Capisci che una storia è scritta bene quando riesce quasi a farti fare il tifo per dei cattivi. Anche senza il quasi.
Come nella continuity principale, anche nella realtà di House of M abbiamo ovviamente supercriminali, ma quelli mutanti, in quanto tali, sono legittimati all'interno di una società in cui sono la maggioranza (vedi ad esempio Mystica e Toad, agenti dello SHIELD), quelli umani invece, come tutti i "sapiens", non se la passano benissimo.
Ecco così che anche in questa realtà a Parker Robbins, meglio noto come Hood, viene l'idea di formare un sindacato in modo che i criminali umani possano operare in modo più organizzato, efficiente e, soprattutto, prestarsi mutuo soccorso laddove uno di loro venga pizzicato.
Il carismatico Hood tinge questa associazione di ideali quasi nobili: loro non sono solo criminali, ma oppressi che cercano di riscattarsi in un mondo in cui i mutanti non solo precludono loro ogni opportunità, ma anzi ipocritamente mettono in pratica ciò che condannano a loro; ma è chiaro che dietro la retorica della titanica resistenza contro l'oppressione si nasconda il ben più materiale desiderio di potere, ricchezza e rispetto. Ma se, con il passare del tempo, iniziassero a crederci davvero? O, quantomeno, a convincere l'opinione pubblica?
La risposta in questa miniserie che, devo dire, mi ha lasciato piacevolmente sorpreso.