Wajdi Mouawad è senza dubbio un autore contemporaneo degno di nota. Conosciuto con "Anima", grazie ai suoi punti di vista originali, gli animali, che indagano sull'assassinio di una donna, Fazi Editore finalmente permette ai Lettori italiani di acquistare l'origine, il capostipite, l'autobiografia per eccellenza dello scrittore libanese: "Il volto ritrovato." La sua esperienza passata, infatti, incontra quella del protagonista, Wahab, costretto ad abbandonare il Paese natio per scappare dalla guerra. L'oppressione, il senso di smarrimento e la paura accompagnano il ragazzino, che a soli sette anni è costretto a fare i conti con la realtà: un attentato. Un autobus prende fuoco, il giardino fuori casa viene distrutto da una bomba, le urla riempiono le strade, i bambini piangono, c'è un via vai di miseria in ogni angolo della città. È proprio in quel momento, proprio quando lui trema, che tutto si fa meno nitido, più spaventoso, e "una donna dagli arti di legno" decide di terrorizzarlo. Una fantasia, una "paura infantile che può essere sconfitta con un'altra paura infantile", la rappresentazione del suo malessere, della negatività. Le certezze saranno sradicate dal loro nido sicuro, e la confusione, forse il cambiamento troppo brusco, condizioneranno la vita del piccolo fino a disumanizzarne gli eventi. Da quando compirà quattordici anni, Wahab smetterà di riconoscere il viso smunto della madre: una nemica, un affronto, un mostro. Chi non fuggirebbe dal vuoto che soffoca, dal niente che tormenta?
Il libro si concentra su varie tematiche: identità, superamento di un rapporto burrascoso, accettazione di una malattia, e in maniera sottile tratta della crescita di un uomo, di come le debolezze possano farlo maturare in fretta. Una coltre di nebbia ricopre il significato letterale del testo e fa riflettere su quello metaforico, di cui è ricco. Mouawad, con uno stile di scrittura inusuale, composto perlopiù da frasi brevissime, ha talento e riesce a scuotere le spalle del Lettore.
"Chi sei, tu? E che cosa temi, più di te stesso?"
Sta a noi, in seguito, farci un bell'esame di coscienza e chiederci se, in fondo, siamo un po' come il povero Wahab: vittime di una carneficina che non abbiamo il coraggio di affrontare.