A German novelist who wrote works with social themes whose attacks on the authoritarian and increasingly militaristic nature of post-Weimar German society led to his exile in 1933.
Born in Lübeck as the oldest child of Thomas Johann Heinrich Mann and Júlia da Silva Bruhns. He was the elder brother of Thomas Mann. His father came from a patrician grain merchant family and was a Senator of the Hanseatic city. After the death of his father, his mother moved the family to Munich, where Heinrich began his career as a freier Schriftsteller or free novelist.
Dall’esilio in Francia, dove si è rifugiato dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Terzo Reich, Heinrich Mann conclude la stesura del saggio intitolato “L’odio”.
“… quanto meno rispetto nutrono verso di sé, tanto più intenso è l’odio per gli altri.”
Le prime due parti del libro (“Prima della catastrofe” e “Quel che avvenne dopo”) sono dedicate all’analisi delle cause storiche e delle condizioni sociali che hanno favorito l’ascesa al potere del nazionalsocialismo (l’appoggio delle élite industriali, latifondiste, conservatrici e monarchiche – tutte interessate a indebolire e danneggiare la Repubblica – e di alcuni partiti di opposizione – per mere strategie politiche e utilitaristiche).
“Va di moda la forza. E in mancanza di quella vera, va bene pure un’isterica crudeltà.”
Non mancano osservazioni sull’evoluzione della società e sulla crisi economica seguite alla sconfitta subìta nella prima guerra mondiale, oltre a un ritratto delle alte personalità del nuovo governo (una miscellanea di falliti, intriganti, ex carcerati, ex pazienti di cliniche psichiatriche e delinquenti comuni).
“Tutti coloro che causano e sfruttano la miseria umana fanno appello al nazionalismo.”
La terza parte (“Scene di vita nazista”) trasmette l’atmosfera che avvelena i rapporti umani nella vita sociale o all’interno dei luoghi di potere, rivela l’esistenza dei campi di concentramento e mette a nudo l’autoritarismo che caratterizza le istituzioni statali. È una raccolta di drammatici episodi, raccontati talvolta con toni crudi e farseschi da commedia nera; brevi storie, redatte in forma di testo teatrale, destinate a diffondere realtà poco conosciute soprattutto oltre i confini della Germania.
“Qui sparute adunate si dichiarano contro la guerra, contro ogni guerra, sia essa giusta o ingiusta, e l’opinione pubblica ha permesso che gli venisse vietato di manifestare…”
Pubblicato nel 1933 dalla casa editrice Querido di Amsterdam con il titolo “Der Haß. Deutsche Zeitgeschichte” (“L’odio. Storia contemporanea tedesca”), il saggio si distingue per la profondità di lettura dei cambiamenti politici e dello spirito che animava la società tedesca, e per la previsione della guerra e dell’immane catastrofe umanitaria – a quel tempo ancora lontane. Ciò che più sorprende è l’attualità del contenuto. L’asservimento della politica agli interessi delle oligarchie economiche e finanziarie, la delegittimazione e l’indebolimento di organizzazioni e trattati internazionali, la demonizzazione della mediazione politica per la risoluzione dei conflitti – e di chi la sostiene –, lo svilimento delle istituzioni democratiche, l’adesione delle “opposizioni” alle politiche governative, lo smantellamento graduale dei diritti sociali, l’arruolamento dei mezzi di comunicazione di massa al servizio della propaganda di Stato, il rifiuto generalizzato della discussione e del dialogo, l’estremismo, il nazionalismo e l’intolleranza “razziale” sono infatti alcuni degli aspetti che caratterizzavano gli anni in cui andò affermandosi il nazismo e che oggi, quasi un secolo dopo, si stanno consolidando in Europa e nel libero “occidente”.
“Per natura gli esseri umani tendono al conflitto e alla violenza, la Storia non ha fatto che ratificare questa disposizione originaria.”
La precedente traduzione italiana è a cura di Maria Teresa Mandalari e risale al 1995, quando fu pubblicata dalle edizioni Il Saggiatore con il titolo “L’odio: riflessioni e scene di vita nazista”. L’edizione attuale, con traduzione di Eusebio Trabucchi (L’orma editore, 2024), reca invece il sottotitolo “Come il nazismo ha degradato l’intelligenza”; benché differisca completamente da quello originale, il titolo secondario è derivato da “L’intelligenza degradata”, uno dei capitoli che compongono il saggio.
Interessante saggio di storia contemporanea scritto da un esule tedesco nel 1933, Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas. In una Germania ormai nelle mani del nazismo, molti intellettuali si sono rifugiati altrove per scampare alle persecuzioni e alla giustizia sommaria di Hitler e dei suoi. Qui l'autore cerca di analizzare i motivi che hanno portato il suo paese al punto in cui è, ai motivi del fallimento del tentativo di instaurare una Repubblica e dell'odio dilagante che ormai ha fatto presa nel cuore dei suoi connazionali. Mann stesso è uno di quelli costretti a scappare e abbandonare il suo Paese contro la sua volontà, infatti in questo scritto l'analisi di quanto sta accadendo si lega a doppio filo ai sentimenti dell'autore, la sua rabbia e il senso di impotenza per quanto sta accadendo.
Mi sono stancato di sentir ripetere impunemente che siamo chiamati a lottare contro l'umanità invece che a suo favore. Coloro che venerano la guerra sarebbero più onesti se si togliessero la vita invece di costringere milioni di persone inconsapevoli a morire insieme a loro.
Questo è e rimane imperdonabile. Il Paese per la cui cultura e civiltà tutti abbiamo lavorato, il Paese il cui patrimonio spirituale ho cercato di arricchire con tutte le mie forze, è stato degradato, imbarbarito e ridotto in una condizione che nessuna sconfitta esterna, e nemmeno la frammentazione interna, avrebbe mai potuto provocare. Uomini senza scienza né coscienza lo hanno consegnato all'universale disprezzo.
Troviamo tra queste righe anche un forte pensiero europeista, che nonostante tutto riuscirà poi a portare dopo molti anni a quella che è oggi l'Unione Europea, pur con tutti i suoi difetti. Credo sia comunque bello guardarla con gli occhi di chi la vedeva come un ideale, un qualcosa a cui aspirare. Anzi credo che oggi abbiamo veramente bisogno di rivolgere quel tipo di sguardo all'Europa unita.
Un singolo Paese in Europa non è più determinante né dal punto di vista economico né da quello politico, e men che meno da quello morale. Più Paesi, uniti a livello sovranazionale, hanno la possibilità di rendere i loro cittadini migliori e più felici. Nessuno può davvero servire un solo Paese. Chi pretende di farlo mente. Esistono soltanto interessi interconnessi.
Ci sono anche parti che non ho troppo apprezzato. Trovo che l'autore abbia forse troppo accusato determinate persone o categorie e giustificato altre. Non che certe persone non avessero piena colpa, credo più che altro che a volte la sua visione sia un po' troppo netta (anche nell'assolvere il popolo tedesco e renderlo soltanto vittima), anche se non bisogna mai dimenticare che lui scrive da contemporaneo e che questo testo è del 1933, quando ancora molto doveva accadere. I suoi sentimenti traspaiono fortemente, ma non posso che giustificare la rabbia di chi vede il proprio Paese distrutto pezzo per pezzo cadere in mano a odio e violenza. Oggi non è difficile capire questi sentimenti.
Ma non è stato il popolo tedesco a dare inizio a tutto ciò. È stata colpa di coloro che avevano il disperato bisogno di rendere vile e meschino questo popolo, affinché finisse per schierarsi dalla loro parte!
C'è infine una forte lungimiranza nel prevedere la guerra, nel rendersi conto di quello che, da lì a pochi anni, sarebbe accaduto, anche se dubito ci si rendesse conto della portata dell'orrore che era dietro l'angolo.
Sicuramente è un saggio interessante e spaventosamente attuale. Sembra incredibile come gli esseri umani siano incapaci di imparare dai propri errori, neanche quando sono così grossi e con conseguenze di proporzioni mostruose. Speriamo di essere meno ciechi di chi ci ha preceduti.
Sempre più pendente a destra, la Repubblica non ha voluto vedere che, a furia di inclinarsi, poteva cadere.
Agghiacciante nella sua attualità. Basterebbe cambiare i nomi per descrivere (con esattezza sconvolgente) quanto abbiamo sotto gli occhi in questi tempi bui.