A Fabrizio Gatti decisamente manca qualche rotella in testa. Una importante, di quelle che servono a far funzionare l'istinto di sopravvivenza, a tenere a bada lo sprezzo del pericolo.
Altrimenti non ti avventuri in prima persona nel “viaggio della speranza”, quello che porta migliaia di migranti dal profondo dell'Africa sulle coste del Sud Italia.
Altrimenti non ti fai internare, come Bilal Ibrahim el Habib il curdo, nel CIE di Lampedusa.
Altrimenti non vai a lavorare per i caporali nella raccolta dei pomodori in Puglia.
Non è per queste “imprese”, tuttavia, che oggi ringrazio Fabrizio Gatti.
Queste gli sono valse il mio rispetto - anche la mia vergogna, a dirla tutta - dinanzi alla capacità di seguire fino in fondo un assoluto morale.
Io ringrazio Fabrizio Gatti per averlo saputo raccontare con la maestria con cui è scritto “Bilal”.
E’ riuscito a dare alla luce un oggetto letterario sul confine tra il romanzo ed il reportage: un esperimento ben riuscito, al livello di libri come “Gomorra” di Saviano.
“Bilal” ti spiega - con la voce di Yaya il Kel tamasheq - che a guardarla troppo da vicino ogni vicenda del mondo finisce per coinvolgerti. Ti chiede conto delle tue azioni, o della tua immobilità.
Gatti straccia i filtri emotivi che ci separano dai migranti, che ci permettono di guardare al loro dolore con distacco e di mostrare per le loro sofferenze l'empatia che si riserva alle tragedie inevitabili – un disastro aereo, un terremoto - quelle per cui, volente o nolente, tu non avresti potuto fare nulla.
E lo fa portandoti per mano tra gli stranded di Agadez, nell'oasi degli schiavi di Dirkou, parlando con ragazzi della tua età che per un vezzo del destino sono nati alla latitudine sbagliata.
Ragazzi che escono dal rumore di fondo, reclamano un nome ed una storia, una dimensione umana; come Joseph e James, fratelli scappati da “una guerra ignobile combattuta per estrarre gratis delle pietre ignobili che nel mondo chiamano diamanti”, come Billy, bloccato senza possibilità né di tornare a casa né di proseguire il proprio viaggio, come Amadou, un padre conosciuto al mercato di Ayorou che era arrivato sino alle coste libiche ed aveva avuto paura della traversata, sana paura, è tornato a casa ed oggi si tormenta ritenendosi un codardo, per non aver fatto l'ultimo sforzo, l'ultimo passo verso l'Europa, verso la prosperità.
Fabrizio Gatti ce li consegna con lo sguardo dell'empatia. Per questo queste storie ci fanno male.
E ci fanno ancora più male perché nemmeno per un attimo si perde la dimensione storica, politica, di questo immenso traffico di essere umani, di questa vergogna del XXI secolo: i vergognosi accordi tra l'Italia di Berlusconi e la Libia di Gheddafi, i traffici di armi e di droga, il mercato della prostituzione, l'arroganza dei militari che vessano i migranti, tanto in Africa che a Lampedusa, la connivenza della polizia pugliese verso lo sfruttamento nei campi di pomodori di africani ed est europei.
La scena maestra è la telefonata ricevuta da Fabrizio Gatti, tornato in Italia, da parte di una ragazza preoccupata per il proprio compagno, immigrato regolare con il permesso di soggiorno in scadenza, convocato in procura che rischia l'espulsione, il ritorno nell'inferno, per aver rubato una stupidaggine in un supermercato, mosso dalla fame, anni ed anni prima. Fabrizio Gatti capisce lo sconcerto, l'impossibilità di concepire la mostruosa inumanità di quella legge sciacalla sulla clandestinità, empatizza con la ragazza… fino ad apprendere che alle scorse elezioni aveva votato per Alleanza Nazionale. Il partito di Fini, autore proprio di quella legge criminale, la Bossi-Fini. “Vada dal suo fidanzato e si scusi. Si scusi con lui, perché lei ha votato per la sua espulsione” - cito a memoria, non ho il testo qui con me purtroppo (se l'è fregato Federica per leggerlo).
Lì è racchiuso tutto.
Siamo in periodo natalizio. Se vi avanza qualche regalo dell'ultimo ora, se conoscete qualche amico testa di cazzo (perché ce li avete anche voi, lo so) con opinioni sull'immigrazione che definire discutibili è un complimento… beh, regalategli una copia di “Bilal”. E se non lo avete ancora letto, leggetelo. E poi prestatelo. Fatelo girare.
“Bilal”, il suo sguardo sul mondo, è l'anticorpo che serve all'Italia per far fronte a questa nuova ondata di razzismo e xenofobia. Per non dirci, fra qualche anno, “non abbiamo potuto fare nulla per evitarlo.”