Nel 1953 Goffredo Parise si trasferisce a Milano, dove ha trovato lavoro presso un grande editore. Ha pubblicato due romanzi che pochi conoscono – Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza – e ha il vago desiderio di scriverne un terzo che lo diverta e commuova «tanto da cacciare il freddo e la solitudine»: un romanzo «con molti personaggi allegri», ma soprattutto «estivo». Uscito nel maggio del 1954, Il prete bello riscuoterà un clamoroso successo. E rileggendolo oggi, quando ormai le etichette impugnate per celebrarlo o denigrarlo sono alle nostre spalle, ci accorgiamo che il suo segreto sta tutto in quella genesi: nella festosa eccentricità dei personaggi che popolano un labirintico e fiabesco caseggiato nella Vicenza del 1940, e di colui che saprà stregarli tutti: don Gastone, il «prete bello». Personaggi quali la ricca signorina Immacolata, con i suoi strani cappellini a piume e l’occhialino d’oro cesellato; le Walenska, madre e figlia, che si scaldano ingrandendo con una enorme lente l’unico raggio di sole che al tramonto penetra nella loro stanza; il cav. Esposito, che tiene sotto chiave le cinque figlie concupiscenti; Fedora, la cui rigogliosa natura si spande dagli occhi e da tutto il corpo, quasi che «dai pori uscisse un polline dolciastro»; e la cenciosa banda di ragazzi truffaldini e sentimentali che nei vicoli e sotto i portici cercano ogni giorno di sopravvivere trasformandosi in ladri, ruffiani e mendicanti – in particolare Sergio, il narratore, e il suo amico Cena. In tutti loro, nelle vene e nel sangue, l’atletico, elegante, vanesio don Gastone si infiltra come una passione oscura, violenta ma capace di dare improvvisamente vita – e come nel Ragazzo morto e le comete ci troviamo di fronte a «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definiti» (Eugenio Montale).
Goffredo Parise è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, saggista e poeta italiano. Nasce a Vicenza l'8 dicembre del 1929; la mamma Ida Wanda Bertoli, ragazza madre, cerca con grandi sacrifici di riempire il vuoto della mancanza del padre. Nel 1937 muore il nonno e la madre sposa il giornalista Osvaldo Parise, direttore del «Giornale di Vicenza»; il piccolo Goffredo, sempre alla ricerca di una figura paterna, gli si affeziona ed è ricambiato e Parise dopo otto anni lo riconosce come figlio. Goffredo appena quindicenne partecipa alla resistenza in provincia di Vicenza; finita la guerra frequenta il liceo e in seguito si iscrive a vari indirizzi universitari senza arrivare mai ad una laurea (sarà laureato «ad honorem» solo nel 1986 dall'Università di Padova). Tramite alcune conoscenze il padre adottivo lo introduce al mondo della carta stampata. Goffredo incomincia a scrivere per quotidiani come «l'Alto Adige» di Bolzano, «l'Arena» di Verona e il «Corriere della Sera» e in questo periodo il giovane capisce la sua vera passione: l'inclinazione a scrivere storie. Parise nel 1950 si trasferisce a Venezia e in una stanza in affitto scrive il suo primo libro, il «cubista» Il ragazzo morto e le comete, pubblicato dall'amico Neri Pozza (il quale però suggerisce cambiamenti che Parise si rifiuta di fare). Dopo un'iniziale stroncatura sia dalla critica sia dal pubblico, Parise pubblica nel 1953 il libro La grande vacanza, con una lusinghiera recensione sul «Corriere della sera» di Eugenio Montale: «...affascinato dall'abilità di Parise e dal suo calarsi nell'infanzia senza modi nostalgici e crepuscolari»; questo libro viene definito nel 1968 da Carlo Bo autentica poesia. Nel 1953 si trasferisce a Milano, dove lavora alla casa editrice di Livio Garzanti, e dove conosce Leo Longanesi che lo incoraggia a continuare a scrivere. Con il romanzo Il prete bello (1954), lo scrittore acquisisce grande notorietà non solo in Italia, ma, con decine di traduzioni, anche all'estero. Intanto, è diventato amico di Eugenio Montale e Nico Naldini; si sposa il 29 agosto 1957 con Mariolina Sperotti, detta «Mariola», giovane vicentina. Testimone di nozze è l'amico Giovanni Comisso. Cominciano gli anni di spostamenti e viaggi. Tornando a Vicenza, incontra Guido Piovene, del quale diventa amico, scoprendo però di non voler più tornare nella sua città. Dopo una vacanza a Capri, è indeciso se tornare a Milano o a Venezia o andare a Roma, dove vive un altro amico, Carlo Emilio Gadda, del quale diventerà nel 1964 vicino di casa (in via della Camilluccia). Nel 1956 pubblica Il fidanzamento e nel 1959 Amore e fervore (che poi verrà intitolato Atti impuri). Nel 1961 fa un lungo viaggio in America, dove Dino De Laurentiis vorrebbe che scrivesse un film per il regista Gian Luigi Polidoro. È insieme colpito e deluso da New York, ma soprattutto è affascinato dai viaggi e, appena uscito Il padrone (1965), visita la Cina, il Laos, il Vietnam, la Malesia, e di nuovo New York, Londra, Parigi, Giacarta, Tokio, Mosca (reportage in parte raccolti postumi in Lontano). È ormai uno scrittore affermato e frequenta intellettuali, scrittori, registi e pittori nella Roma degli anni Sessanta. Ma i suoi punti di riferimento sono Gadda e Moravia, e poi nel 1963 ha incontrato Giosetta Fioroni che considera la sua nuova compagna (con la moglie il matrimonio è naufragato da tempo). In occasione de Il padrone è passato da Garzanti a Feltrinelli, e qui pubblica anche Il crematorio di Vienna (1969). Intanto ha scoperto una casa nel bosco di Salgareda, nel trevigiano, e riesce a trovare il modo per comprarla. Escono I sillabari, il primo volume nel 1972 presso Einaudi e il secondo nella collana «Medusa» di Arnoldo Mondadori Editore, che raramente pubblica italiani, ma nella quale Parise voleva essere incluso perché vi aveva letto i suoi amati Ernest Hemingway e William
Tre anni dopo il suo primo libro, il leggendario Il ragazzo morto e le comete, avvolto da un'aura di miracolo e di felice distanza dal clima neorealista, nel 1954 Parise ottiene il primo grande successo con questo Il prete bello.
La voce che racconta è quella di Sergio, ragazzino costretto dalla miseria a crescere presto (è figlio di N.N., il nonno ha una misera attività di custodia di biciclette ma soprattutto ha un cancro) e a vivere di invenzioni fuori casa con il gruppo (la «naia», sempre anonima, tranne la ragazzina Liliana) e l’amico-leader Cena.
L’occasione vitale e narrativa è la presenza di un giovane ed aitante e fascistone prete (don Gastone), concupito da tutte le “signorine” della città (non nominata, è Vicenza; ma è nominata Venezia).
Altri personaggi comico-realistici, un diffuso odore sessuale (le figlie del cav. Esposito, la fregola delle signorine, l’apparizione angelicamente corporea della bellissima Fedora), la micragnosità e le pretese del fascismo, che è una cosa sola con il cattolicesimo (niente a che fare, va da sé, col cristianesimo), alcune – nemmeno troppo rare – pagine lirico-surreali (la bicicletta che parla, alcuni paesaggi, il finale ) gli altri ingredienti.
Al micro-picaresco e alla satira grottesca dell’inizio, si aggiungono progressivamente sempre più macchie drammatiche, soprattutto oltre la metà del libro, quando la macchina narrativa degli invaghimenti per don Gastone sfruttati dai ragazzini gira un po’ a vuoto; per arrivare fino al tragico.
Fece scandalo per la semplice contiguità di sesso e religione. E, mi dicono anche di recente, fa ancora ridere.
La mia edizione datata 1965, a lire 350, quella con la copertina amaranto e il classico capello romano da prete, nella collana Garzanti per tutti - Romanzi e realtà, reca in copertina una sorta di occhiello che recita: “vizi e pettegolezzi della vita di provincia di uno dei più spregiudicati romanzi del realismo italiano”. Sorrido: è il segno del tempo. Mi chiedo, ancora una volta, che segno lascia un'opera d'arte in noi lettori a dispetto delle categorie, della moda dei tempi, di un lancio editoriale. Sono partita dal più famoso romanzo di Parise, scritto nel 1954 quando l'autore aveva venticinque anni, e se l'ho acquistato nel mercato dell'usato è perché qualche meccanismo, legato molto probabilmente a un'indecifrabile reminiscenza, è scattato; eppure tutto è respingente, fin da quelle righe sopra citate. La lettura, purtroppo, per un misto di contingenze, tutte estranee al romanzo, si è dilatata in modo disfunzionale, languendo e arrivando perfino a incancrenirsi; la tentazione di abbandonarlo è stata forte. Complice la voce narrante di Sergio, un ragazzetto della Vicenza fascista, città mai palesata nel suo toponimo ma a cui lo scritto tende per natura e per genesi, proseguo nonostante le decantante bellezze di Don Gastone e benché le smancerie virginee delle sante donne ecclesiastiche non mi facciano affatto divertire, a tratti sbadiglio e mi annoio. Neanche le bravate della naia, la cricca di poveracci a cui Sergio si rifà, o il suo momentaneo assurgere alle grazie delle pie donne, affinché egli sia il mezzo per arrivare a cotanta proibita bellezza, via beneficenza, mi aiutano a superare la reticenza. Poi arriva lei, Fedora, ventiduenne rigogliosa, e finalmente l'azione narrativa subisce una gradevolissima svolta, e la caratterizzazione supera le beghine e le frontiere della piccola provincia si aprono e succede ciò che fino ad allora si era solo paventato: il prete si fa uomo. E i monelli vivacchiano e tutto smette di ruotare intorno all'immobilità delle vergini e la lotta per la sopravvivenza del povero si fa più ardua e più dura. Sorprendente seconda parte, mentre già qualcosa mi aveva spinto fin lì: la rappresentazione realistica, vivida , verace e insieme poetica della miseria, gli ampi inserti descrittivi di uno spaccato suburbano i cui bozzetti pennellati finemente dell'autore si imprimono nella memoria come fotogrammi. Sono il portico della custodia biciclette, i salotti perbene, il gabinetto volante, uno stravagante sgabuzzino fra i tetti, dotato di un prezioso water: immagini felliniane, quasi. Ecco, il pettegolezzo vicentino è quello che mi ha meno interessato, così come ho trovato certo funzionale la critica al fascismo attraverso la rappresentazione di un suo mirabile prodotto fattosi prete ma non bella. La bellezza del romanzo però l'ho trovata, senza ricercarla appunto, anzi quasi rischiando di non avvertirla, nella storia del piccolo Sergio, del suo amico Cena e nella sfortuna che si ha a nascere poveri. Lo consiglio, con consapevolezza.
Se un romanzo vi incuriosisce ha già fatto buona parte del suo lavoro. Quando ho terminato “Il prete bello” prima sono andato a cercare quale fosse la città dove era stato ambientato poi ho interrogato la rete per sapere cosa significasse naia Con il termine “naia” (o “naja”) si intende la vita e il servizio militare, con particolare riferimento a tutti quegli aspetti più gravosi e più difficoltosi a livello fisico. Il vocabolo deriva dal friulano “naie”, a sua volta tratto dal veneto antico “naia”, che significa “razza, genìa”
Cena e la naia mi seguivano a distanza e qualche invidioso faceva pernacchie e cenni osceni come per significare che poi me l'avrebbe fatta addosso
La prima volta che ho incontrato il termine non ho notato che fosse con la minuscola e ho creduto che si trattasse di un personaggio. Il termine in seguito ricorre spesso, credo che voglia significare combriccola, banda, compagnia. Se non avessi letto “Il prete bello” non avrei scoperto l’origine della parola ma soprattutto avrei mancato un racconto che mi avrebbe potuto fare mio nonno. Il libro è ambientato negli anni ’40 in pieno regime fascista, quando podestà, medico e prete erano delle vere autorità. Il protagonista dal titolo si potrebbe immaginare sia Don Gastone Caoduro (il cognome è tutto un programma) è invece non è lui, bensì Sergio che racconta di sé bambino orfano in un caseggiato popolare. Il romanzo è piacevolmente ironico all’inizio, lo è anche in seguito ma nel frattempo acquista significato raccontando l’indigenza di quegli anni. Ad un certo punto arriva Fedora e la faccenda da comica si fa erotica. Se prima una congrega di zitelle si disputava l’attenzione del bel Caoduro e veniva da sorridere per il wrestling fra bruttarelle, dopo (e non va dimenticato che siamo nel 1954) si possono leggere periodi come questo
Fedora girava in abiti estivi perché aveva sempre caldo: aveva addosso uno straccetto di vestaglia di tela e si metteva il reggipetto e le mutande solo quando doveva andare a servizio o usciva con qualche ufficiale. Per il resto della giornata se ne stava in quella vestaglia di tela, lucida, meravigliosa, come unta d'olio per il sole. Il suo corpo si muoveva tutto, quando camminava, ma non era lei che lo muoveva per farlo vedere, e neppure si muovevano i seni o le natiche, ma era un tutt'uno, e nessuna parte ballava con quella pesantezza propria del grasso e della carne senza muscoli
Da lì in avanti Don Caoduro diventa Don Cieloduro e anche le sue dichiarate simpatie fasciste passano in second’ordine rispetto a Fedora. Dopo il comico, l’erotico sarà il momento del tragico. Il finale lascia addosso una tristezza che fa ripensare a tutta la vicenda in modo diverso. Uno spaccato di un Italia che non esiste più, pur tentando di sopravvive nel beghinaggio e nel celodurismo.
4.5/5 Nella Treviso Vicenza di fine anni Trenta Sergio, un bambino figlio di N.N., si arrabatta con mezzi più o meno leciti per fare piccoli guadagni. Con l'arrivo di Don Gastone, il prete bello (e fascistone) del titolo, che fa sospirare tutte le "signorine" del caseggiato, per Sergio e l'amico Cena si aprono più ampie possibilità di guadagno perché le signorine sono disposte perfino a pagare per avere qualche informazione in più sul bel prete. Nei primi tre quarti del romanzo Goffredo Parise tratta anche temi duri, come la povertà di quasi tutti gli abitanti del caseggiato, le situazioni familiari in cui sono costretti a vivere questi ragazzini e la disperata solitudine delle signorine, con un tono piuttosto allegro, arrivando talvolta anche al grottesco. Mi è piaciuta questa prima parte, scorrevole e divertente, ma è nel finale che il libro si guadagna la sua ultima stellina. Gli eventi virano al tragico, il personaggio di Don Gastone assume maggior profondità e soprattutto le ultima pagine con sono molto intense. Ho apprezzato molto l'abilità di Parise nel far coesistere elementi differenti, leggerezza e dramma in primis, ma anche in parte l'elemento fantastico (l'amata bicicletta che parla, una delle cose più carine e riuscite del libro).
Piacevolissimo romanzo dello scrittore veneto, in cui si intrecciano diversi piani di lettura.
E’, innanzitutto, un ritratto di una città di provincia, durante l’epoca fascista, che si sofferma soprattutto sulla piccola comunità che i condomini di un povero palazzo finiscono per creare: il gruppetto di zitelle, la padrona di casa, il vedovo originario del sud che segrega le figlie in casa nel timore vengano “oltraggiate”, il calzolaio gobbo, il nonno che gestisce una custodia per biciclette, la bella Fedora, il ragioniere metà ladro e metà gentiluomo, la teoria di ragazzini che si infilano in ogni dove e infine lui, “il prete bello”, un po’ fascista, un po’ libertino, un po’ “paraculo”, un po’ tragico. Ma è anche un romanzo di genere “picaresco”, perché, in fondo, coloro che ci accompagnano e ci fanno conoscere questa piccola folla eterogenea di personaggi sono Sergio e Cena, due ragazzini poco più che decenni, che la povertà induce a vivere di espedienti, piccoli furti e ingenue truffe.
E’ un romanzo allegro, perché spesso le situazioni diventano grottesche e i personaggi sono tratteggiati in modo fortemente caricaturale. Ma è anche un romanzo triste, perché la vita verrà a bussare per chiedere un pesante contributo anche ai più incolpevoli.
E’ un romanzo vivace, perché le diverse “figurine” sono sempre in movimento, messe in agitazione da questo o da quel sentimento. Ma è anche un romanzo “quieto”, perché non ci sono inutili e improbabili colpi di scena. E, dopo “American Psycho”, è stato come tirare un bel sospiro di sollievo. Mi ha riconciliata con la letteratura.
Niente di eclatante, intendiamoci, ma gradevole sì.
Kirja kuin neorealistinen elokuva. Tulee mieleen De Sican polkupyörävaras. Polkupyörällä on symbolista merkitystä tässäkin coming-of-age -aiheisessa tarinassa.
Seurataan Venetsian laitamilla vuokratalon asukaskuntaa. Italia on fasistinen, mutta rutiköyhät asukkaat vasemmiston kannalla. Tiedät mitä odottaa kun kerron, että Ferranten napolilaiskorttelit ovat Parisin vastaavien sukulaisia.
Kaunis pappi Don Gastone liikkuu kortteerissa kuin ilmestys. Nuori Sergio raportoi siitä, miten pappi vaikuttaa asukkaisiin ja mitä kukin hänestä haluaa.
Kirja on samalla kertaa liikuttava, koska köyhyyden sosiaaliset seuraukset ovat surulliset, ja samalla viihdyttävä, koska henkilöt ja sattumukset ovat aika hykerryttäviä.
Pidin kirjassa siitä, että jokainen luku oli yllätys. Pidin myös monista satiirisista kohtauksista. Niistä hauskin oli Mussolinin vierailu.
Tarina on myös koskettava kuvaus nuorten poikien ystävyydestä. Ja siitä, kuinka köyhyys leimaa sitä, mitä uskaltaa elämältä odottaa.
Kaunis mies on kirjoitettu jo 1957. Tällä vuosikymmenellä ihmeen hyvin aikaa kestäneen kirjan kerronta tuntui hiukan koukeroiselta ja uskonnollinen teema epäajankohtaiselta.
Scritto bene e in maniera intelligente, nonostante l'occasionale deriva patetica quel che colpisce di più sono i momenti di crudele realismo, spesso divertente e non per questo meno crudele. Ne avrei volentieri letto il doppio delle pagine. Ricorda un po' il Pratolini di Cronache di poveri amanti, per questa sensualità corale, la corporeità di un intero quartiere mischiata a miserie e botteghe senza perdere, in qualche modo, l'ingenuità.
La storia ruota attorno alle vicende di un vecchio caseggiato e dei suoi abitanti, personaggi picareschi che ritraggono uno spaccato della provincia vicentina ai tempi del fascismo. E' una provincia povera, ignorante, che vive di espedienti e di pettegolezzi. A farla da padrone uno stuolo di signorine, non più in età da marito, che trovano consolazione in un rassegnato amore platonico nei confronti del prete locale. Un prete che "non profuma di prete", tanto bello quanto vanitoso ed egocentrico. Tutto viene raccontato attraverso gli occhi di Sergio e del suo amico Cena, due ragazzini che forse capiscono più di quanto dovrebbero, non più così ingenui come la loro età farebbe pensare. Devo ammettere che all'inizio l'ho trovato un pò lento. Son dovuta arrivare a metà inoltrata perchè la trama mi coinvolgesse, ma credo sia stato principalmente un mio limite. La ricostruzione sociale di per sè è davvero interessante, scritta con un'intelligenza goliardica e con parecchi spunti autobiografici. Ma non sono riuscita ad entrare in empatia con i personaggi se non sul finale, merito probabilmente dell'epilogo drammatico, che porterà Sergio a comprendere alcune verità sul mondo degli adulti. Concludo con un pensiero che mi ha richiamato alla mente ricordi di quand'ero bambina, in un contesto fortunatamente non drammatico, di quando certe usanze erano semplicemente tali nella loro genuinità.
"Ancora mi chiedo che gusto ci provavano, quelli che avevano i soldi, a fare il Presepio con muschio comprato: ci avevano sempre insegnato che bisognava andarselo a prendere, magari con i geloni sulle mani."
Non avrei mai letto questo libro se non fosse stato scelto per il club del libro di cui faccio parte. Invece l'ho trovata una lettura molto piacevole, interessante e con molti spunti di riflessione. Ambientato nella Vicenza degli anni '30 , vede come protagonisti una serie di personaggi tra cui spicca don Gastone, un prete con simpatie fasciste e come dice il titolo, di bell'aspetto, ambizioso, consapevole di avere un certo fascino ( generalmente sulla povera gente e sulle donne attempate senza marito ),capace di lusingare per trarre profitto. Tutte le donne , non avendo avuto mai o ancora marito, fantasticavano su di lui.
Anche se il titolo è “Il prete bello”, i veri protagonisti sono due ragazzini, Cena e Sergio , che è anche la voce narrante, due mendicanti scaltri e resi fini psicologi dalla fame e dalla povertà. Sentono, ascoltano, diventano confidenti dell'una o dell'altra spasimante di don Gastone, e ad esse centellinano informazioni e confidenze, adattandole abilmente all'interlocutrice, ricevendo in cambio qualche spicciolo o del cibo. Sergio, senza padre,che vive con il nonno che è ritenuto dal nipote l'unico degno di rispetto in tutta la sua famiglia, attira l'attenzione di don Gastone che lo definisce “un'orchidea in un cumulo di spazzatura” tenendolo sotto la sua protezione. L'amicizia tra i due ragazzini è spettacolare, è il valore più grande, si dividono le elemosine e le mance, e anche i turbamenti verso la bella Fedora, l'unica che ha un atteggiamento materno nei confronti dei ragazzini. Le mamme infatti sono totalmente assenti, quella di Cena sempre ubriaca, quella di Sergio è un'ombra mai presente.
Don Gastone è il pretesto per definire tutto il mondo di povertà umane, materiali e spirituali. La povertà è sempre dominante nel libro, la miseria per la privazione del cibo (“ la fame scorreva nelle vene insieme al sangue” ) e la privazione degli affetti. Lo stesso don Gastone verrà travolto da una passione che lo porterà a conoscere anche i più biechi sentimenti,come la gelosia e la vendetta.
Il linguaggio usato nel romanzo è fresco, veloce, ironico, ricco di similitudini e comparazioni. Ogni personaggio ci viene ben presentato , alcuni anche in modo molto esilarante, facendone delle macchiette sia umoristiche che drammatiche. Mi hanno dato un po' fastidio le bestemmie messe in bocca ai personaggi, anche se , si sa, i veneti le usano spesso nell'intercalare. Bellissime alcune pagine. Ad esempio per me meravigliosa la pagina sul Natale, quando commenta che il Natale è una letteratura sui poveri che i poveri non conoscono, quando descrive la capacità di sentire gli odori ad es. dei cioccolatini, pur non conoscendone i sapori, la felicità nel preparare le statuine usando la mollica di pane.
Nonostante sia un po' datato, è una lettura piacevole.
Il prete bello è un romanzo picaresco che narra le avventure di due ragazzini preadolescenti, Sergio e l'amico Cena, figli della povertà estrema eppure capaci di inventarsi trucchi ed escamotages in grado di garantire loro una rendita dignitosa e persino di guadagnarsi una bicicletta Bianchi ultimo modello. Goffredo Parise racconta la provincia veneta attraverso le marachelle e i furti dei due amici, insieme alla "naia", la banda di teppisti di strada a cui sono legati. Tutte le vicende ruotano intorno al caseggiato al numero 18 di via Corpus Domini, abitato da Sergio, Cena e da molteplici personaggi, ognuno con i propri vizi e le proprie virtù: la beghina Camilla, l'avida Immacolata, la sensuale Fedora, l'umile Walenska, l'estroverso cavalier Esposito... e, naturalmente, don Gastone, la personificazione dei sogni femminili e degli ideali eroici, l'idolo del quartiere, il prete bello, il fervente fascista, l'ambizioso autore del saggio Spagna, fucina di Fede. Sergio e Cena osservano il comportamento contraddittorio e spesso riprovevole degli adulti, stanno al loro gioco nel tentativo di guadagnare un dolce o qualche lira, manipolano la realtà ai loro scopi ed interessi. Sono pur sempre dei bambini, con desideri semplici e aspirazioni basilari: sarà la vita, con la sua amara crudeltà, a costringerli a crescere all'improvviso e ad affrontare la tragedia. Difficile classificare questo romanzo, per la maggior parte avventuroso e scanzonato, ma drammatico e incontrovertibile nel finale. Al lettore resta un groppo nel cuore, ma anche la consapevolezza di aver incontrato un autore capace di osservare e di rendere in maniera meticolosa ed oggettiva la molteplicità dei caratteri e dei vizi dei suoi personaggi, come in un capolavoro di fine Ottocento, ma con la spregiudicatezza e lo sguardo disincantato dello scrittore moderno. Davvero un gioiello della letteratura italiana, che non mi spiego come mai sia rimasto pressoché sconosciuto.
" Guardava tutto questo e nei suoi occhi a un certo momento apparve una Legnano da corsa nuova fiammante; guardava e pregava anche per avere una vita migliore in questo mondo e in mezzo agli uomini più grandi e più fortunati di lui e proprio mentre stava passando in rassegna tutte queste cose sulla sua nuova bicicletta, questa si alzò e Cena, rifiuto di riformatorio, ladro e miserabile a dodici anni, abbandonò con essa le strade di questa terra."
Un grande palazzo sulle cui scale, che sembra che si muovano da sole, si aprono infinite stanze, abitate da personaggi comicissimi e assurdi, come solo la provincia può forgiare. Due bambini furbissimi, poveri e buoni (di quella povertà che -come scrive Parise- è educazione, decoro, è il presupposto di ogni riscatto dalle abiezioni della miseria), un cavaliere meridionale che canta tutto il giorno funiculì funiculà e viene soprannominato "squadrista WC" per la sua ossessione per il gabinetto e per il Duce, delle sottilissime sorelle da fiaba e poi le beghine, sempre uguali nei loro scamiciati a fiori e foulard in viscosa...
Per quanto sia sorretto da un'ottima scrittura non riesco a dargli più di tre stelline. I personaggi sono monodimensionali, più macchiette che personaggi sinceramente, la trama è un insieme di episodi tenuti (a stento) assieme da alcune figure chiave, il prete sarà anche bello ma quanto è insipido e le zitelle sono insopportabili. Concordo con chi lo definisce un romanzo picaresco, pieno com'è di personaggi ai limiti che vivono di espedienti, ma mancano, almeno per me, brio e allegria e quella furbizia e/o arguzia popolana che tutto si fa perdonare. Resta la fame, quella che hanno patito i nostri nonni e i nostri padri, che fa comprendere molte cose, e una sensualità che pervade tutto il libro, sempre sottintesa ma molto presente. Su tutti Fedora, che della sensualità narrata nel libro si fa corpo rigoglioso, bramato, e alla fine anche "redento" dalla capacità di amare che, unica, dimostra. Il resto è un misto di ossessioni, miserie, qualche timido tentativo di lieto fine e una tragedia finale. Inattesa, ma l'ultima parte per me è splendida. Nella prima un poco ho arrancato.
Gran bel romanzo. Nella prima parte, l'atmosfera è quella allegra di un gioco per adulti che il protagonista, il bambino Sergio, non capisce fino in fondo ma gioca meglio degli altri: la fascinazione di tante donne, povere e meschine, verso Don Antonio. Parise si muove divertito tra i tanti personaggi, vitali e sintomo di un periodo, quello del fascismo, e delle sue grettezze. Si intuisce benissimo l'atmosfera grigia, ipocrita del periodo senza bisogno di esplicitarla. La scena è un po'dickensiana, il linguaggio si muove benissimo tra Fenoglio e un pre-Tondelli. Poi, poco a poco, la povertà e la disperazione abbattono le difese di Sergio e di tutti gli altri personaggi, il tono si fa più poco, la via di scampo, che ha come immagine la meravigliosa bicicletta di Sergio e del suo amico Cela, non si trova più. E il finale lascia in bocca un'amarezza travolgente.
non avevo mai sentito parlare di questo libro ma devo ammettere che è veramente una bella scoperta- Uno spaccato della vita italiana durante il fascio. Il vero protagonista è Sergio, un bambino povero che non conosce neppure suo padre, ma sa bene come "tirare avanti". Ho adorato tutti i persoanggi del caseggiato e il prete è solo una novità all'interno del quartiere. Descrizioni ottime, davvero un bel libro.
Parise a bevált sikerreceptre bízza magát: fog egy/több gyereket, belehelyezi őket egy vészjósló történelmi környezetbe (ebben az esetben ez Mussolini fasiszta Itáliája), aztán hadd szóljon. Ugyan melyik kiadó utasítana vissza egy efféle kéziratot? A kutya szerepeltetése elmaradt, de cserébe az író érzékletesen, finoman ábrázolja a korszak atmoszféráját.
A szép pap ízig-vérig szegényregény: a nyomorban élők világát mutatja be jól csoportosított eszközökkel, feléjük fordítva minden mozgósítható szimpátiánkat. Persze ne a Móricz-féle „összeszorított-foggal-döglök-éhen”-típusú szegénységre gondoljunk, Parise világa a talján nincstelenségé: harsányság, lopkodás, katolicizmus és túlfűtött szexualitás. Ez a könyv igazi síkja, minden más elem csak ezt húzza alá. A társasház is, mint a cselekmény fő színtere, nem más, mint a társadalom kicsinyített makettje: van itt háztulajdonos, lecsúszott arisztokrata, fasiszta tisztségviselő, de legtöbben természetesen a nélkülözők, az esélytelenek vannak.
A cselekmény másik szála don Gaspare, a spanyol polgárháborút falangista oldalon megjárt pap története: az atya férfiúi kisugárzásával szinte megbabonázza a tisztelt lakóközösség nőtagjait. Itt felsejlik számomra egy párhuzam: ahogy az égnek szegezett állú Duce a nem létező katonai erő és a Római Birodalom újraépítésének ígéretével kábítja el Olaszországot, úgy don Gaspare is öntudatlanul olyasmivel kecsegteti a vénkisasszonyokat, aminek hivatásából adódóan nem lehet/nem lehetne birtokában: férfiúi erejével, daliás termetével. Bukásának oka pedig - spoiler! -, akárcsak Mussolini esetében, az lesz, amikor a tettek szintjén számon kérik tőle ezeket a tulajdonságokat.
És még egy spoiler: értelmezhető Duce-párhuzamként Esposito lovag és az ő budijának esete is. A ház legtiszteletreméltóbb fasisztája a két illemhely közül az egyiket kisajátítja magának, és felcsinosítja: gyönyörű tapéta, mintás gumiszőnyeg, hangulatvilágítás és új WC-csésze. Így lesz büszkeségének legfőbb tárgya a szobácska, ahol a salakanyagok távoznak. Aztán egy nap a rendeltetésszerű használat közben a túl nehéz WC-csésze átszakítja a plafont, és az udvarra zuhan, Esposito pedig pucér seggel lóg a vastraverzekről, mindenki szeme láttára. Nekem erről Mussolini II. világháborús szerepvállalása ugrott be…
Bár Parise nem mindig tudja zökkenőmentesen összefésülni a regény elütő szálait, A szép pap a kategória egyik kiemelkedő példánya.
Nel mio intento di recuperare il Novecento italiano mi sono imbattuta in un romanzo su cui mi sembrava di sapere tutto. Mi aspettavo (in quest'ordine) la scrittura bellissima di Parise, la leggerezza non banale di una trama da cui ricavare qualche sorriso, un'ambientazione di provincia decisamente sulle mie corde e infine la satira contro il fascism0 e la sua retorica fumosa e aggressiva. Le aspettative erano alte ma non attendevo sorprese. E invece questo romanzo è stato di più. Una ferita, prima di tutto. E poi bellezza.
In una cornice di miseria profonda quanto la forza della loro amicizia, Sergio (il piccolo il narratore) e Cena, amico-fratello, affrontano la vita sognando, resistendo alla fame e al gelo industriandosi in mille modi, furti compresi. Struggente, purissima, l'emozione di certi passaggi. Al centro di una giostra di moltissimi personaggi grotteschi c'è Don Gastone, inizialmente esangue, confinato nel registro del comico - un prete bello e vanesio che risveglia desideri e pulsioni incontenibili, quanto incofessabili, in un gruppo di beghine fino ad allora virginali. Sergio e Cena racimoleranno pochi spicci (e addirittura una bicicletta meravigliosa) facendo da ruffiani tra le signorine, gelose le une delle altre, e il curato che abilmente sfrutta il suo ascendente sulla piccola comunità. Poi, però, prepotente e irrazionale, l'eros travolgerà anche lui e, d'improvviso, il personaggio acquisterà sangue e corpo: da fAscistA vanitoso e inconsistente, mero oggetto di desiderio, si ritroverà uomo (con tutte le gioie e le miserie del caso).
Questo romanzo vibra su molte corde e molto diverse. Senza frizioni, senza forzature. Di fondo, c'è un percorso di formazione. Il passaggio doloroso all'età adulta. Un attraversamento del mondo che molte volte è dolore ma che nel frattempo è anche amore, riso, sogni, speranze. Consigliatissimo!
Frutto succoso ed inatteso Non riesco a ricordare come ' Il prete bello ' sia capitato nella mia libreria. Non ha alcuna importanza, in vero: è stato un dono inaspettato, del quale sono grata. In un caseggiato vicentino negli anni '40 del secolo scorso piomba dal Cielo (o striscia dagli Inferi, dipende dai punti di vista) Don Gastone, splendido esemplare di uomo di chiesa fascista fino al midollo, che fa cadere impantanate nel deliquio e risveglia sopiti desideri di tutte le donne che vi abitano. Lui ha lo spessore umano del 'giovin signore' di pariniana memoria: splendido, virile, aitante, si muove tra branchi di femmine folli d'amore (chiamiamolo un po' così..) che si contendono l'onore di lavargli le mutande. A narrare la vicenda è Sergio, decenne figlio di padre ignoto, che col suo amico Cena tira a campare nella miseria più nera, attanagliati entrambi dalla Fame- l'altra grande protagonista- che tiene dietro a tutti e che li spinge a vivere di creativi e brillanti espedienti, finché non smettono di essere tali e si intridono di sangue innocente. C'è un mondo vivo e brulicante di energia in questo romanzo, di cui ho goduto ogni momento, divertendomi immensamente; i ritratti degli abitanti del fatiscente condominio che attendono giornalmente Don Gastone mi sono sembrati vivacissimi, quasi teatrali ed in procinto di saltar fuori dalle pagine e popolare con le loro chiacchiere, maldicenze, pettegolezzi beceri ogni ambiente attorno a me. L'unico lato debole - a mio avviso- è l'improvviso cambio di tono verso la fine, che prelude alla tragedia a cui forse non ero pronta io però. Un dono davvero in vista di questo Natale.
Keltaisen kirjaston hyvänä puolena on, että se on julkaissut kirjoja melko tuntemattomiltakin kirjailijoilta. Goffredo Pariselta on julkaistu suomeksi yksi teos, Kaunis pappi, jota en varmasti olisi lukenut, ellei se kuuluisi kyseiseen julkaisusarjaan. Ja hyvä kirja tämäkin on. Pienessä kaupungissa sijaitsee vaatimattomasti toimeentulevien isohko asuinrakennus, jota kansoittavat italialaisen hersyvät hahmot. Kaiken keskiössä on Sergio, yhdeksänvuotias poika, joka taiteilee kunniallisen elämän ja pikkurikollisuuden valinnan välillä, mutta on ennen kaikkea lapsi kaikessa ajattelemattomuudessaan ja jopa itsekkyydessään. Kertomus sijoittuu ajallisesti juuri ennen toista maailmansotaa, Mussolini on vielä vakavasti otettava poliitikko ja fasisitit piehtaroivat itsevarmuudessaan. Lapsuuskuvaukset ovat usein kiinnostavia eikä Kaunis pappi tee sen suhteen poikkeusta. Tietyllä lailla tämä tuntuu olevan vastaveto aikoinaan tunnetuille Don Camillo -kirjoille, joissa lämminsydäminen kirkkoherra Isä Camillo käy loputonta painiaan kommunistisen pormestari Pepponen kanssa. Kauniin papin pappi Isä Gastone on puolestaan fasisti, joka on osallistunut Espanjan sisällissotaankin ja ulkonäöllään sekoittaa asuinrakennuksen naisten päät, niin vuokralaisten kuin itse vuokraemännänkin. Hauska kirja, satunnaisesti jopa farssimainen, mutta ei kuitenkaan ilman vakavia kohtia. Ei mikään ihme, että Parise myöhemmin kirjoitti myös elokuvakäsikirjoituksia.
This is a very odd book. I inherited it years ago and just finally got around to reading it. It was wildly popular in Italy, going through multiple reprints. The book was published in the mid 1950's and the story takes place prior to WWII, when Mussolini was revered. It is the story of life in a very poor neighborhood in a small town, as seen through the eyes of a 10 to 12 year old boy. I imagine some portions were considered very racy when written. Compared to pulp novels today - not so much. Kind of like A Tree Grows in Brooklyn. I remember adults whispering about it when I was young; when I finally read it, it took awhile to figure out why it was scandalous.
Racconta la povertà come in nessun altro libro ho trovato: in maniera profondissima e –alternativamente- giocosa e ineluttabile oppure fredda e tagliente. Vi sono situazioni tristissime e situazioni comiche, situazioni grottesche ed altre tragiche; un caleidoscopio di sentimenti, emozioni, illusioni, speranze, vecchiaie, prigionie e libertà che si mescolano in maniera vorticosa ma al contempo piana e dolce nel perimetro di un cortile, semplicemente di un cortile. Che non si trova troppo distante da noi, né nello spazio né tutto sommato nel tempo.
Il titolo scelto da Parise è già di per se stesso un programma: la bellezza non è certo la prima qualità che si dovrebbe notare in un prete…anzi.
Il parroco in questione è Don Gastone, che è stato cappellano militare durante la guerra di Spagna e ha trasferito le sue riflessioni in alcuni libri, denunciando le atrocità commesse dai rossi comunisti e manifestando di conseguenza poco celate simpatie verso il regime fascista.[...]
Bei personaggi, intriganti persino. Il prete bello corteggiato da tutte le donne del vicinato, che poi si innamora della ragazza di facili costumi (la voleva redimere). Il ragazzo, Sergio, voce narrante che per sbarcare il lunario usa piccoli sotterfugi e furti che purtroppo porteranno il suo amico fidato ad una triste fine. Tanti altri personaggi interessanti. Ma la storia non mi ha catturato, non sono riuscito ad entrare in sintonia con il romanzo avevo l'impressione di assaggiare una pietanza piena di buoni ingredienti ma insipida nel suo complesso.
what a gem. the pacing is a bit odd and it never fully leans into any one thing it introduces but it paints such a beautiful, hazy, childhood picture. so much love went into the translation for this i almost feel bad that it’s completely inaccessible to anyone else on the planet. most iconic priest ever. loved.
"...e queste ultime parole non erano più allegre e villane ma sconsolate, piene di miseria e di altre cose, piene della fame da cui non si sarebbe più liberato perché essa gli scorreva nelle vene insieme al sangue."