«E Nabu, la guida, il dio dei ladri, sia con noi.»
È bene che sia così, perché solo la guida di un ladro, di un briccone ci permetterà di districarci dal labirinto che Thomas Mann ha costruito servendosi di materiali antichi quanto il mondo.
La storia è quella nota, narrata nei capitoli da 25 a 35 della Genesi: i figli di Isacco e Rebecca, Giacobbe che ruba al fratello Esaù la benedizione del padre, la sua fuga nel paese di Labano, il matrimonio con Lia e Rachele, i dodici figli e la figlia che esse e le loro ancelle danno alla luce, le violente imprese di questi figli e l’inizio del contrasto fra Giuseppe e i suoi fratelli.
Mann completa e forza il racconto biblico, delinea i moventi delle azioni, svela nuove versioni dei fatti, avanza sospetti – sfrutta, soprattutto, la ricostruzione degli eventi per gettare luce su una fase arcaica della storia dello spirito umano. Il suo scopo, infatti, è di penetrare nelle profondità del «pozzo del passato», di dipanare le spire della storia umana, ben sapendo che gli capiterà come a «chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune». Oggetto della ricerca sono le radici dello spirito umano, le forme primordiali della cultura fissate nei miti e nei racconti: biblici, egizi, babilonesi ecc. Forme dello spirito che si incarnano in dèi e personaggi.
L’abisso che ci separa dal passato è secondo Mann anche un abisso antropologico, psichico, che ci divide da esseri umani radicalmente diversi, perché «la distinzione fra spirito individuale e spirito universale non ebbe sempre, nemmeno approssimativamente, la stessa influenza e lo stesso valore che ha nel nostro tempo». Ecco che le menti dei personaggi hanno confini indistinti e le azioni individuali si radicano, si incorniciano e quasi scompaiono in più ampi contesti culturali, religiosi, mitici. In occasione del massacro di cui i figli di Giacobbe si macchiano per vendicare la violenza subita dalla sorella Dina, Mann nota che «se non si uccideva soltanto ma si commettevano atti di crudeltà, bisogna pur riconoscere che i trucidatori, non meno delle loro vittime, erano dominati da immaginazioni poetiche e mitiche. [Nelle loro azioni] vedevano infatti una lotta contro il drago, la vittoria di Mardug su Tiâmat, il verme del caos, e le molte mutilazioni e il taglio di membra da “esibire” e le altre crudeltà a cui si abbandonavano miticamente nell’uccidere, si riconnettevano appunto con quelle immaginazioni». Un’osservazione da storico delle idee e delle religioni, ma animata anche da altre e alte preoccupazioni: di ogni carneficina, pare dirci Mann, i colpevoli hanno sempre fornito una lettura ideologica, mitica, giustificatrice. Le Storie di Giacobbe appariranno in Germania nel 1933.
La ricerca delle radici delle storie e delle figure sacre conduce Mann a descrivere un mondo di idee legate da corrispondenze e analogie: «non solo il celeste e il terrestre si riconoscono l’uno nell’altro ma in virtù del movimento rotatorio della sfera il celeste si cambia nel terrestre e il terrestre nel celeste, e da ciò appare manifesta, da ciò risulta la verità che gli dei possono ridiventare uomini e gli uomini dei». I personaggi, gli esseri umani della storia biblica si identificano con figure divine di altre culture e queste si confondono fra loro e si riducono a esseri umani e questi e quelle, infine, possono essere ricondotti a tipi universali, incarnazioni di idee e di tendenze umane: Usir, Set, Nergal-Marte, Mardug, Zeus, Abramo, Cronos, Moloch, Isacco, Esaù, Tifone, Giacobbe… Padri che divorano figli, fratelli che insidiano fratelli, uccisori e vittime… «La sfera gira, e spesso i disuguali, il Rosso e il Benedetto, sono il padre e il figlio, e il figlio evira il padre e il padre uccide il figlio. Ma spesso anche – e nessuno sa che cosa essi fossero da principio – sono fratelli». In una rete, complessa ma districabile, che è la mappa del pensiero umano.
Lo studio delle storie sacre della Bibbia conduce Mann a interrogarsi sull’evoluzione della mente umana. Sintomo di questo processo è l’evoluzione dell’idea di dio: più volte il narratore marca la differenza fra gli dèi adorati dai popoli che Giacobbe incontra e il suo dio, che non ha volto, non ha corpo, si accontenta di un culto essenziale e abita in luoghi spogli. Se tale dio dà talvolta prova di sentimenti molto, troppo umani – come la gelosia –, si può considerare questa emozione come «un resto ancora spiritualmente non superato di stadi anteriori più selvaggi, nel graduale evolversi della natura di Dio, stadi primitivi […] nei quali la fisionomia di Jahu, il dio della guerra e della tempesta, il dio di una bruna schiera di figli del deserto che si chiamavano suoi combattenti, aveva mostrato tratti più malvagi e mostruosi che santi. Il patto di Dio con lo spirito umano, attivo e presente in Abramo il viandante, era un patto che aveva per fine ultimo la santificazione di ambedue e in cui il bisogno che Dio ha dell’uomo e l’uomo di Dio si intrecciavano in tal modo che non si può dire da quale parte, se da Dio o dall’uomo, sia partito il primo impulso a questa cooperazione».
Giustamente Lea Ritter Santini si sofferma, nell’introduzione al romanzo, sul velo che Labano dona a Rachele, promessa sposa di Giacobbe: ricco di simboli e segni, istoriato di dèi, animali, eroi, esso permetterà a Labano di ingannare il futuro genero, celando agli occhi di quest’ultimo Lia, sorella di Rachele. Il velo ben rappresenta la narrazione stessa di Mann, in cui si intrecciano storie sacre, ipotesi scientifiche sulla loro origine, fini analisi psicologiche, e che è sostenuta da una profonda ironia. L’autore smonta il racconto mitico, la storia sacra, e rivela i frammenti umani che li compongono. Spiega come e perché i fatti della vita di Giacobbe si siano fissati e siano stati tramandati in forme belle e dignitose. «“Ne sai tu qualcosa?” “Lo so esattamente.” Ma invece i pastori di Israele non lo sapevano più esattamente, quando più tardi, intorno al fuoco, ne facevano oggetto di “bei” colloqui. In buona coscienza alteravano molte cose e molte ne tacevano per conservare alla storia la sua purezza». Purezza ed esemplarità, ma a scapito di varietà e umanità, che Mann riscopre svelando appunto le radici delle storie già note ed esplorando, si direbbe, possibilità solo intuibili e sviluppi trascurati.
Lo sguardo vigile, sospettoso e ammiccante dell’autore è avvertibile dietro ogni riga: quando si chiede «chi può distinguere nei benedetti umiltà da alterigia?», o quando nota che, «trasfigurati dalla felicità e dalla miopia, i […] begli occhi [di Rachele] riposavano in quelli di Giacobbe». Si sorride, certo, ma quest’ultima osservazione è anche un colpo portato al cuore della bellezza umana, svelamento della sua corporeità, delle sue radici storte e difettose, e della pulsione trasfiguratrice che anima gli esseri umani.
La rivelazione investe il cuore stesso, pudicamente occultato, dell’esistenza; e diventa esso stesso un atto crudele. Mann districa i paramenti sacri, con i fili e i tessuti ora preziosi ora poveri intreccia e cuce un nuovo, splendido velo, che infine solleva, per mostrarci…
«“Sette anni passarono”. È ben la maniera dei narratori di dire così, alla leggera. Tuttavia nessuno dovrebbe pronunziare questa formula magica – se proprio lo debba – altrimenti che con sforzo, esitando, per rispetto verso la vita, in modo che chi ascolti senta il profondo significato di quella formula e si chieda stupito come quegli anni incalcolabili, incalcolabili per l’anima se non per la mente, siano potuti passare come singoli giorni». Il rispetto che Mann prova nei confronti della vita e delle vicende umane non è così intenso come egli vuole darci a intendere. Il nucleo di questo romanzo è la demitizzazione, il sospetto (venato quanto si vuole di ironia), lo svelamento: ma il velo della narrazione, con le sue omissioni provvidenziali, ha la funzione di proteggere le parti più fragili della vita – che Mann porta alla luce, spudoratamente, al termine del romanzo, quando mette in scena i due crudeli parti di Rachele: quello che precede la nascita di Giuseppe, quando infine «da Rachele si levò un ultimo grido, come l’esplosione estrema di una rabbia demoniaca, quale non si può lanciare una seconda volta senza morire, quale non si può udire una seconda volta senza perdere la ragione»; e quello, mortale, che introduce nel mondo Beniamino, che «credeva decisamente venuta la sua ora e si sforzava di venire alla luce e voleva gettar via l’involucro materno. Si partoriva, per così dire, da sé, assalendo con impazienza il misero ventre». Come in altre opere di Mann, è la dolorosa rivelazione della morte al cuore della vita.
La storia di Giacobbe e Giuseppe continua con Il giovane Giuseppe.