Malavacata, anno 1927. In quel pezzo sperduto di Sicilia, lontano dal mare ma ugualmente florido di grano, ulivi e vigne, arriva il dottore Giustino Salonia, medico condotto. E il suo studio diventa il cuore attorno a cui si muove l’intera comunità: una ragazza che rischia di morire per un aborto illegale; il saggio Mimì, che si oppone alle nuove coltivazioni promosse dall’Istituto del grano; il federale, ricco proprietario terriero che si approfitta dei finanziamenti pubblici; Ignazio, il sensale velenoso. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il tempo governato dagli uomini – costretti a partire per il fronte – cede il passo al tempo delle donne. Dalla fine degli anni venti alla caduta di Mussolini, Giuseppina Torregrossa dà vita con il suo stile inconfondibile, sapido, sensuale e arguto, alla saga di tutto un paese attraverso le sue ferite, i segreti, le amicizie, i conflitti e gli amori.
È il primo libro di Giuseppina Torregrossa che leggo e questa scrittrice è stata per me una bella scoperta.
"Al contrario" è ambientato in Sicilia, negli anni che vanno dal 1927 al 1943. La scrittura è molto scorrevole e la figura del protagonista, il dottor Giustino Salonia, che da Palermo arriva a Malavacata, è al quanto singolare.
Giustino scoprirà di essere fatto al contrario: “Situs inversus,” rispose sibillino. Lei gli lanciò uno sguardo preoccupato. “È grave?” “Sono fatto al contrario,” aggiunse Giustino. Gilda si mise a ridere. “Questo lo sapevo già.” Il dottore allora si infuriò. “Possibile che nessuno di voi mi prenda mai sul serio? Guarda che è una anomalia grave. Se faccio le cose al contrario di quello che penso è colpa del cuore, perciò da oggi che nessuno di voi venga più a criticarmi o a chiedermi giustificazioni. Io sono malato e basta.”
L'ironia pungente di questo medico di campagna, che si scontra con quella che pensava essere la realtà a lui più congeniale, mi ha fatta sorridere in più punti.
Questo è un libro che vuole riscattare le donne di quel periodo, vero perno della famiglia: queste donne passano da custodi del focolare domestico a forza motrice della vita del paese. Infatti, quando Mussolini chiama al fronte tutti gli uomini, le donne, rimaste sole, fanno fronte comune e da succubi degli uomini diventano padrone della propria vita e di quelle dei propri figli.
“Ti invito a resistere e a mettere da parte l’orgoglio. Cerca aiuto in quelli che hai vicino: calati junco, Nennella, ché quelli tutto d’un pezzo fanno la fine del cristallo: si rompono. Non ho soldi miei, lo sai, e tuo padre, se in tempo di pace era di manica stretta, in tempo di guerra ha chiuso del tutto i rubinetti, perciò posso aiutarti solo con qualche consiglio. Non tornare a casa, sarebbe una sconfitta per entrambe. Completa gli studi e costruisci il tuo avvenire. I soldi sono molto importanti per essere felice e avere dignità. Dio non voglia che tu faccia la mia fine: sono di nuovo incinta, regalo di tuo padre prima di partire volontario per la guerra. Speriamo che sia maschio, è l’ultima mia speranza. Ma per te è diverso, hai la vita davanti, devi farti spazio. Perciò studia, studia, studia, e attenta agli uomini, scappa da loro. Anche tu ti sposerai, ma prima l’indipendenza economica”.”
Giuseppina Torregrossa ricorre in più punti all'uso del siciliano e questo rende il romanzo ancora più realistico e al tempo stesso avvincente. Non solo. Penso che l'uso del siciliano conferisca sia alla storia sia ai personaggi una forza che con l'uso solo dell'italiano non avrebbero: “Nel magazzino si fece silenzio e Gilda ne approfittò per mediare: “Sentite, le olive si marciscono con la pioggia, non perdiamo tempo, raccogliamole, facciamo l’olio e poi si vede. Tanto d’inverno la campagna riposa. Se in primavera la guerra sarà finita, allora tuttu buono e binidittu; sennò, come finisci si cunta.”
Davvero un bel romanzo, che merita di essere letto.
Una storia bella, scritta molto bene. L’Italia rurale che ormai non esiste più, l’impossibilità di un mondo solo al maschile o solo al femminile e la dolorosa incapacità di capirsi che non impedisce di amarsi. Iniziato per curiosità, una piacevole scoperta
Al contrario era fatto il burbero medico di uno sperduto paesino siciliano dall'improbabile nome di Malavacata. In realtà protagoniste di questo romanzo sono le donne: povere, maltrattate, sfruttate, sporche, puzzolenti, malate, sfatte, piene di figli e allo stesso tempo forti, tenaci, coraggiose, intelligenti, bellissime. L'autrice sembra accarezzarle tutte nel raccontare le loro semplici storie. Fa da sfondo il ventennio fascista che culminerà nella seconda guerra mondiale e l'inizio del tempo governato dalle donne. Da sempre impegnata per le donne, Giuseppina Torregrossa mescola sapientemente italiano e dialetto siciliano, in alcune scene di vita quotidiana commoventi e comiche insieme.
Bel romanzo che si può anche definire storico. La Sicilia contadina a cavallo della II guerra mondiale che ha come centro della storia la famiglia del medico condotto. Intorno a loro tutti i personaggi minori del libro si alternano con le loro storie personali. Ben scritto e di facile lettura
Leggendo il libro si può trarre molti spunti del perché. Uno su tutti è il carattere molto lunatico del dottore Giustino Salonia. Appena sveglio poteva essere sereno, poi dopo poco aveva degli atteggiamenti poco educati. Altro motivo che riempie un intero capitolo un pochino stiracchiato è il Situs Inversus, ossia avere il cuore a destra. Per terminare, l’ultima ipotesi è che per molti capitoli, anche se il libro è narrato in terza persona, a parlare è sempre il dottore. Poi, quando sono chiamati in guerra, a parlare sono le donne. Infatti si trova un sottotitolo a metà libri che dice “Il tempo delle donne”. Poi i pov, sempre in terza persona, sono quelle femmine, figli, figlie, amanti rimaste in paese.
C’è equilibrio tra prosa e dialoghi. Questi ultimi sono in siciliano, io che capisco poco i dialetti ho faticato parecchio a intuire cosa dicevano i protagonisti. Non ho trovato nessuna nota, nulla. Mi sono persa molte sfumature, non afferrando fino in fondo cosa si dicevano gli attori.
La potenza dell’autrice affonda delle viscere di quella terra la sua, perché ne conosce le abitudini, raccontatele dal nonno, medico anche lui. Narra di uomini che pensano solo al lavoro, a bere e come svago a gravidare le donne, non sempre le proprie, a volte anche delle giovani fanciulle che poi perdevano l’onorabilità e la possibilità di maritarsi.
Poi la Torregrossa, visto il periodo inserito, ha fatto partire tutti gli uomini per la guerra. Ora la penna cambia perché sono solo le voci delle donne che iniziano a gravitare intorno ad un paese spoglio di calzoni ma abitato esclusivamente da femmine e bambini. Siamo nel 1940 e in quell’angolo di mondo, se non si lavora la terra, nessuno mangia più, allora con costanza la moglie del dottore Gilda, che ha già all’attivo tre figli e in arrivo un quarto dà vita alla comunità in gonnella incitando le altre donne a uscire di casa a prendere in mano la situazione, altrimenti i campi si sarebbero impoveriti, le piante sarebbero morte, gli orti rimasti brulli e gli animali avrebbero prolificato senza dare carne. L’autrice scava nell’animo femminile traendone, sensibilità, cuore, forza e coesione.
Alcune frasi:
pag 154 Era questa una monaca di casa, dall’andatura incerta a ogni passo si piegava da un lato e dall’altro come una barca tre le onde . Pag. 186 Palermo. Le donne sapevano di rosa e ancheggiavano nei loro vestiti alla moda
Questo libro acquistato al Salone del Libro più per un caso che per una fondata ragione, mi ha riservato una piacevole sorpresa: intrigante, scorrevole (malgrado le molte citazioni dialettali siciliane), con accurata descrizione dei luoghi tanto da farteli "vedere" come reali. Il dottore suscita in modo ambivalente odio e speranza di riscatto... Direi sino alla fine del libro. La vera forza invece sono le donne; sono loro che riscattano la loro vita, la loro dignità, le loro abilità sopite e oppresse da un mondo maschilista; sono loro che scandiscono il quotidiano e lo trasformano in positivo anche attraverso errori o orrori. Insomma un libro che si fa leggere quasi con voracità.
Una lettura piacevolissima, vivida e coinvolgente. Anche squisitamente (e amaramente) ironica.
Un abilissimo connubio tra due storie. Da un lato quella d'Italia in tempi di guerra e Fascismo, raccontata con tono schietto ed essenziale, senza eccessiva dovizia di particolari. Dall'altro quelle travagliate (alcune davvero appassionanti) di personaggi iconici in un dimenticato povero borgo siciliano, tra rassegnazione e patriarcato, voglia di rinascita e peccatuzzi.
Un narratore (Davide Marzi) perfettamente calato nella parte, con ottima padronanza dei vari gerghi ed intercalari siculi. Ascoltarlo è stato sia estremamente piacevole che spassoso.
Che dire? Giustino, il "protagonista" è un personaggio odioso, senza pregi e con mille difetti, ma la narrazione è così travolgente da trascinarti pagina dopo pagina fino alla fine. La Sicilia è ovunque, nel linguaggio dei meravigliosi e coloriti personaggi di questa storia e nell'ambiente che li circonda, e di questi non potrei essere più felice. L'autrice è una narratrice meravigliosa e ho già acquistato altri dei suoi libri. Non vedo l'ora di entrare ancora nella sua Sicilia!
Un solo appunto per la Feltrinelli: a fare le copertine non siete capaci. Questa è completamente fuori tema.
Un po' si racconta la storia attraverso le vite di un paese, quasi completamente avulso da essa. Un po' si raccontano gli intrecci di vite comuni nella prima metà del '900. I personaggi vividi riportano il lettore ai valori della vita comunitaria. Protagonista del libro: la vita umana nella sua amarezza e nella sua bellezza, presente anche quando non si sviluppa come avremmo voluto.
Mi aspettavo altro da questo libro. In generale non mi è dispiaciuto però ho trovato la maggior parte del libro ripetitiva e un po’ sconnessa. La parte che ho apprezzato di più è sicuramente l’ultima, soprattutto da quando le donne “prendono il controllo” fino alla fine e mi sarebbe piaciuto che il libro si fosse concentrato più su questo, che trovo innovativo e interessante.
Questa autrice mi piace, riesce a descrivere luoghi e personaggi in maniera realistica , “ vera”. In questo libro però troppe parole in dialetto, capisco che il linguaggio aiuti a rendere bene epoca, posti e persone, ma lo avrei limitato un po’ di più.
Un romanzo “Al contrario” dove trovano spazio personaggi semplici, nessun eroe, una realtà rurale molto essenziale, un linguaggio diretto e spontaneo, niente fronzoli. Non siamo in presenza dell’autore d’élite che scrive con distaccata ironia dei vizi e delle virtù del popolo, ma di una autrice che ci narra in presa diretta una storia che ha tutte le caratteristiche per potersi percepire come vera, pur essendo pura fiction. La Torregrossa arriva anche a usare la lingua siciliana fuori dai dialoghi tra i personaggi, spingendo forse un po’ troppo oltre i limiti la partecipazione della voce narrante, comunque mettendo in atto una scelta molto coraggiosa. A tratti viene un po’ meno la tensione narrativa, come d’altro canto può accadere quando si segue la trama degli alti e bassi delle vicende del quotidiano, ma è questo lo spazio che si crea per una più calma riflessione. Brava l’autrice, come sempre, nel restituire figure di donne forti nella propria fragilità e fuori da qualsiasi retorica.
Mi è piaciuto moltissimo questo libro. E mi ha fatto capire meglio la radicata e brutta mentalità degli uomini siciliani, compreso il mio ex marito, nei confronti delle donne. Ho rivissuto dei momenti non positivi della mia vita di donna e compagna di un uomo siciliano. Lo consiglio