Born at Sebenico (Šibenik), which was in quick succession under Venetian, Napoleonic and Habsburg domain, Tommaseo was culturally and ethnically Italian, but expressed also genuine interest in the Illyrian popular culture. His education, pursued at Split/Spalato, was a humanistic one with a sound Catholic basis.
He moved to Italy to graduate in law at the University of Padua in 1822. He then spent several years as a journalist roving between Padua and Milan, where he came in contact with Alessandro Manzoni and Antonio Rosmini-Serbati. In this period of life he began his collaboration in the Antologia of Giovan Pietro Vieusseux, founder of the Gabinetto Vieusseux, the reading room and intellectual centre in Florence. He also corresponded with Petar II Petrović Njegoš of Montenegro and Medo Pucić.
Having moved to Florence in the autumn of 1827, he became a friend of Gino Capponi and soon became one of the important voices in the Antologia. In 1830 appeared the Nuovo Dizionario de' Sinonimi della lingua italiana which confirmed his public reputation. Following the protests of the Austrian government against an article defending the Greek revolution that resulted in the closure of the journal in which he was publishing, he sought voluntary exile in Paris.
During his years in Paris he published the political work Dell'Italia (1835), the volume of verses, Confessioni (1836), the historical fiction Il Duca di Atene[1] (1837), a commentary on the Divine Comedy[2] (1837), and his Memorie Poetiche (1838).
From Paris he moved to Corsica, where with the support and collaboration of the magistrate and essayist of Bastia, Salvatore Viale, he worked to compile the copious Italian oral traditions of the island, where he claimed to find the purest Italian dialect in the book Canti populari: Canti Corsi.[3]
In Venice he published the first two installments of his novel Fede e Bellezza, praised today as an early example of the psychological novel. His anthology of popular songs, Canti popolari italiani, corsi, illirici, greci (1841) and the Scintille/Iskrice (1842) are rare examples of a metropolitan culture above nationalism.
In 1847 he returned to the journalistic forum, and as an outspoken defender of liberalizing laws for a wholly free press was arrested, causing a scandal: he was freed during the liberal revolution headed by Daniele Manin and assumed responsibilities in the briefly renewed Venetian Republic, which cost him an exile (because accused of Italian irredentist) in Corfù when Habsburg control was reasserted over Lombardy-Venetia. In Corfù, with his eyesight failing, he nevertheless managed to write numerous essays, among which, in Rome et le monde[4] (written in French), he declared, as a good Catholic, the necessity of the Church's relinquishing temporal power in the Papal States. In this time he abandoned his hopes for the "moderate" road to the Unification of Italy through the House of Savoy.
In 1854, with his sight ever more compromised, he moved to Turin (1854), then once again to Florence (1859), where he took a villa at Settignano. His opposition to the House of Savoy made him refuse all honours, including a seat in the Senate. In his final years he devoted himself to the weighty dictionary of the Italian language, in seven volumes, which was completed in 1874, after his death.
"Sull’alba si partì per Aiaccio. Com’è fuggevol cosa in cuor giovanetto il dolore! Quella novità del cammino, que’ poggi che l’un sull’altro si rizzano o si riposano, e dopo molto addossarsi e ondeggiare si confondono a’ fianchi alteri del monte da cui paiono usciti; le vallette che in fondo al verde, giù in fondo, mostrano il biancheggiar de’ villaggi; le tenui acque stillanti; e la selva di Vizzavona che sale con le grandi orme e scende pe’ fianchi della forte montagna, e gode vestirli dell’ampie ombre de’ frassini o delle spesse e diritte cime de’ pini, mi distraevano malcontenta da’ miei dolci pensieri." (Lib. I, pp. 15-16)
"Faceva pratica di medicina in Firenze: sempre buono, e innamorato delle lettere più generose e più pure. Quando l’incontrai e’ leggeva il Manzoni. Veggo ancora l’albero presso il quale l’abbracciai, sento il tremito della pura sua voce. Il vederlo rinnovellava d’antiche dolcezze l’anima mia." (Lib. I, p. 66)
"Io, distaccatomi da quegli amplessi, me n’andavo a leggere Bartolomeo frate da san Concordio, e notare i suoi modi, e inzepparli nella mia prosa amorosa. Della qual prosa amorosa leggevo all’idolo mio qualcosa." (Lib. II, pp. 95-96)
"Baia presso Lussino, 1833. La spiaggia pietrosa e deserta, e senza il concento dell’onde; i poggi erti senza grandezza, senz’orrore disameni: barchetti fradici di pesci saltellanti, e orridi delle branche tenaci delle ariuste ammontate: bonaccia torba, pioggia tediosa. Oh potessi ora, superando quel sentiero tristo, giunto in cima, vedere non la terricciuola di Lussino, ma, seduta nella ricca pianura, te, madre d’anime sincere. Milano! E scendere nell’ampie tue vie, e rivedere gli aspetti noti; e ragionando rifare il passato, e domandare e rispondere e fare scuse." (Lib. II, pp. 99-100)
"Sulla spiaggia di Corsica, che più vicina si stende all’Italia, sentiste mai imperversare con fischi a mille ricrescenti e con buffi profondi quasi tuono, il libeccio; e il lungo fiotto frangersi molto sonante, e le macchie stridere per l’incendio che corre quasi drago immenso portato dal vento, e una nube tra cinerea e rossigna sedersi grave sulle spalle de’ monti? Ma i voraci impeti dell’aria quasi in un subito cadono; e il sole signoreggia beato l’ampio sereno; e i colli ridono nell’azzurro quieto che dal bruno di quelli par fatto più limpido; e il cielo e la terra, memori del passato scompiglio, paiono, ricreati, congratulare alla mutua bellezza." (Lib. IV, p. 222)
"La sera, inginocchiati alla sponda del letto, pregarono alla madre della gran Vittima, all’apostolo amico di Gesù, banditore degno del nuovo amore: e Giovanni disse così: «Dateci, o Dio, gioie pure, dolori sopportabili, amore paziente, lieta e forte concordia nel bene. Datemi un pane per lei. Se destinato a esser padre, donatemi vita e virtù da educare i miei figli. Se i giorni a me numerati son brevi, nelle vostre mani raccomando, Signore, questa ch’è omai tanta parte dell’anima mia. Con l’esempio e con la parola dateci di consolare e nobilitare l’anime de’ fratelli. Insegnatemi ad espiare le colpe mie tante, che non ricadano sulla povera famiglia mia. Perdonatemi. Benediteci. In voi temendo esultiamo: in voi, lieti od afflitti, riposeremo»." (Lib. IV, pp. 226-227)
"In Corsica ripres’egli di lena gli svariati suoi studii: ché da un concetto filosofico gli era sollievo passare a una distinzione di vocaboli affini, e da un frammento di storia a una varia lezione di codice antico, e da un padre della Chiesa a una locuzione mancante alla Crusca. Scriveva una preghiera a Dio, e un ragionamento sul bello; da un discorso politico correva a un frammento di Saffo, da una lettera teologica a un’ode. Il medio evo buio e possente, e il suo secolo molle e con lampioni a gasse; i sonanti numeri latini e i rotti accenti francesi; i vecchi volumi in foglio e i giornaletti leggieri; una scena di dramma e una citazione erudita; un disegno d’alta educazione e un articolo teatrale; un versetto dell’Apocalisse e un capitolo di romanzo. E correggere scritti proprii ed altrui; e scriver lettere, e migliorare con esercizii di bambino la sua mano di scritto; e memorie della sua vita, e disegni di libri avvenire; e traduzioni e commenti ed epigrammi: la natura e l’arte, le donne ed il popolo, la terra e il cielo. Ma gli doleva non poter ne’ viaggi diversi prendere piena esperienza d’uomini varii e di cose, non potere le membra sue flettere a violenti esercizii, essere delle scienze de’ corpi quasi digiuno, non poter navigare sicuro per tutto l’oceano della storia, non poter tentare le affannose dolcezze della pratica vita. Di che la colpa, parte sua, parte era de’ tempi." (Lib. V, pp. 249-251)
"Era l’autunno del trentasette: ed egli rivedeva per l’ultima volta i luoghi già divenutigli cari, e il mare, sua uggia un tempo, or amico. Il sole, a quella stagione sereno e tiepido, lascia nella sua via un puro e caldo candore, il qual posa sull’azzurro splendente del mare, e sull’aria che s’inzaffira più viva, e più sale e più azzurreggia, quasi per accordarsi col verde de’ monti. Le cime de’ quali o gemmanti del ghiaccio perenne, o biancheggianti pei massi ignudi, il celestino soprastante fanno balzare più gaio. Una pace luminosa è diffusa sulla terra, sull’acque: ma, nella pace, una vita possente par che s’affretti a correre invisibile dalla valle al poggio, dal poggio alla valle. Il mare ora puro, mostra le pietruzze del fondo, e rende intatte le forme delle case biancheggianti, degli alberi radi, immoti: or si frange tra gli scogli a fior d’acqua, e con più lento rumore si distende sul lido. La luna solitaria illumina di più larga luce le onde dilatate nel frangersi, e le nubi lontane tinge di bianco rossigno simile al color dell’occaso." (Lib. V, pp. 260-261)
"A’ fanciulli s’affezionava; e di loro studiava il linguaggio, sapiente del vero, e fiorente di poetica vita; studiava le fronti, e il sorridere, e i segni dell’affetto: e queglino cominciavano affezionarsi a lui; ond’egli era lieto come d’amore riamato. Si sentiva ad essi, più che padre, fratello: perché la sua gioventù gli era passata sì mesta ch’e’ non poteva risolversi a guardarla come tutta finita: e tuttavia si sentiva nell’anima or gl’impeti allegri dell’adolescenza, ora l’inesperta affezionabilità del fanciullo. Ogni segno della benevolenza loro e’ raccoglieva con sollecitudine lieta; e temeva di non corrispondere assai cordialmente: troppo già pentito della freddezza non disdegnosa ma spensierata con la quale aveva altre volte ricevuto il proffertogli affetto." (Lib. V, pp. 274-275)
"Eravamo un giorno a Clisson, ameno luogo d’acque e d’ombre e di trarotti declivi, dove i massi vedi biancheggiare fitti di fiorellini che alle vene del sasso affidano la radice gracile, e vivono succiando aria e luce dai petali pallidetti; e sul fiume qua bruno là scintillante galleggiano le larghe foglie del nenufar, e gli alberi pendenti par si rovescino sitibondi nell’acqua che lambe i rami commossi dal vento." (Lib. V, pp. 282-283)
Finalmente ho letto Fede e bellezza! Involontariamente postmoderno, scritto tra il 1838 e il 1839 in Corsica, pubblicato nel 1840 a Venezia, nel romanzo si sostiene che: - l'inverno parigino è interminabile e piovoso; - il caffè latte è ivi chiamato latte; - i provenzali parlano un francese diverso e assomigliano di più agli italiani. C'è l'inevitabile dibattito sulla lingua, m'è garbato un monte il vernacolo toscano adoperato.
Al di là delle difficoltà linguistiche (Tommaseo era nel dibattito sulla lingua un sostenitore dell'italiano puro del '300 e la lingua del romanzo è molto costruita letterariamente) resta un testo interessante, soprattutto perché i due protagonisti: Giovanni un esule italiano a Parigi e Maria, una ragazza che vive con la zia che l'ha spinta per interesse tra le braccia di un nobile russo, sono due naufraghi che si aggrappano l'uno all'altro.