Helena Janeczek affronta il materiale autobiografico del difficile rapporto di una figlia con la propria madre amata e temuta. Ma dietro quella figura tanto ingombrante quanto imprendibile c'è l'ombra ancora più pesante di una catastrofe storica: quella madre, ebrea polacca, è sopravvissuta a Auschwitz, unica superstite, insieme al padre di chi racconta, di due famiglie.
Helena Janeczek (Monaco di Baviera, 1964) è una scrittrice e giornalista tedesca naturalizzata italiana. Nata a Monaco nel 1964 da una famiglia di ebrei originari della Polonia e naturalizzati tedeschi attualmente vive in Italia dal 1983, dove ha pubblicato una raccolta di poesie in tedesco ed è lettrice per Mondadori della sezione Letteratura straniera.
Lezioni di tenebra - ampiamente autobiografico - è uscito in prima edizione per Mondadori nel 1997 ed è stato ripubblicato nel 2011 da Guanda. Il libro ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima. Del 2002 è il romanzo Cibo. Segue, per il Saggiatore, Bloody Cow, storia di Clare Tomkins, la prima vittima della malattia di Creutzfeldt-Jakob, comunemente nota come "mucca pazza".
Per Guanda ha pubblicato il suo ultimo libro Le rondini di Montecassino, per raccontare la presenza di polacchi, pachistani (e altre nazionalità dimenticate) a una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale. Di recente il romanzo è stato tradotto in altre lingue.
Stazionava fra gli scaffali della mia libreria da anni, in attesa di essere letto e di scoprire un po' di quella tematica, o meglio sottotematica dell'Olocausto, che inspiegabilmente da sempre mi affascina: quella della trasmissione del trauma transgenerazionale, ovvero la terribile e al contempo preziosa eredità che i testimoni di seconda e terza generazione hanno ricevuto dai loro genitori e nonni, sopravvissuti alla Shoah. E' un tema ancora non sufficentemente esplorato e conosciuto per quanto negli ultimi anni molti di noi, magari inconsapevolmente, se ne siano trovati fra le mani dei grandiosi esempi come "Maus", la splendida graphic novel di Spiegelmann: non è solo un romanzo sulla Shoah quello, ma racconta anche, o tenta di raccontare, cosa è significato nascere da una persona reduce da un trauma del genere, e crescere con lei. Il più delle volte, ho notato, l'eredità è "silente", chi è sopravvissuto tende a evitare l'argomento, o parla solo se sollecitato; altre volte, invece, e sono questi casi ad interessarmi, la trasmissione di ciò che è stato ha conseguenze traumatiche per chi la accoglie e si manifesta attraverso effetti quali l'incomunicabilità, l'incomprensione, o peggio il passaggio di fenomeni come l'ansia e la depressione, quasi l'eredità maledetta di un evento del genere restasse nel DNA. Era questo che speravo di trovare in "Lezioni di tenebra" la cui lettura, tra l'altro, ha coinciso con un mio meraviglioso viaggio in Israele. Ebbene, il libro Helena Janeczek, ebrea di origine tedesca poi residente in Italia, dice tutto e niente. Le parti in cui l'autrice parla della madre, sopravvissuta all'Olocausto (in maniera peraltro poco chiara) sono frammentarie e confuse, la scrittura si perde talvolta in fatti e dettagli incomprensibili, e non si prende gusto nella lettura. Più volte ho avuto l'impressione che lei stessa non sapesse bene cosa e perchè scrivere, che non avesse un filo logico e una motivazione per farlo, e infatti alla fine non abbiamo una testimonianza, nè il racconto di come tale testimonianza è stata trasmessa dalla madre e da lei accolta, nè una descrizione dei sentimenti che sembrano passare un po' in secondo piano. E' un libro "assente", asciutto, che sa di poco. Ad eccezione dell'ultima parte, quando l'autrice nel narrare sembra seguire un filo logico, e rievoca la visita fatta ad Auschwitz proprio con la madre, i pianti, i silenzi, le rilessioni. Sì, ma tutto il resto del libro? Cercavo altro, e sono ben aperta a suggerimenti per chiunque ne abbia da darmi.
Helena Janeczek sonda le tenebre della sua storia famigliare, le tenebre sconosciute di Auschwitz che riaffiorano grazie a un viaggio con la madre, che per la prima volta ritorna in Polonia e nel campo in cui passò pochi mesi da ragazza. Quello che mi è piaciuto di più è che l'autrice non pretende di fare nessuna luce sul trauma altrui, non si immedesima mai e anzi è contenta che molto le sia stato taciuto. Mi basta sapere quanto ne so, scrive, e in più a volte non è neanche certa che quello che scriva sia vero o se lo stia inventando. Deve per forza fidarsi di sua madre. Janeczek costruisce un libro di memorie e digressioni, ricordi infantili, paure, nel confronto con una madre così diversa. Tutto è legato dal dubbio, da verità sfumate e nomi confusi, taciuti o dimenticati. Le stesse digressioni sulla propria lingua (nata da genitori polacchi che parlavano yiddish, l'autrice parla tedesco, inglese e italiano) sono coronati da un sospetto di vuoto: "Ho l'impressione di avere una lingua madre che non conosco".
Helena Janeczek erzählt als Tochtereiner Shoah überlebenden Familie die Schwierigkeiten und Traumata einer postmemory-generation. Fragen der Identität, der Beschäftigung mit einem Genozid und die Angstzustände ihrer Mutter sind wiederkehrende Motive im Leben Janeczeks. Dieses autobiografische Werk verdeutlicht sehr präzise die Bürde eines Kindes, dessen Eltern eine traumatische Erfahrung erlebt und überlebt haben: In ihren Nacherzählungen lebt die Shoah weiter, die durch die Tochter in eine nächste Generation übertragen wird.
Ho letto questo libro subito dopo Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn, ed è stato inevitabile fare dei paragoni: anche quello di Helena Janeczek è un libro importante, ma mi è sembrato un po' dispersivo. Mi sono piaciute le parti molto oneste sul rapporto madre/figlia. È stato tipico per molte sopravvissute e sopravvissuti dei campi di concentramento non raccontare nulla alle proprie famiglie, quindi per lungo tempo l'autrice non ha saputo quel che era successo alla madre durante la guerra, che cosa aveva passato ad Auschwitz, l'unica della sua famiglia ad essersi salvata. Finché nel 1995, in occasione di un viaggio in Polonia per celebrare i cinquant'anni dalla liberazione di Auschwitz, la madre è scoppiata a piangere...
Quel che è sicuro è che ogni libro sui campi di concentramento, sulle sopravvissute e i sopravvissuti, sulla memoria è indispensabile.
Un romanzo di famiglia, un racconto della madre, soprattutto della madre, e del padre, un ritorno alle origini, un viaggio verso luoghi della memoria, la memoria da custodire. Siamo figli dei nostri genitori, non riusciremo mai a sapere davvero chi sono, cosa provano, a volte non sappiamo nulla della loro vita prima di noi. Sappiamo ciò che loro ci raccontano, omettendo a volte le esperienze più dolorose. Colpisce in questa narrazione il carattere di questa madre, forte, dignitosa, elegante, un rapporto conflittuale con una figlia a cui viene taciuto il dolore attraversato. Tra i aim parola detta e intere frasi non dette, identità presunte e reali, paesi scelti come patria, lingue imparate e altre intuite, si snoda l'esistenza di una famiglia che nasce da una sopravvivenza forse fortuita, n una dolcezza che solo i piu forti possono avere.
This book kept me suspended from beginning to end in a mother-daughter relationship so authentic and compromised by the thread of history and the weight of memory. From her mother's inability to narrate, Janeczek takes it upon herself to give her voice in the most meaningful and human way possible, through her gestures, the upbringing she received, her own inner journey and the fragments of her mother's memories scattered over the years.
Un libro intenso e doloroso dal fondo autobiografico. Figlia tardiva di due sopravvissuti polacchi all'Olocausto, stabilitisi in Baviera, Helena narra attraverso la sua sensazione di sradicamento e non appartenenza e d il rapporto conflittuale con la madre, il suo vivere di sponda l'Olocausto.
Helena nasce e cresce in Germania, impara presto l'italiano durante i frequenti soggiorni in Italia ma ascolta anche il polacco parlato dai genitori tra loro per escluderla dai discorsi e frammenti di Yiddish. Vive in una famiglia ebrea non più osservante ma sente continuamente ripetere che "loro" non sono tedeschi e si trova a cambiare lingua a seconda delle circostanze ed a volte senza capire i motivi per cui la madre la invita a questo.
I suoi genitori hanno raccontato poco della propria esperienza durante la guerra ma il non detto attraversa la sua infanzia e adolescenza in mille modi fino in parte a risolversi durante un viaggio in Polonia accompagnando la madre 50 anni dopo la sua fuga.
Sono le emozioni, i silenzi, le paure, i non detti che appaiono più evidenti in questo racconto che sembra esorcizzare un passato (non proprio) che ha segnato la propria vita.
Colpiscono i ricordi nella Polonia di 50 anni dopo dove per la prima volta Helena vive l'ostilità e la diffidenza nei suoi confronti in quanto ebrea. Un libro catartico che offre molti spunti di riflessione, storica e umana.
Chi cerca un libro documento o un libro di memorie, deve orientarsi altrove. Questo libro approfondisce il rapporto con la madre ed un rapporto particolare segnato dal vissuto della madre; lo stesso titolo è esemplificativo.... le tenebre della persecuzione razziale, sebbene non raccontate in modo diretto e parto, si trasmettono ai figli in mille modi....
....ho una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più...
I genitori sanno che i figli sbagliano e che bisogna educarli a non sbagliare. Ma certi, credo, sanno che anche dagli errori si impara. Molti altri non ne vogliono sapere nulla e tuttavia lo sanno ugualmente perché così è capitato a loro. Mia madre invece sa che se commetti un errore sei spacciata. Per questo non deve educare sua figlia a non sbagliare, deve impedire che sbagli, qui e ora. Per questo mia madre, finché io sbaglio, non potrà ritenere compiuto il suo compito di educatrice. E io sbaglierò sempre, lo farò solo ai suoi occhi o per davvero, così come lei stessa che, nonostante tutto, commette pure degli errori. E il senso di impotenza che le viene dal fatto di saperlo accresce il suo zelo e la sua furia. Per questo mia madre non educa, ma addestra. Da come Helena racconta, pare che il suo rapporto conflittuale con la madre dipenda in gran parte dal fatto che è una sopravvissuta di Auchwitz. Secondo me non c'entra nulla, è solo una questione di carattere. Anche mia madre è così rompipalle e non è una sopravvissuta di Auchwitz..... Scherzavo....quasi... Scorrevolissimo, molto piacevole da leggere, nonostante l'argomento.