Il marchese di Bolibar è, fondamentalmente, una tragedia classica, traslata nella Spagna delle guerre napoleoniche. Perutz, però, attua questa traslazione con la sua solita precisione storica, riuscendo a restituirci l'atmosfera che si respirava nella Spagna delle guerriglie contro l'esercito napoleonico. Quello che potrebbe apparire come un thriller viene continuamente reso tragico da Perutz anticipando costantemente i diversi colpi di scena. Cioè, e qua prendetelo con le pinze perché insomma che cazzo ne so io della tragedia classica?, mentre il thriller gioca con la suspanse e il mistero (cosa accadrà?), la tragedia si basa sulla consapevolezza che qualsiasi scelta, sarà una scelta a perdere. Il thriller si basa sulla possibilità, la tragedia sull'inevitabilità. O, meglio, sulla contrapposizione fra le scelte dell'individuo e l'inevitabilità della sua vita. Quindi, nel momento in cui Perutz, per bocca del narratore che ha trovato il manoscritto prima e di Jochberg poi, ci dice quello che succederà prima che succeda, fa sì che l'esistenza di Jochberg e la disfatta del suo reggimento sia tragica.
Allora, il racconto si basa sulla disfatta inspiegabile di un reggimento napoleonico. Praticamente, il marchese di Bolibar si mette d'accordo con i ribelli che manderà tre segnali per attaccare gli invasori napoleonici. Quando viene catturato, lancia una specie di maledizione che saranno proprio loro che l'hanno catturato a causare la disfatta dell'esercito. La cosa della profezia che si autoavvera è un po' una roba alla Macbeth, però Perutz ci unisce una scrittura asciutta e tesa, che quindi a una struttura teatrale (tragica) unisce una narrazione da thriller, in particolare l'idea di ambientare l'azione nella cittadina di La Bisbal, circondati dai ribelli, infiltrati anche nella città, in attesa dei tre segnali, è puro thriller moderno (Carpenter sta tutto qua).
Ora, particolare discorso però va fatto per la profezia. Cioè, chi è che la fa avverare (non il come si avveri, quelli in fondo sono dettagli). Se nella tragedia (di nuovo: pigliate tutto con le pinze), lo scopo della profezia era chiaro nel suo essere castigo per delle colpe, Perutz scrive nel 1920, dopo la Grande Guerra, che, insieme a mezzo mondo, aveva pure fatto saltare in aria ogni certezza umana. La Grande Guerra arriva alla conclusione del lungo percorso di indebolimento delle certezze, teologiche e individuali soprattutto. Come si fa a credere che possa esistere un ordine dopo Verdun? Come si fa a credere che l'uomo sia dotato di scelta e direzione dopo i 16 milioni di morti della Grande Guerra? Cioè, quello che voglio dire - e ci tengo a continuare a sottolinearlo: senza la minima base - è che Perutz scrive la tragedia del '900. Le profezie, le colpe, gli spiriti sono privi di senso. Non insegnano nulla, non espiano un cazzo, la lotta fra Dio e l'Anticristo è tanto priva di ordine quanto quella fra ribelli e Napoleone. Ci sta l'individuo, Jochberg che lotta disperatamente per non compiere le profezie, per non annientare se stesso e i suoi amici, eppure non ci riesce, fallisce, anzi qualsiasi cosa faccia non fa altro che spingerlo verso la tragedia, e dall'avverarsi della cosa più temuta, non emerge nessuna lezione, nessun castigo, nessuna catarsi. Emerge la guerra e l'orrore, in mezzo a cui è gettato l'individuo, smarrito completamente, perduto ogni appiglio, ogni senso, perduto perfino se stesso.