⭐ 1 stella (solo perché meno non si può).
Questo libro non è solo deludente: è narrativamente incoerente e profondamente problematico nel modo in cui tratta amore, consenso, violenza e responsabilità.
⚠️ Questa recensione contiene spoiler ⚠️
Arrivata al quinto libro della saga "Al tempo degli Highlander", mi sono resa conto che non si tratta più di un semplice “questo volume non fa per me”, ma di un romanzo profondamente problematico sotto molteplici punti di vista, narrativi, morali e strutturali.
Parto da ciò che funziona: Euphemia è un’antagonista forte, ben definita fin dalle prime pagine, e alcuni passaggi legati al passato di Angus - il suo vissuto familiare, il sacrificarsi per proteggere i fratelli, la violenza subita dal padre - sono scritti anche bene. In quei momenti il romanzo mostra di avere del potenziale.
Il problema è tutto il resto.
Rogene, la protagonista femminile, è uno dei personaggi più incoerenti che abbia letto di recente. Millanta continuamente di essere una dottoranda in storia a Oxford, ma si comporta in modo assurdo nel Medioevo, sia nelle azioni sia nel linguaggio (interiezioni moderne come “bingo!” che spezzano ogni immersione). La distanza tra ciò che il testo dice su di lei e ciò che mostra è enorme, e rende difficile - se non impossibile - prenderla sul serio.
La storia d’amore non funziona. Non perché sia tragica o proibita, ma perché è mal costruita. L’innamoramento è immediato, casuale, dato per scontato. Non c’è un vero percorso emotivo, solo dichiarazioni altisonanti sul destino e sull’amore eterno che non trovano riscontro nei fatti. Paradossalmente, sarebbe stata più credibile una semplice attrazione fisica iniziale, invece di questo romanticismo forzato e immotivato.
Ancora più grave è la gestione morale della relazione: Angus è promesso sposo di Euphemia, eppure il romanzo normalizza completamente il tradimento, trattandolo come una conseguenza naturale del “vero amore”. Il tutto senza alcuna reale riflessione sulle implicazioni etiche, storiche o umane di queste scelte.
Il punto più inaccettabile, però, è la gestione della violenza sessuale maschile. Euphemia rapisce Angus e lo costringe a un atto sessuale per ottenere un erede. Questa è violenza sessuale, senza attenuanti. Eppure viene usata come semplice espediente narrativo, senza spazio per le conseguenze psicologiche, senza rispetto per la gravità dell’atto. Considerando quanto poco si parli già di violenza sessuale subita dagli uomini, questo trattamento superficiale è profondamente disturbante.
A ciò si aggiungono scelte narrative discutibili: l'idea di abbandonare il fratello minore (presentato come priorità assoluta) e - anche solo valutata - di giustificare una scomparsa con una falsa lettera di suicidio, e infine la rottura totale delle regole del viaggio nel tempo stabilite nei libri precedenti. Regole che prima prevedevano sacrifici e limiti precisi vengono qui ignorate senza spiegazioni, distruggendo la coerenza dell’intera saga.
Il finale, infine, non chiude davvero nulla. Euphemia resta una minaccia, il matrimonio avviene, e un twist tardivo cerca di giustificare retroattivamente tutto affermando che Rogene è destinata a essere la madre dell’erede “giusto”. Una toppa, non una costruzione.
In conclusione: non siamo davanti a un libro semplicemente “brutto” o “non nelle mie corde”, ma a una storia che tratta con leggerezza temi seri, ignora la propria coerenza interna e chiede al lettore di accettare troppe forzature morali e narrative.
Mi sono sacrificata io per voi.
Davvero. Fatevi un favore e passate oltre.
⭐ 1 stella, solo perché meno non è possibile.