L'alfa e l'omega
“Il mondo è pieno di docce fredde, e da quando ho cominciato a viaggiare per sincerarmi dello stato di conservazione dei predatori alfa che condividono il loro habitat con esseri umani, ho una costante sensazione di freddo e di bagnato.”
La lontananza non esiste.
E non certo, almeno per la parte privilegiata del pianeta, per merito dell'interconnessione o dell'opulenta capillarità della comunicazione e dell’informazione.
Là fuori.
E' la fuori dove succedono le cose.
Ciò che vive là, nel fuori della wilderness o ciò che ne rimane, se qualcosa di originario ancora esiste, è a miglia di distanza dal nostro immaginario quotidiano, tanto da doversi relegare nella categoria dell’esotismo, qualcosa con cui difficilmente avremo esperienza diretta, se non in un santuario per specie protette, o più probabilmente mai.
Verosimilmente, per i nostri futuri nipoti, questi ultimi sopravvissuti odierni si trasformeranno in: “campioni di DNA, innocui palpiti in gabbie o provette”.
La stima di Quammen offre una data plausibile: 2150.
Otto generazioni (direi ormai sette, il testo è del 2003).
Trentacinquemila anni bruciati in meno di una manciata di secoli.
Una doccia fredda da lasciarti senza fiato.
Predatori alfa, sovrappopolazione, riduzione dell’habitat, esaurimento delle risorse, estinzione, perdita della biodiversità, effetto domino.
La catena della perversione di cui facciamo parte, il cui primo fattore è interscambiabile con molte altre specie chiave a scelta, ha familiarizzato il nostro pensiero lasciando spazi vuoti che vanno colmandosi di frustrazione e cinismo.
Il capitalismo, catalizzatore delle sequenze, mettetelo pure in una posizione qualsiasi a vostra scelta. Il risultato non cambia.
I superpredatori sono fondamentali nel bilanciare la catena trofica di un particolare ecosistema:
“ Se perdiamo i grandi predatori rischiamo di avere (avremo?) una sovrabbondanza di predatori di media stazza, di erbivori, di granivori: un flagello di piccoli mordicchiatori che ridurranno la vegetazione ai fusti, interferendo con la riproduzione arborea, mettendo a repentaglio il rinnovamento a lungo termine della volta forestale, sterminando popolazioni di uccelli nidificanti al suolo e probabilmente altre creature minute. I dati indicano che quelle grandi belve pericolose al vertice delle rispettive catene alimentari hanno un ruolo regolatorio cruciale e insostituibile. Con ogni evidenza, la mancanza di superpredatori, dichiarava il gruppo di Terborgh produce inesorabilmente una semplificazione dell’ecosistema accompagnata da un precipitare delle estinzioni”.
Quammen ci presenta quattro specie, Panthera Leo Persica, il leone asiatico, Crocodylus Porosus, il coccodrillo marino australiano, Ursus Arctos, l’orso dei Carpazi e Panthera Tigris Altaica, la tigre dell’Amur, nell’indissolubile rapporto di interdipendenza con i quattro habit e le culture tradizionali con le quali hanno spartito i loro territori. Convivenze millenarie ormai al collasso.
La pressione antropica, la costante riduzione di territori integri, al netto di impatto umano, il saccheggio delle risorse, il precario assetto ecologico, la riconversione di culture ancestrali, la decimazione degli esemplari per caccia e profitto, il bracconaggio, l’avvicendarsi di governi e differenti politiche sono tutti elementi in gioco nella ricerca di una complessa, se non impossibile, simmetria dell’infernale scacchiera contemporanea.
Tenendo conto di queste componenti, ed eventuali altre variabili circoscritte ai singoli contesti regionali, le soluzioni proponibili non sono solo dolorose ma dicono di noi e del nostro modo di stare sulla terra in modo assoluto e cristallino. Un esempio da un biologo australiano:
“L’atteggiamento di Webb è controcorrente e coraggiosamente scevro da sentimentalismi. Non pensa proprio che lo status di specie a rischio, i divieti permanenti di caccia, la soppressione totale del commercio, il virtuoso proselitismo – quest’ultimo inteso a produrre, che cosa, una sorta di vaporoso risveglio spirituale alla bellezza innocua di tutte le creature? – possano garantire a lungo andare la salvezza di popolazioni di belve carnivore in libertà. Crede invece nell’idea di uso sostenibile. La fauna selvatica come risorsa rinnovabile. Usarla o perderla è la premessa basilare, che abbraccia molti e complessi dettagli riguardanti la preservazione dell’habitat e gli atteggiamenti umani”.
In altre parole: “Se in una popolazione vi sono duecentocinquanta tigri, per esempio, si potrebbe mettere all’asta il diritto di ucciderne due all’anno, e con il ricavato dare a tutti coloro che vivono nei paraggi un buon dividendo. Si potrebbe anche sancire l’allevamento di tigri, in modo che alcuni felini siano allevati legalmente in cattività per fornire quegli stessi prodotti vitali – ossa, denti, organi interni, pelle, peni e quant’altro -, che vengono venduti in Asia sul mercato nero per scopi farmaceutici e magici. Naturalmente allevare tigri non gioverebbe alle popolazioni selvatiche, se non forse indirettamente: soddisfacendo la domanda di parti di tigre e quindi togliendo spazio al commercio illegale che stimola il bracconaggio.”
Con qualche aggiustamento a seconda dei contesti geografici locali, questa sembra essere la tendenza generale per coniugare le problematiche che gravitano intorno alla conservazione di specie a rischio pericolose.
Il profitto resta comunque il magico denominatore che apre qualsiasi strada altrimenti rigorosamente sbarrata.
I grandi predatori sono ormai con le spalle al muro.
Questi animali che, come tutta la fauna terrestre, affascinano da secoli il nostro pensiero e le nostre menti con l’impalpabile mistero delle loro, ci hanno accompagnato lungo il sentiero del mito e della spiritualità per gran parte della nostra storia, hanno collaborato alla formazione degli archetipi e delle fondamenta della nostra psicologia.
La lontananza non esiste.
Perdendo loro, saremo con le spalle al muro anche noi.