Quando diciamo “Ulisse” il pensiero va naturalmente a Omero. Ma in realtà è all’Ulisse dantesco che inconsciamente ci riferiamo, all’uomo-simbolo che per «seguir virtute e canoscenza» osò sfidare i limiti dell’umano sapere per andare oltre, dove nessuno mai aveva osato spingersi. Questa lettura di Maria Grazia Ciani vuole ricondurre Ulisse a Omero e al solo racconto omerico, a quell’Odissea dove, nonostante le divergenze e alcune incoerenze della narrazione, l’ossatura è forte, l’intenzione del poeta narrare la storia di un reduce della guerra di Troia e il lento riappropriarsi del suo mondo e della sua identità. Si dà credito soltanto alla profezia di Tiresia, a Ulisse, uomo legato alla terra, che volge le spalle al mare, che pianta il remo nel suolo e lo abbandona per sempre, a un Ulisse che muore a Itaca, in età avanzata, ricco e felice. Tutto ciò che è stato scritto dopo Omero fino a Nikos Kazantzakis in realtà non gli appartiene.
Maria Grazia Ciani è nata a Pola (Istria, ora Croazia), il 21 maggio 1940. Ha lasciato l’Istria con l’esodo del 1945. Ha studiato a Venezia e a Padova, dove si è laureata nel 1962 con Carlo Diano in letteratura greca. Si è diplomata in pianoforte e composizione presso il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Nel 1980 ha vinto la cattedra di prima fascia nel gruppo di letteratura greca, assumendo l’insegnamento di Lingua e civiltà greca e in seguito di Storia della tradizione classica presso l’Università di Padova. Si è occupata soprattutto di epica e di tragedia, e ha studiato la sopravvivenza dei miti letterari e iconografici nelle letterature e nell’arte dell’Occidente.