Ci ho messo un’infinità di tempo per finirlo per la presenza di alcune scene così crude, ma al contempo vivide, da trasformare l’intero romanzo in una trappola mentale in cui la mia mente è stata più volte st***ata. Non è un difetto ciò che dico: Tertium non datur (locuzione latina che significa “una terza via non è data”, e leggendo capirete il perché) è un romanzo utopico-distopico ambientato ai giorni nostri, la cui protagonista, Paola Greco, potrebbe essere chiunque noi e in qualsiasi momento. La trama si apre con un’offerta che le viene posta: andare in Germania e lì estraniarsi totalmente dalla vita sociale per servire l’essere che tutti noi temerebbero di più al mondo, colui che lo manipola e che è il nipote di un tale che al solo nominarlo farebbe venire i brividi. Di qui inizia la storia di Paola Greco, tra peripezie e sventure, ma soprattutto continuo mettere in discussione delle sue idee in ambito politico-sociale, facendoci ingoiare (con una digestione lenta) verità amare che tutti noi preferiremmo non sentire.
La storia che Paola Kovalsky ha scritto è la storia di una figlia senza gloria circondata da bastardi con gloria, e il primo di questi è Arthur: affascinante, manipolatore, meschino ma anche brutale e onesto, una delle migliori invenzioni di villain letterario che io abbia mai letto. Non solo crede di avere il mondo nelle sue mani, lui ce l’ha davvero: con tempo e pazienza è riuscito a instaurare una rete di seguaci che gli sono fedeli come si è fedeli a un Dio, rendendo l’associazione di cui è a capo molto più affine a una sorta di massoneria che di partito politico, a un sinolo di entrambi. Attorno a lui, tante altre figure, perlopiù maschili, che si muovono in maniera diversa e peculiare: l’impassibile Siegfried Hauptmann, la bellissima Kris, il viscidissimo Thorst, Monika, Manuel, Michael e il più interessante ed enigmatico di tutti, Kurt Schulze, l’unico che in quella banda riesce a risultare un po’ più amorevole, nonostante il suo temperamento ferreo e integro.
Ci sono state delle scene davvero disturbanti: non è stato facile leggerle, per questo ho dovuto fermarmi a più riprese per poi sospirare e continuare a leggere. Io credo che Paola Kovalsky, l’autrice, sia davvero sadica: nel momento in cui la situazione sembra stare per risolversi, facendoci dire “ah, menomale, ce l’ha fatta”, la fa precipitare, inserendo una suspense che pochi libri hanno e che poi ti invogliano a leggerne il secondo volume. La cosa più assurda non è soltanto che la protagonista riesce ad affezionarsi (se non addirittura qualcosa in più) alla banda di sadici bastardi a cui “è affidata”, ma che persino il lettore stesso riesce ad apprezzarli e ad ammirarli, benché le loro idee siano discutibili (per quanto non del tutto ingiuste).
Ho trovato amabile e al contempo odiabile (per le sue scelte non proprio sagge) la protagonista, Paola Greco: per certi versi mi ci sono rivista appieno. A prima vista sembra una persona “normale”, “banale e stupida” come lei si definisce, un’adolescente nel corpo di una trentenne vista la sua infantilità; eppure, le sue riflessioni spesso sono acute e brillanti, il romanzo è tutto visti dal suo punto di vista (viene usata la prima persona) ed è tremendamente introspettivo, facendoci analizzare appieno i suoi pensieri, le sue paure e i sogni avuti e mai realizzati (che sono quelli che acuiscono il suo pessimismo e la poca stima che serba a sé stessa). Si potrà poi notare che dietro quella “ragazzina infantile” v’è una donna in parte vissuta e reduce da un rapporto traumatico con i genitori: non solo suo padre l’ha abbandonata fisicamente, ma la sofferenza più grande è stato l’abbandono emotivo di sua madre, per cui s’è sempre sentita un peso gravoso che ha sbagliato una cosa sola, a nascere. Paola fa quindi tenerezza, comunica tanto amore, quello che non ha ricevuto, e che ricerca incessantemente, pregna di gelosia e invidia, in quella banda di bastardi che le sta violentando l’anima e il cervello, in particolare in certi individui che vorrebbe trovare ripugnanti e invece l’attraggono. Un po’ come tutti noi: amiamo ciò che vorremmo odiare perché ci intriga, ci appassiona, e in un estremo stato di bisogno amoroso desidereremmo che ciò che ci odia o ci disprezza ci amasse.
Il taglio cruento e crudo della storia si evince anche dallo stile dell’autrice: è maturato incredibilmente da quando scriveva “Indomabili Onde”, restando pur sempre diretto e conciso, senza troppi fronzoli che poi non si ardirebbero nemmeno più di tanto alla storia per come è. Ho adorato Tertium, ma questo verbo non rende giustizia alle sensazioni di paura, disgusto (anche se non eccessivo) ansia e terrore che ho provato durante l’intera lettura. Dovete farla con la mente sgombra ma aspettandovi qualcosa di pesante che impiegherà la vostra mente come in una montagna russa: salirà e scenderà, sta poi a voi saper controllare le sensazioni causate.