteche e passeggiate lungo il corso grossetano; ambienti editoriali e di lavoro spietati affollati di segretarie e galoppini nella grande capitale economica; pittori, artisti, pelotari e tafanatori, traduttori e treni del sonno e tram di segretariette secche in cui importante è fare polvere, marcare a uomo ed evitare di essere travolti dal ritmo della folla impegnata a far la grana e a spendere i danè. Nebbie latterie periferia e dropout osterie sono accessori non eludibili del racconto del grande anarchico e romantico Bianciardi Luciano. Post scriptum: tra l'altro un grande scrittore, nel senso tecnico dello stile.
Una lettura godibilissima, ironica e dissacrante. La mano capace dell'autore sbircia sotto al velo del conformismo culturale e dei miti del progesso, consegnandoci una cronaca sarcastica e dissacrante del neo proletariato cui molti sono condannati