Sono troppo IO per morire! (Snoopy)
Dello studioso francese Edgar Morin, pare che questo libro sia stato l’opera della vita. Pubbicato per la prima volta nel 1950, ripubblicato nel 1970 con un nuovo capitolo conclusivo, e poi ancora varie volte fino all’ultima nel 2004, probabilmente è il compendio più esaustivo che esista sul rapporto tra l’uomo e la morte: cosa significa la morte per l’uomo, come egli si è posto nei suoi confronti e continua a porsi dai tempi più antichi fino ad oggi. Il discorso viene affrontato sotto diversi profili: quello etnologico-antropologico, quello religioso, quello filosofico, quello scientifico. La questione - sublime ovvietà, alla quale non avevo mai pensato - è che la morte fa paura perché significa perdere la propria individualità, la consapevolezza, la possibilità di dire “io”, e fondersi in un tutto organico indistinto. In sostanza, ci sono tre risposte che l’uomo ha dato alla sopravvivenza dopo la morte: la più antica, quella del “doppio”, un altro da sé fantasmatico che continua a vivere dopo la morte fisica; quella della vita eterna dopo la morte; quella del Nirvana, ovvero il ritorno a un tutto indistinto in cui l’individualità si fonde in una specie di superindividualità. La prima è propria dell’universo magico, la seconda delle religioni occidentali, la terza di quelle orientali. Ovviamente non si tratta di una distinzione assoluta, dato che esistono evidenti contaminazioni tra i tre modi di rapportarsi al problema. Ad esse si aggiunge il tema della morte-rinascita, quella affrontata da Frazen, secondo cui essa è parte di un ciclo che collima con lo spirito religioso universale della natura. Per la filosofia la questione si pone nelle maniere più svariate. Si va dal paradosso di Epicuro secondo cui si tratta di un falso problema in quanto dove c’è la morte non ci siamo noi e dove ci siamo non c’è la morte; al trionfo della ragione e della conoscenza razionale che in qualche modo “mette a tacere” il problema facendo pesare la potenza del ragionamento e della consapevolezza (“penso dunque sono”). Per quanto riguarda la filosofia moderna (Kant, Hegel, Feuerbach, Heidegger, Sartre) devo dire che, per evidenti mancanze mie di basi culturali, ho fatto parecchia fatica a seguire il discorso, quindi non cercherò di sintetizzarlo qui. Si arriva infine all’approccio scientifico alla questione. Morin parla della possibilità umana di raggiungere non l’immortalità, ma una sorta di “amortalità” propria delle forme di vita meno sviluppate e delle piante, che sono in grado di vivere virtualmente in eterno a meno di eventi traumatici. Mediante la possibilità scientifica di intervenire sulle potenzialità biologiche delle cellule, correggendo e compensando il loro deterioramento, in teoria l’uomo potrebbe vivere virtualmente per sempre. Questa tesi, quasi fantascientifica, è quella che concludeva la prima edizione del libro, del 1950. Nell’edizione successiva, quella del 1970, Morin scherniva il sé stesso del 1950, in una chiave più pessimistica. La possibilità di poter battere la morte sul suo stesso terreno ora gli sembrava un’utopia giovanile alquanto metafisica, in quanto la decadenza delle cellule avviene anche, o soprattutto, per cause esterne non chimiche o biologiche (parlava in particolare del bombardamento quantico dei raggi cosmici o della radioattività terrestre). Inaspettatamente nell’edizione più recente, quella del 2004, ancora una volta correggeva il tiro rivalutando le ipotesi del 1950: ora, dati i recenti progressi dell’ingegneria genetica, la possibilità di ricostruire e rigenerare gli organi a partire dalle cellule madri, nonché recenti scoperte in campo neurologico, la possibilità dell’amortalità ricominciava a non essere più così peregrina. Ovviamente bisogna tenere in considerazione il fatto che comunque i cosmologi e i fisici dicono che l’universo è destinato a spegnersi e a disperdersi, quindi l’eternità nel senso che la intendiamo noi non esiste, eccetera…Peraltro, il ragionamento che ormai un essere vivente può dirsi culturalmente “maturo” solo verso i cinquant’anni, e che quindi sarebbe bello e corretto potergli dare la possibilità di godere di questa maturità un po’ più a lungo (tipo fino a centocinquant’anni) non fa una grinza. Il tutto è estremamento interessante e stimolante. Tuttavia c’è una forte lacuna: tutti i ragionamenti sono pensati in termini di individuo e mai di specie. La cosa si può anche capire: è proprio la perdità di individualità, come si è visto, la fonte dell’angoscia davanti alla morte, tanto è vero che Morin afferma che la prospettiva orientale di ricongiungersi all’infinito dopo la morte, senza un’identità che possa dire io, vale piuttosto poco… Tuttavia fa strano che, pur intuendo il fatto che morte e riproduzione, quindi nascita, sono le due facce della stessa medaglia, l’inquadramento di ciò in una chiave evolutiva viene posto solo marginalmente. Darwin, infatti, non viene mai nominato. Il problema è semplice: un mondo popolato di persone che vivono in eterno, o quasi, porterebbe in breve tempo al collasso sistemico, sia dal punto di vista ecologico che da quello economico… Come sappiamo, Richard Dawkins, nel suo “gene egoista”, ha posto la questione nei termini che tutte le forme viventi non sono altro che sovrastrutture tecniche utili a garantire la sopravvivenza, ovvero l’eternità virtuale, dei geni che le determinano. Quindi, come dire, l’eternità ce l’abbiamo già in tasca. Peccato solo che non sia un’eternità consapevole, pertanto sostanzialmente inutile… D’altra parte, nel suo romanzo “La possibilità di un’isola”, Michel Houellebecq ha provato a ipotizzare un mondo di esseri resi eterni dall’ingegneria genetica. La premessa era, ovviamente, che si sarebbe trattato di un’élite, di poche e sceltissime persone e non di tutta l’umanità, che sopravvivono in un mondo peraltro devastato; la rivelazione era che questa “amortalità” non è che fosse poi ‘sto granché...