È un giorno lunghissimo quello in cui el Señor de los Milagros viene portato per le strade di Lima in ottobre. Lo è nella narrazione di questo romanzo che inizia alle ore 08.00 e termina poco dopo le 21, in ospedale, con una morte. Perché il Signore dei Miracoli, di miracoli non ne fa per nessuno.
Non ne fa alla famiglia Colmenares, composta da don Lucho, la signora Maria e i figli Miguel, Bety e Carlos (la Volpe). Su di loro pesa uno sfratto che diventerà esecutivo il giorno successivo: il palazzo dove vivono dovrà essere abbattuto come sacrificio alle speculazioni edilizie ordite da don Manuel (di cui parleremo sotto). Don Lucho, dunque, passerà la sua giornata nel tentativo di cercare una casa consona alle esigenze della famiglia, senza però avere il becco di un quattrino. La Signora Maria, sceglierà la preghiera, preoccupata per quel che sta per succedere alla sua casa ma soprattutto ai suoi figli. Miguel, che per tutto il romanzo verrà etichettato come un codardo, beve per dimenticare il suo fallimento: non è stato ammesso all’Università e si ritrova, lui comunista, ad insegnare in una scuola religiosa, incapace di far fronte ai fallimenti amorosi tanto come a quelli della vita dei suoi cari. Bety, che si dà arie da ragazza Pippi ma viene sempre presa in giro dai ragazzi, vuole incastrare il fidanzato dei quartieri alti, Coqui: accetterà di avere un rapporto con lui a patto che poi lui le dia l’anello - omettendo di aver già avuto più di un ragazzo e di cercare in Coqui solo il coronamento di una fuga sociale. Poi c’è Carlos, il piccolo, che studia in un collegio militare. Anzi, studiava: il giorno della processione è quello della sua espulsione dal collegio, notizia che il ragazzo, soprannominato da quelli della banda della sua strada (posto dove lui vorrebbe stare) la Volpe, si guarda bene dal dare alla famiglia.
A fare da contraltare ai Colmenares c’è don Manuel, potentissimo padrone (della banca dove lavora don Lucho, di giornali, tv, ministri, capi di stato, aziende, dei terreni di mezza Lima, di potenti prelati ed elegantissime Cadillac), futuro del Paese e cattolicissimo uomo di famiglia. Almeno in apparenza. Perché il caro don Manuel, in realtà, sa di essere omosessuale dall’età di 13 anni. Nella sua mega villa ospita una corte di ex amanti, cui ha garantito un futuro economico anche per le famiglie d’origine, una moglie sposata per dovere che nel talamo fa collezione di toy boy e un figlio senza spina dorsale, che di nascosto si ripassa il figlio del giardiniere per fare imbestialire il padre che lo vorrebbe potentissimo, cattolicissimo e sposato da etero a una donzella di buona famiglia. Don Manuel, però, ha un problema: il suo favorito, Tito, ragazzo di vita, come piacciono al pinguissimo, col quale è stato colpo di fulmine a un angolo della strada tanto da caricarlo in Cadillac e non lasciarlo andare più. Tito nega a don Manuel i suoi favori. Non importa che il ricchissimo abbia sistemato madre, zia, parenti e famiglia per il resto della loro vita togliendoli dalla strada. Tito di fare sesso con l’eccellentissimo, non ne vuol più sapere. Don Manuel è un innamorato non corrisposto, che non può comprare l'amore della sua vita (o almeno di ottobre).
Così sullo sfondo di un Perù diviso, dove chi comanda fa quello che gli pare e chi patisce sta sempre peggio, una giornata particolare diventa la vivisezione dei mali del Paese. Sui quali si staglia potentissima la figura del Signore dei miracoli, portato in processione sopra la testa dei più. Che guarda, ma poi miracoli veri, non ne fa. Perché il finale, senza speranza né possibili appelli, è quello della solita storia, dove tutto il mondo è paese e l’ingiustizia sociale è un dettaglio insignificante.
Reynoso, scrittore smaccatamente comunista, non concede possibilità se non alla bellezza. Che pure, come la vita, va avanti fregandosene della violenza e dell’ingiustizia. Basta solo a consolare per qualche momento, prima dell’arrivo della morte.