Designadas pelo próprio autor como "narrativas fantásticas", as duas novelas aqui reunidas foram publicadas pela primeira vez nas páginas do Diário de um escritor, publicação mensal redigida por Dostoiévski entre 1876 e 1881.
Em A dócil, um homem desesperado refaz, diante do cadáver da mulher, a história de seu relacionamento, tentando compreender passo a passo as razões que a levaram ao suicídio. Já em O sonho de um homem ridículo, o narrador, a ponto de acabar com a própria vida, adormece na poltrona diante do revólver carregado. Principia então um dos sonhos mais extraordinários da história da literatura, durante o qual Dostoiévski anuncia a possibilidade de uma vida utópica em outro planeta antes de seus habitantes serem contaminados pelo veneno da autoconsciência.
Ambas as narrativas partilham da mesma "introspecção verrumante" que Boris Schnaiderman apontou no protagonista de Memórias do subsolo, livro com o qual estas obras mantêm grande afinidade. Tanto lá como aqui, o escritor russo submete a forma do monólogo a tal intensidade dramática, que o resultado ultrapassa as fronteiras daquilo que nos acostumamos a chamar de literatura.
Works, such as the novels Crime and Punishment (1866), The Idiot (1869), and The Brothers Karamazov (1880), of Russian writer Feodor Mikhailovich Dostoyevsky or Dostoevski combine religious mysticism with profound psychological insight.
Fyodor Mikhailovich Dostoevsky composed short stories, essays, and journals. His literature explores humans in the troubled political, social, and spiritual atmospheres of 19th-century and engages with a variety of philosophies and themes. People most acclaimed his Demons(1872) .
Many literary critics rate him among the greatest authors of world literature and consider multiple books written by him to be highly influential masterpieces. They consider his Notes from Underground of the first existentialist literature. He is also well regarded as a philosopher and theologian.
Due racconti brevi bellissimi, soprattutto il primo. “La mansueta” è un monologo ininterrotto, come un fiume in piena, che scava nel rapporto carnefice-vittima tra un usuraio quarantenne e sua moglie, una giovane orfana sedicenne, da lui sposata come se avesse concluso un affare. Un uomo meschino, che, per la viltà dei pensieri e delle azioni, per le continue giustificazioni delle proprie vigliaccherie mi disgustava leggere, verso cui non ho sentito altro che repulsione, che nutre un amore malato verso la moglie, di cui sappiamo poco, perché spettatrice silenziosa e vittima mansueta, ma comunque capace di profondi sentimenti, degli eccessi emotivi di un uomo dalla psiche contorta, disprezzato e inviso al resto del mondo e bisognoso di esercitare il proprio potere su un altro essere, scambiando la necessità di umana compagnia in affetto o amore che si voglia dire. L’introspezione psicologica dei personaggi è magistrale, attraverso l’esame del mescolarsi del ruolo di vittima e carnefice tra i due, come avviene nei rapporti sentimentali dove i ruoli non sono mai ben definiti e le emozioni si aggrovigliano in un circolo vizioso di ossessioni e desideri, dando al racconto una profonda intensità poetica. Il secondo racconto, “il sogno di un uomo ridicolo”, è anch’esso molto bello. Mi è piaciuto meno dell'altro per il suo tono utopistico, quasi fantascientifico oserei dire. Anche qui Dostoevskij esamina le profondità della coscienza umana, quella di un uomo che ha deciso di uccidersi dopo aver guardato una stella nel cielo notturno. Ma poi viene riportato sulla terra dalla manina tesa di una bambina che chiede aiuto. E il ritorno sulla terra significa per lui cambiare la sua decisione. Il cambiamento non avviene coscientemente, ma con l’aiuto di un sogno, dal quale sorgono interrogativi: il bene esiste in questo mondo o è solo nell’aldilà, in un paradiso terrestre in cui gli esseri viventi si amano disinteressatamente l’uno con l’altro e non conoscono odio , gelosie ed invidie? Il male è il destino dell’umanità? Bugie ed egoismo sono il destino della terra? Non può essere così, conclude l’uomo che al risveglio decide di predicare al mondo il precetto più importante, “ama gli altri come te stesso”. Le parole non gli escono, ha perso la voce, la sua predicazione è destinata a fallire fin dall’inizio, ma lui non si arrende. Un finale pessimistico che lascia un piccolo spazio di speranza, sì, speranza di un’utopia.
E’ una voce disperata quella che richiede attenzione in questo monologo:
”No, ascoltate, se si deve giudicare un uomo, lo si deve fare con la conoscenza di tutte le circostanze… Ascoltate. Come incominciare? Non è per niente semplice.”
Il proprietario di un banco dei pegni racconta la sua storia cercando comprensione per i fatti accaduti, perché non sempre le cose sono come sembrano; l’amore, poi, a volte, si traveste, si maschera e fa credere altro…
La mite, che intitola il racconto, altro non è che una giovane ragazza che l’uomo conosce attraverso la propria attività. Presto tra i due nascono delle confidenze e quando l’uomo viene a sapere che le due malvagie zie la vogliono costringere ad accasarsi con un vecchio bottegaio, si propone lui stesso di sposarla pensando di offrirle qualcosa di meglio. La ragazza acconsente; la sua indole è buona, mite, per l’appunto. Tra i due, però, s’instaura un rapporto algido fatto di non detti.
Un regno del silenzio che condurrà ad una fine tragica in parte svelata già nell’incipit:
” …Finché lei giace qui – va tutto ancora bene: posso andare da lei a guardarla ogni istante; ma domani che la porteranno via, come farò io a rimanere solo? Adesso lei giace nel soggiorno: hanno messo insieme due tavolini da gioco, mentre la bara la porteranno domani, una bara bianca rivestita di gros de Naples, ma del resto non volevo parlare di questo… Continuo a vagare per la stanza, tentando di darmi una spiegazione. Ormai sono sei ore che tento una spiegazione, ma non riesco ancora a mettere a punto i miei pensieri. Ciò succede perché cammino in continuazione, cammino… È accaduto così. Racconterò semplicemente seguendo un ordine. (Ordine!) Oh, signori miei, io non sono per niente uno scrittore e voi ve ne accorgerete da soli, ma non importa, racconterò come l’ho intesa io.”
Sono evidenti nel racconto alcuni elementi che possiamo considerare cardine della letteratura di Dostoevskij.
Il primo consiste nel tema dell’offesa.
Il protagonista parla di un torto subito nel passato e rimane appiccicato addosso come macchia indelebile della propria personalità; da ciò nasce il disprezzo che gli altri provano ma che anche lui stesso nutre. La disistima nei propri confronti convive con un atteggiamento superbo ed orgoglioso che non fa altro che creare maggiori distanze fra sé e il mondo. “La mite” sembra essere un tentativo dell’uomo dostoevskiano di comunicare con il mondo; di allacciare una relazione con quella compagine umana che non comprende la sua sofferenza interiore. Si tratta, tuttavia, di un fallimento che lo affonderà ancor più nella propria solitudine e disperazione relegandolo al sottosuolo. -------------------------------
IL SOGNO- “Diario di uno scrittore” – 1877
”Sono un uomo ridicolo. E ora mi danno anche del pazzo. Potrebbe essere una promozione se per loro non rimanessi comunque un uomo ridicolo. Ma ora non mi arrabbio più, ora li trovo tutti gentili, perfino quando ridono di me, anzi proprio allora li trovo particolarmente gentili. Se non mi sentissi così triste guardandoli, io stesso mi metterei a ridere con loro, non di me, ma per piacere loro. Mi sento triste perché essi non conoscono la verità, mentre io sì. Oh, che terribile peso è essere il solo a conoscere la verità! Ma essi non lo capirebbero. No, non lo capirebbero.”
Cosa significa essere considerato ridicolo?
Semplicemente – e amaramente- non essere capito, non essere accettato.
Anche in questo monologo Dostoevskij presenta “il suo uomo” con quelle caratteristiche così ricorrenti e riconoscibili tanto da essere paradigma della sua Letteratura: un uomo che soffre perché sensibile ma è al contempo orgoglioso da non voler riconoscere il suo essere denigrato.
Arriva quindi un momento in cui ci si separa dal mondo vestendosi d’indifferenza nei suoi confronti.
Dice bene Zweig quando afferma che i personaggi dostoevskiani trovano la loro salvezza proprio in seguito alla ricerca di distruzione di sé. E’ proprio da quel ricorrente dolore che dà piacere che nasce l’uomo nuovo, colui che esce dal solipsismo ed è pronto ad abbracciare l’umanità tutta.
“Il sogno di un uomo ridicolo” rientra in questo filone di sofferenza in cui si è crogiolati e che si risolve proprio nel superamento dell’Io.
A Dócil e Sonho de um Homem Ridículo são duas novelas reunidas num só volume que o autor intitulou como “narrativas fantásticas” devido ao teor fantasioso das mesmas. Escritas entre 1876 e 1877, trazem de volta as personagens bem conhecidas do universo Dostoievskiano e as grandes temáticas que marcaram a sua obra. A Dócil, traz-nos um narrador na primeira pessoa, um homem de mente atribulada com uma significativa tendência auto-sabotadora que mergulha num fluxo de consciência desordenado e incoerente em debate com tentações e misérias morais, desabafos e expiações sentidas. Asfixiante e impossível de largar!
O Sonho de um Homem Ridículo, é "praticamente uma enciclopédia completa dos temas mais importantes de Dostoiévski". Mikhail Bakhtin
O Sonho de um Homem Ridículo, ou o ridículo sonho de um homem à beira de cometer um pecado capital, que passa a crer com profunda fé, (ou ingenuidade?) na possibilidade do Homem reconquistar o paraíso perdido.
Qualquer uma destas novelas será uma porta de entrada garantida para o desafiante (e temido) universo do autor, sem ter que encarar logo de frente um dos calhamaços mais conhecidos.
L’impressione è che “La mite” sia stato scritto e poi ne siano state amputate le parti di collegamento. Alcuni dei concetti rimasti sono potenti e pendenti. Non è la prima volta che mi trovo a fare i conti con la potenza priva di controllo di questo scrittore. Dosto non scrive per comunicare, Dosto scrive, tocca al lettore interpretare. A fine libro c’è un'illuminate parallelo di Zweig estrapolato da un suo saggio: Le creature di Balzac sono tutte fatte di una sola sostanza esattamente precisabile mediante la chimica dell’anima […] Non sono già quasi più uomini ma qualità personificate, macchine di precisione della passione. Per ogni nome di Balzac si può trovare una qualità come correlativo: Rastignac corrisponde ad ambizione, Goriot a sacrificio, Vautrin ad anarchia.
Le creature di Dostoevskij sono uomini di transizione, uomini primordiali. Ciascuno un Cortés: dietro a sé ponti bruciati, davanti a sé l’ignoto. Ma la cosa meravigliosa è che appunto per essere uomini primordiali in ognuno di essi il mondo ricomincia ancora una volta, che tutte le questioni in noi già irrigidite e trasmutateci in freddi concetti, nel loro sangue ardono ancora; che le nostre strade larghe e battute, munite di ringhiere morali e di segnali etici sono sconosciute a loro: sempre e ovunque essi s’incamminano nella fitta boscaglia per giungere all’illimitato, all’infinito. In nessun luogo campanili della certezza, ponti della fiducia: tutto è sacro mondo primordiale.
Zweig afferma che questa differenza sarebbe dovuta alla gioventù culturale dell’uomo russo rispetto all’anzianità di quello europeo, io da lettore oltre ad aver notato la profondità dei personaggi di Dosto, ho notato anche la loro pesantezza: sono ricavati nella pietra e hanno vasi sanguigni umani. Ho dovuto rileggere la prima parte de “La mite” per trarne un senso, ma non sono sicuro di averlo trovato. Ancora una volta è stato Zweig ad offrirmi una chiave di lettura
La sofferenza che viene inflitta a un individuo per causa di un’umiliazione reale o immaginaria. Qualcuno, qualche creatura semplice e sensitiva, non importa se sia un piccolo impiegato o la figlia di un generale, viene offesa, offesa nel proprio orgoglio con una parola, con un’inezia forse. Questa prima offesa è la causa prima che mette in subbuglio l’intero organismo. L’individuo soffre, è umiliato, sta in agguato e attende… una nuova offesa. E un’altra offesa viene: e questa dovrebbe aumentare la sofferenza, ma invece, è strano, ora non ferisce più. È pur vero che l’offeso si lamenta, che grida; il suo lamento però non è più genuino perché adesso ama l’offesa. In questo «esser sempre conscio della propria onta sta un segreto godimento innaturale». In cambio dell’orgoglio offeso egli ne ha uno nuovo: quello del martire. E allora nasce in lui la sete di sempre nuove offese. Comincia a provocare, esagera, sfida: la sofferenza diventa il suo desiderio, la sua brama, la sua gloria
Ho sovrapposto le sue parole ad una sottolineatura che avevo fatto nel testo: -Esisterà il tormento su questa nuova Terra? Sulla nostra Terra noi riusciamo ad amare veramente solo soffrendo! Noi non siamo capaci di amare in altro modo e non conosciamo altro amore. Io ho bisogno di soffrire per amare.-
Si trova nel secondo racconto “Il sogno di un uomo ridicolo” dove un aspirante sucida si addormenta e sogna di morire ed esser trasportato su un pianeta lontano, che poi è la nostra terra ai primordi, un luogo privo di ambizione, egoismo ed invidia. Ho ripensato ai personaggi che ho incontrato nei libri di Dosto e non me n’è venuto in mente nessuno che non amasse la propria sofferenza. Non me ne sono venuti in mente neppure di gaudenti assoluti, nessuno che goda senza colpa, anzi, il loro godimento sembra in realtà essere la colpa. Entrambi i racconti hanno come sottotitolo fra parentesi -Racconto fantastico- il secondo lo è più del primo, entrambi però non fanno pensare a qualcosa di straordinario. Ero curioso di leggere il grande russo a racconti, non sapevo ne avesse scritti e non so quanti ne abbia scritti in totale. Plaudo alla formula di proporne solo due; giovane ed ingenuo criticai Fandango perché nella raccolta “Il nuotatore” ne aveva inseriti appena tre, invece è solo con la modica quantità che si riesce ad apprezzare a pieno questa forma di scrittura. Suggerisco per la prossima pubblicazione de “Il nuotatore” il sottotitolo fra parentesi -Racconto straordinario- al fine di evitare fraintendimenti.
Quanto mais leio Dostoievski, mais entendo porque Freud gostava tanto dele. Em termos de insights psicológicos mesmo. Aqui em Duas Narrativas Fantásticas temos dois contos que se não são brilhantes, pelo menos são um tour de force com os meandros da psicanálise, especialmente O Sonho do Homem Ridículo, cujo único defeito é acabar descambando para uma iluminação mística, especialmente porque a visão que o próprio Dostoievski tinha das atividades oníricas era de ordem mística, felizmente Freud chegou e só não digo que acabou com a palhaçada porque acho que o austríaco também pesa a mão nas interpretações, mesmo assim é uma evolução em relação ao Dostoievski.
Quase sempre é possível antever o que haverá nas obras de Dostoiévski, uma vez que o leitor passa a reconhecer o apreço do escritor para com a questão moral, o drama psíquico, os debates acerca da religião, da burocracia e funcionalismo público e outros mais, de modo que não fiquei surpresa com a primeira das duas narrativas.
Em A Dócil, Dostoiévski nos coloca ao lado de um comerciante de cerca de 40 anos e sua jovem e (morta) esposa, para que acompanhemos em um monólogo, o que gerou tal desfecho. É bom, agradável e já esperado o que o escritor faz aqui.
No entanto, em O Sonho de Um Homem Ridículo, parece que o homem do subsolo desperta e resolve viajar não nas ruas de Petersburgo e sim além das estrelas. Com uma clara carga dramática, em um sonho que o personagem não sabe mais se está em vida ou morte, Dostoiévski nos leva a um mundo utópico que passa a ser distópico no decorrer do relato; conversando, desta feita, com os valores do homem, com sua consciência e com, inevitavelmente, seu poder destrutivo, culminando em uma narrativa extraordinária e inesperada, que eu não estava esperando. Portanto, como sempre, impecável.
In entrambi i racconti l'autore tratta il tema del suicidio.
Nel "Il sogno di un uomo ridicolo" il protagonista decide di togliersi la vita, ma la notte stessa fa un sogno in cui gli viene esposta la verità sulla vita. Sogna di un mondo non corrotto, intatto, in cui tutti si amano, non esiste paura, possesso o gelosia. Infine la sua presenza ribalta la situazione in quel mondo puro: nasce il senso di proprietà, la cattiveria... "dopo di che nacque la sensualità, la sensualità diede origine alla gelosia e la gelosia alla crudeltà..."
Ne "La mite" la protagonista decide di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra, a causa dell'atteggiamento incurante, freddo, egoistico del marito, troppo preso dagli affari della sua vita. "Da tempo eravamo diventati estranei, da tempo ci eravamo disabituati l'uno all'altra e improvvisamente tutto questo...Ma io sottovalutavo la sua paura, mi scintillava davanti il futuro!"
Solo in seguito al suicidio il protagonista realizza la gravità della situazione e cambia repentinamente il suo comportamento, disperandosi e ponendosi degli (inutili e tardivi!) interrogativi sulla sua morte. "Cieca! Cieca! Sei morta e non senti! Non puoi sapere di che paradiso ti avrei circondata! Il paradiso era nella mia anima, io l'avei piantato intorno a te"
Un racconto da 5 stelle, soprattutto per le sue ultime parole. La frase conclusiva è una morsa al cuore. E' così spontanea e naturale che mi è parso davvero di vedere un uomo, sul ciglio del suo letto, con le mani su viso, piangere copiosamente per la morte della sua donna...
"Sono le due di notte. Le sue scarpine stanno vicino al letto come se l'aspettassero... No, seriamente, quando domani la porteranno via che sarà di me?"
Det er virklig svært at sætte ord på Dostojeskij. Jeg vil ikke prøve nu. Her formår han at putte utrolig meget ned på kort plads (hvad jeg er stor fan af). "Den sagtmodige", som jeg anser for den stærkeste af de to fortællinger kan gøre det ud for flere bøger. Det er en slags indre monolog som et ensomt menneske holder ved sin hustrus lig efter et netop begået selvmord, jeg tænker at den faktisk kunne fungere i et teater (som en monolog)
O primeiro conto é confuso e não acho que seja das melhores obras de Dostoiévski, em compensação o segundo e breve conto é excelente e por si só vale a leitura.
LA MITE: un racconto di introspezione psicologica potentissimo che tratta il tema del suicidio attraverso un monologo del protagonista, un uomo meschino, grossolano, freddo, avaro e cupo, atteggiamento che porta al suicidio sua moglie.
Un racconto toccante del tormento e del dolore di un marito che ha capito i suoi errori quando era ormai troppo tardi, come si evince dalle ultime parole:
“sono le due di notte. Le sue scarpine stanno vicino al letto come se l’aspettassero...No, seriamente, quando domani la porteranno via che sarà di me?”
IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO: è una notte cupa, umida e piovosa quando un uomo, a cui tutto sembra essere senza importanza, decide di suicidarsi.
Quella stessa sera sogna di essere in una società utopica dove regna l’amore, la fratellanza, la benevolenza e la serenità. Un’armonia terrestre dove gli abitanti sono in completa unione con la natura.
Ma presto iniziano i contrasti e le discordie, nasce la cattiveria, la sofferenza e il dolore, la corruzione e la menzogna, spunto per una serie di riflessioni filosofiche da parte dell’autore che trasla questa società utopica, trasformata dall’uomo, nella società attuale.
"A consciência da vida é superior à vida, o conhecimento das leis da felicidade é superior à felicidade."
Os personagens de Dostoiévski me intrigam bastante. Extremamente racionais e "virtuosos", mas na mesma proporção são extremamente miseráveis em quase todos os aspectos. Duas novelas ótimas que com certeza honram o título de "narrativas fantásticas". Mesmo com o enredo bastante pautado na realidade de um homem moderno, as novelas mostram excentricidades e fantasias que, provavelmente, apenas esse cotidiano seria capaz de gerar.
Duas narrativas relativamente breves publicadas juntas, penso eu, de um modo um pouco arbitrário. Não há, pelo menos em “A dócil” elementos que poderiam ser qualificados de fantásticos no sentido que normalmente se dá a palavra. O fantástico segundo o próprio Dostoiévski se dava em razão do narrador onisciente - que tudo vê. No segundo, “O sonho”, por outro lado, há sim algo de, digamos, transcendente. Semelhantes os dois são ao ter a mesma origem de publicação, a revista mantida pelo próprio Dostoiévski em seus anos finais, e a mesma angústia diante da vida. Ah, e o suicídio como resposta (ou não) diante do imenso vazio de sentido em que vivemos. Na primeira estória, inspirada em uma notícia de jornal, um dono de uma casa de penhores se apaixona e se casa com uma moça jovem (16 anos) órfã e pobre. O marido (e também narrador da estória) é a representação do homem do subsolo dostoievskiano – o sujeito cheio de ansiedades, sonhos, desejos, mas que é incapaz de expressar-se e, mesmo quando o faz, é incompreendido pelo mundo. O casamento falido se dá pela falta de comunicação, pelo silêncio e pelo mal-entendido. O desastre anunciado desde o início se concretiza. O dinheiro também é algo muito importante. É um personagem fundamental, assim, como as questões relacionadas ao binômio dominador-dominado(a), ou seja Poder. É uma obra que tem todos os elementos dos romances maiores. Uma espécie de miniatura. Antecipa, também, muito do romance moderno, principalmente em relação à incomunicabilidade. O sonho de um homem ridículo é o homem do subsolo diante não só do vazio, mas, principalmente, pronto a se suicidar porque concluiu que não há um significado no mundo. Tudo é vazio, inútil, sem sentido. Diante do nada, o melhor a fazer é justamente tornar-se apenas poeira das estrelas. Mas, pelo menos nesse caso, há um episódio transcendente. Uma certa noite, sai de um encontro frustrante com amigos decidido a se matar. No caminho para casa, encontra uma menina na rua. Ela, em lágrimas, está desesperada e aparentemente busca ajuda para a mãe. Antes que ele possa fazer qualquer coisa, ela foge. De volta para casa, 0 personagem principal (e também narrador) adormece diante do revólver com o qual pretende se matar. No sonho (o que é o sonho, pergunta-se ele próprio, e perguntamo-nos nós também) ele pega a arma, atira contra o próprio coração e morre. Morto, vê-se falecido e levado pelas mãos por um espírito desconhecido (um anjo?) para os céus e, depois, para os primórdios da humanidade, em uma era de ouro em que todos viviam em harmonia. Fascinado por esses tempo, vê tudo, ao longo de milênios se deteriorar graças às suas próprias ações. Ele, o homem ridículo era o germe da destruição desse mundo idílico. Acordado, de volta à vida, o sonho foi como uma experiência catártica, em que se vê redimido em algo diferente do que era. Desiste da morte e escolhe a vida, certo de que encontrou um sentido para a sua vida. O homem ridículo é a redenção do homem dostoievskiano, como acontece algumas vezes, em que algum tipo de purgação ou travessia é necessária para que se encontre o verdadeiro eu e o caminho da iluminação. Todos são passíveis de redenção, mas para alcançá-la, necessitam atravessar algum tipo de encontro com o Eu mais profundo. Além disso, o próprio sonho é uma espécie de teoria da História de Dostoiévski, em que uma era de ouro no passado foi destruída pela ascensão dos valores da modernidade. Para reler no futuro. Seguramente, um dos textos fundamentais do Dostoiévski. A dócil = 4 estrelas/ 5 na releitura. O sonho de um homem ridículo = 5
Dostoevskij: o la Bibbia del “flusso di coscienza”…
Recensione a “La mite”.
Ti innamori subito di questo racconto, è come un colpo, ti prende in gola e nelle viscere, ti rapisce, il cuore si mette a sanguinare un po’… lo stringi, in attesa che si rompa definitivamente… non è che smette di battere, anzi, il fatto è che batte troppo… sono quegli amori disfunzionali, ami e soffri… non puoi farne a meno, ami il tuo detrattore, che ti procura emozioni forti. Questo racconto più vicino alla poesia che alla narrativa, è un vero “flusso di coscienza” (prima che questa categoria estetica fosse coniata dalla critica letteraria e usata più tardi particolarmente per definire lo stile innovativo dell’irlandese James Joyce (ma lì siamo già nel’900…) col quale arriverà a livelli estremi d’invenzione… Gente di Dublino è del 1906, l’Ulisse verrà dopo … Il “flusso di coscienza” consiste nel rappresentare il pensiero dell’io narrante così com’è, i pensieri del personaggio così come compaiono nella mente prima di essere riorganizzati in frasi logiche. Il primo esempio di “flusso di coscienza” nella letteratura passa per essere secondo la critica l’opera di Edouard Dujardin “Les lauriers sont coupés” apparso nel 1887… Si sono forse volutamente scordati di Dostoevskij, il più grande scrittore mai esistito, che che ne dica l’invidioso autore di Lolita? (Anche qui la lingua che mirabilmente schiocca a sillabare il nome della ninfetta da cui il titolo, Lo-li-ta, fuoco dei suoi lombi, non scherza a infiorettare il discorso di mirabile quanto morboso, monologo interiore… E da chi mai avrà imparato il detrattore di Dostoevskij? Domande che vengono spontanee…perché a quanto pare non solo la scrittura di Fëdor D. è costellata di personaggi malati, folli e ossessivi (questo è ciò che sottolinea Nabokov su Dostoevskij nelle sue “Lezioni di letteratura”…). Il racconto La mite di Dostoevskij è pubblicato nel 1876 (Arthur Schnitzler nasce nel 1862 e il suo “monologo interiore” è ancora là da venire…). Chi parla è un individuo, parla a noi che leggiamo tramite il suo monologo interiore, coi suoi conflitti e una visione forse distorta, o forse è la vita che è distorta e ci rende succubi; morboso ma pieno di lumi, di verità psicologiche, continue epifanie, lucidità della psiche frammista a un gioco ossessivo di fraintendimenti e di pensiero chiuso in se stesso. Una simile cosa fanno i personaggi dei racconti di Henry James ma senza farsi tanto male, senza autodistruggersi macerati dalla passione e distruggere l’altro su cui ripongono un sentimento… P.S. Nell’autunno del 1876 a Pietroburgo ci furono non pochi casi di suicidio, uno in particolare colpì profondamente Dostoevskij: quello di una ragazza arrivata da poco in città, definito dai titoli dei giornali: un “suicidio mite”.
É uma história dura e, por mais que absurda, nos alerta sobre alguns dos muitos perigos do amor ou, pelo menos, do matrimônio.
O narrador-personagem é um sujeito profundamente introspectivo (como vemos em obras como Noites Brancas ou Memórias do Subsolo) que, ao se interessar por uma jovem sem grandes perspectivas de vida, decide pedi-la em casamento salvando-a da miséria. A ambição do narrador, que é um penhorista desprezado por parte da sociedade em que vive, é simples e simpática: juntar dinheiro para poder viver uma vida bucólica e serena ao lado de sua amada. Mas o excesso de esmero em levar a cabo a execução do seu projeto de forma concomitante ao cultivo da paixão (sem diminuir o seu tão valioso "orgulho") o cega e o castiga de tal forma que o paraíso que concebera se vê destruído num dado momento. Equivocadamente - e eis a grande ironia deste conto - o narrador atribui à causa de sua desgraça uma mera contingência, uma simples falta de sorte quando, na realidade, a fatalidade se deu não por caprichos do destino mas sim pela ausência de dois componentes imprescindíveis do amor: a transparência e o equilíbrio. Ambos, inevitavelmente, derivam de uma construção mútua.
Sobre "O Sonho de um Homem Ridículo":
Trata-se de um conto interessantíssimo. Encontramo-nos diante de outro "narrador-personagem profundamente introspectivo". Auto-declarado "ridículo" e envenenado pelo niilismo, decide suicidar-se numa certa noite. Horas antes de, em tese, aniquilar a sua vida, acaba cometendo um ato infeliz, sem dúvidas cruel, contra uma pobre menina. Diz, inclusive, ter sentido pena depois do que fizera, mas argumenta que, como logo morreria, tudo era indiferente no fim das contas. Tais reflexões, no entanto, levam-no ao sono e, portanto, a adiar o suicídio. É nesse sono que nasce um sonho fantástico: sonha com uma utopia, com um planeta igual ao nosso mas nele não há dor, não há ódio, não há perversão, não há inveja, nem ciúmes, nem corrupção, nem assassinatos. Um idílio, enfim. Idílio este que revela o que o narrador considera uma *verdade* : tal paraíso é o estado ideal da humanidade e é para esse estado que devemos, um dia, retornar. Após certo momento, porém, o sonhador torna-se a serpente pois corrompe a utopia com o germe da sua Terra (não resisti à tentação de fazer o trocadilho) natal: o mal. A utopia, naturalmente, destrói-se e o sonho logo se desvanece. O que o narrador viveu no sonho, contudo, o transforma de forma integral: abandona o niilismo de outrora e, esperançoso, passa os últimos dias de sua vida dedicando-se à árdua tarefa de convencer a humanidade do seu estado idôneo, isto é, da verdade. Eis então o poder do remorso em meio à experiência do pecado.
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Excelente livro para aqueles que querem começar a ler Dostoiévski, mas não desejam passar incialmente pelos seus famosos calhamaços como “Crime e Castigo” ou “Os Irmãos Karamázov”. Nesta singela resenha eu vou me ater somente à novela “A Dócil”, uma vez que eu já comentei sobre “O Sonho de um Homem Ridículo” em outra oportunidade. Esta publicação da Editora 34 é muito interessante, pois abarca as duas novelas já mencionadas e conta com bons textos de apoio tanto na orelha quanto na introdução. “A Dócil” é uma história pesada e de uma certa maneira remete a outro texto do autor chamado “Memórias do Subsolo”. O texto apresenta um protagonista desprezível em busca de um novo sentido para a sua vida. O que a princípio seria uma confusa reflexão sobre as motivações do suicídio de sua esposa, passa a ser um processo catártico e de autoconhecimento. Só mesmo lendo os textos para mergulhar nas questões psicológicas que este incrível autor russo consegue construir.
Duas narrativas fantásticas, pessoalmente gostei mais de O Sonho de Um Homem Ridículo, o caminho que Dostoiévski usa para conduzir as reflexões é simplesmente genial, dissertando com tanta clareza e detalhe os temas que são totalmente contemporâneos. A Dócil nos abre os olhos para a forma em como uma má comunicação pode ser devastadora. Nas duas narrativas acompanhamos o pensamento dos protagonistas com todas suas angustias, dúvidas, conclusões, decisões e arrependimentos. Envolvente e realista.
Den sagtmodige og Et latterligt menneskes drøm er på meget forskellig vis to fantastiske fortællinger. Mens Den sagtmodige holdes i en realistisk, psykologisk ramme og udfolder et etisk drama om udnyttelse og ødelæggelse af den Anden i bekendelsens form, er Et latterligt menneskes drøm en grotesk overskridelse af tid og rum gennem netop drømmen. Den er - med Bakhtins ord - et godt eksempel på Dostojevskijs mestring af Den Mennipæiske satire, som med karnevaliserende greb muliggør synkrisis og anakrisis, dvs. henholdsvis den bevidste sammenstilling af uforenelige positioner og en stemmes fremprovokation af en anden stemme. Begge fortællinger er hurtigt læst, men efterlader læseren i såvel store følelser som eftertænksomhed. For hvad er egentlig mennesket i mennesket? Dostojevskij undersøgte dette spørgsmål gennem hele sit forfatterskab - komprimeret og kondenseret i disse små fortællinger og fuldt udviklet i de store polyfone romaner.
Se num canto qualquer existir a verdade e a pureza, o aconchego e a paz, surgirá no recanto com uma doce figura dissimulada suas antíteses que através de sua sonsice conquistará com melodiosa prosa aterrorizante resultado: mostrar humanidade.
o sonho de um homem ridículo sendo a jornada de um suicida entrando em religious psychosis kkkkkkkkkkkkkkkkk meio que amei pq estou num momento em que compreendo mt isso
visione dell’amore pazza in culo, come nel giocatore. ma possiamo smetterla di dire che un libro é bello solo perché l’ha scritto x/ é un classico? che noiaaaaaa