Torino, sera del 25 febbraio. Un'esplosione uccide don Pezza mentre è intento a una strana predica, molto più simile a una rappresentazione teatrale che a una funzione religiosa. E' proprio la tragica morte del sacerdote a dare avvio ad uno dei casi più avvincenti e delicati nella carriera del commissario Santamaria, deciso a fare luce sul legame che unisce i misteriosi affari di un parroco visionario a oscure macchinazioni del mondo dell'alta finanza e della grande industria. E sarà un'indagine senza tregua, all'inseguimento di un assassino abilissimo nel fare perdere le proprie tracce in un dedalo di false piste e di presunti colpevoli. Un giallo serrato e rigoroso, un libro di grande fascino.
The editorial team of Carlo Fruttero and Franco Lucentini, particularly notable for their (controversial) curation of the Urania series of fantascienza (science-fiction) compilations from 1964 to 1985.
Su e giù per via Cernaia, le auto sollevavano baffi di fanghiglia bruna, e sotto i portici i pochi passanti erano misteriosamente riusciti a lasciare migliaia di orme bagnate, che s’intersecavano e sovrapponevano in tutte le direzioni. Seguire anche uno solo di quei confusi percorsi sarebbe stato impossibile.
Ma il commissario Santamaria, nello spazio di un fine settimana in una Torino innevata di fine anni Settanta, riuscirà a fare ordine nella confusione di indizi e indiziati. E tra gli indiziati, naturalmente, non mancano le donne.
“Lei è mai stato innamorato?” Non era l’ora, non era il luogo, non era la situazione giusta, si disse il commissario mentre riprendeva fiato. Ma come irritarsi per quella domanda fatta senza la minima frivolezza, senza nessun intento elusivo, dilatorio? “Come no?” disse cercando di metterla sul ridere. “Allora lei sa” proseguì la ragazza serissima, concentrata “che c’è un periodo, una fase molto confusa, quando … la prima volta, naturalmente, dopo non so … cioè, non è esattamente confusione, è come se uno conoscesse la musica solo sulla carta, mettiamo un sordo che legge benissimo le partiture, sa tutto, segue alla perfezione un’intera sinfonia ma sempre solo sulla carta, e poi tutt’a un tratto non è più sordo, ci sente, e allora tutti quei piccoli segni diventano violini, flauti, oboi eccetera, e lui scopre finalmente che cos’è la musica … Non è stato così, per lei?” Il commissario finse uno sforzo mnemonico. “Sì, forse … Sa, è passato tanto tempo.” “Avrei dovuto usare un altro esempio. Ma ecco, mettiamo, quando lei fa un’inchiesta e ci sono molti indizi sparsi, molti particolari senza senso, e poi invece a un bel momento …” “Giustissimo”, la interruppe il commissario “è proprio così. Ma bisogna essere in due per fare arrivare questo bel momento, no? Lei non mi darebbe una mano?” La ragazza si mise a ridere. “Ma naturale, lei è il guardiano e deve andare avanti con l’inchiesta, risolvere il caso … Guardiano, a che punto è la notte?”
Un romanzo raffinato e leggero, adatto per questi tempi pesanti.
E, infine, la soluzione del caso… Con tutto questo ben di Dio, non si sa da che parte cominciare. Tantissimo il materiale in A che punto è la notte (1979), tantissime le pagine, i riferimenti. Il titolo così evocativo, così intenso, è una citazione dalla Bibbia, Isaia 21:11, e sono gli stessi due autori tramite un loro personaggio a dare l’informazione. “A che punto è la notte? Viene il mattino, e poi anche la notte” indica la venuta dell’alba di un nuovo giorno che però è seguita ancora dalla notte, cosicché l’insistenza sul termine sembra insinuare un lungo e angoscioso perdurare delle tenebre. Ma anche senza essere consapevoli del rimando, il titolo evoca l’interrogarsi su un mistero, la tensione collegata con questo. E’ un bellissimo giallo, con un risvolto prima religioso, poi mistico, poi ideologico e alla fine un risvolto prosaicamente … al lettore scoprirlo, anche se tutto concorre in modo equilibrato a creare l’atmosfera. Molto dettagliato, a volte forse troppo particolareggiato, quasi fosse raccontato in tempo reale, ma al termine della lettura dispiace doversi separare dai personaggi, così ben definiti tramite le loro azioni, i loro pensieri, le loro decisioni e non raccontati. Ed è proprio questo, secondo me, oltre alla creazione di una trama precisa, complessa e anche originale, il pregio del libro. F&L possiedono il dono – ben coltivato – di confezionare personaggi con sapienti accenni, indizi, atteggiamenti e comportamenti citati o suggeriti perché funzionali e attinenti al romanzo. Le pure descrizioni, naturalmente, ci sono, sempre evocative, sempre illustrate: “< …quell’uomo dormiva nella sua macchina.> < Come addormentato?> < Così, dissero le gemelle.>< Si afflosciarono contro l’orlo del tavolo, le braccia abbandonate e la testa reclinata, duplicando con crudele, perfetta sincronia l’immagine di un corpo inequivocabilmente senza vita.>”. E poi c’è il commissario Santamaria, già presente in La donna della domenica, che non imperversa solo e indisturbato tra le pagine, ma è uno dei personaggi, sì, è lui che tira le fila, ma volendo fare un mero calcolo delle parole dedicatigli, penso che non supererebbero quelle utilizzate per altri. La soluzione del caso non si raggiunge grazie ad una sua infallibilità di ragionamento e calcoli a tavolino, ma soprattutto tramite colpi di intuito o evidenze dedotte dall’osservazione, sua e dei suoi collaboratori. La particolarità di Santamaria è quella di prestare attenzione alle parole degli altri, dei suoi sottoposti, ma anche degli indagati, memorizzandole e archiviandole in attesa del momento in cui potranno forse servire. Cataloga le persone per quello che sono, ma non formula un giudizio morale. Sa di non essere superiore a nessuno, anche se ha la grande capacità di far collimare tutti i pezzi, gli indizi che gridano per essere scoperti. Uomo low profile, direi oggi, negli anni ’70 non so. Eppure emerge. Bellissime ed estreme le sue considerazioni su Dio: Che cos’è veramente Dio? Da un punto di vista professionale, una sola analogia sembrava adattarsi abbastanza bene al difficile caso. Remoto, enigmatico, inaccessibile, il Grande Mafioso non era mai stato visto a volto scoperto; ma il Suo immenso potere si manifestava fulmineamente ovunque, e tutti erano consapevoli di non poter muovere un passo, fare un gesto, senza che Egli lo venisse subito a sapere. Anche altri attributi corrispondevano: la smisurata ferocia, le dure lezioni impartite a nemici e traditori, temperate tuttavia da tenerissime indulgenze, da subitanei, quasi capricciosi slanci di generosità nei confronti di vedove, anime semplici, bambini. Alla fine Dio viene chiamato il Grande Boss che bonariamente chiude un occhio, e poi anche l’altro, per forza, sulle imperfezioni - per così dire - degli uomini. Anche in A che punto è la notte è narrato l’innamoramento e l’amore e anche l’attrazione fisica e il desiderio, per tutti così uguale. E questa volta da chi è attratto Santamaria? Da …questa donna elegante, riposata, avvolta da suggestive morbidezze di ogni genere, con le unghie smaltate, maritata ad un marito lontano da sempre per motivi lavorativi, che soccomberà – forse - ai modi diretti e non insinuanti del commissario. O sarà lui a soccombere al fascino di quelle ginocchia appena appena scoperte di fianco a lui al posto di guida? Sarebbe intrigante, penso, leggere qualcosa scritto da F&L di argomento più rosa, ma “più rosa” di L’amante senza fissa dimora…
Giallo dalla trama complessa ma trascinante, in cui tanti personaggi si intrecciano ma non si confondono. Tanti e diversi, ben disegnati, figurine ritagliate da una stampa d’epoca, immerse in un’atmosfera velata e nevosa da inverno torinese del tempo che fu, gli anni ’70, la fine e l’inizio di un’epoca, il tempo che precede il riscaldamento globale e la scomparsa della nebbia e della neve, in cui dominava la grigia Grande Fabbrica: si incontrano sulla scena dei crimini e nelle immediate vicinanze eleganti madamine della buona borghesia, dirigenti ossequiosi ma chissà quanto fidati, un AD legnoso e gigantesco, preti operai ed eretici, bambine della periferia, esponenti massimi e minimi del potere in tutte le sue forme, Fiat, forze dell’ordine, Chiesa, criminalità organizzata. A leggerlo adesso, a quasi quarant’anni dalla pubblicazione, salta agli occhi che i morti non sono solo le vittime della storia, morto è anche il mondo di cui il romanzo è un ritratto vivace, pieno di vita e di simpatia umana. Archeologia urbana. Anche per questo, ma non solo, Il libro è pieno di fascino e bellezza: gli autori incantano per la bravura con cui costruiscono una struttura narrativa ampia, articolata, ricca di situazioni e di riferimenti culturali ma fluida e leggera. Un capolavoro di stile, a cominciare dal linguaggio pieno e sciolto nello stesso tempo, ironico e brillante. Da leggere.
Bellissimo. Se si riesce a tenere duro per i primi capitoli, dove la trama risulta aggrovigliata e compaiono decine di personaggi che non si capisce come possano c'entrare l'uno con gli altri, poi si vola. Scrittura molto scorrevole, ricercata, colta e popolare insieme; lo spaccato ironico sull'Italia (e in particolare sulla Torino) degli anni Settanta riuscitissimo.
Trama, ribadisco, intricata e intrigante che man mano si rivela fra ingegneri viziosi, avvenenti mafiosi, rispettabili signore, poliziotti e carabinieri, sacrestiani ambigui e eretici furbacchioni. Su tutti troneggiano il Grande Mafioso (Dio, nelle elucubrazioni melanconiche del commissario Santamaria), la Curia e l'onnipotente già Fiat (quanto suonerebbe male sostituirla ora con FCA?) Assai ben riuscita anche la caratterizzazione dei personaggi, nei loro monologhi interiori che costituiscono la narrazione senza farli scadere nelle macchiette. Punto di merito allo spassos. et stenogr. diario della Pietrobono e al leggendario carteggio Crispi-Oderici del Monguzzi. Due capisaldi del romanzo.
Neo: forse nel finale tutto lo zibaldone di fatti, controfatti, teorie, eresie, punti e contrappunti narrati finisce per tornare in maniera un pò troppo matematica, se così si può dire: Durrenmatt non l'avrebbe molto apprezzato.
In ogni caso, dato che il tutto m'è alquanto piaciuto, non indietreggio comunque dalle 5 stelle e, stenograficamente parlando, x quanto riguarda l'umile s.scritt., romanz. consigliatiss. et da legg. il prima poss. aut in caso tempo libero dispon.
Un (quasi) requiem per il romanzo giallo. La coincidenza curiosa è che mi sono trovato a leggere, uno dietro l'altro, due gialli apparentemente (ma anche sostanzialmente) opposti, in merito alla poetica dell'autore: in questo il commissario Santamaria fa quadrare ogni indizio, ricomponendo un mosaico di grande complessità, nell'altro (La promessa, di Durrenmatt) impazzisce per non esserci riuscito. Eppure, eppure, anche a Fruttero & Lucentini è ben chiaro che non è sempre la logica a prevalere, solo che Dürrenmatt si "diverte" a far fallire il suo ispettore, il duo si "diverte" a farlo trionfare. Anche se il commissario segue con convinzione una falsa pista per un bel po', lasciandosi ossessionare dallo gnosticismo, che non c'entra nulla. In quello è la banale realtà brutalmente rovesciata addosso al lettore, presumibilmente avido di intrecci e geniali soluzioni, e punito per questo dall'autore; in questo il lettore è accontentato, ma non prima di un giro a tratti estenuante e a tratti inconcludente. Dürrenmatt è un geniale guastafeste, F&L sono due sadici, ma che hanno a cuore la soddisfazione conclusiva del lettore. Questo è un pastiche molto ben scritto, che tiene in mirabile equilibrio elementi come: un'ironia spiccatamente italiana, una vorticosa girandola di punti di vista e di registri, un'ambientazione accurata e manzonianamente verosimile e una scrittura cinematografica, dal grande potere evocativo.
Cos'è che mi ha fatto venire un acutissimo desiderio di rileggerlo dopo... il database dice trent'anni..., ma sono sicura che una seconda lettura c'era già stata. Sarà l'inverno incombente ma l'ho trovato ancora più cupo di quanto ricordassi, con lunghe lugubri descrizioni ambientali che fanno da contrappeso ai dialoghi sempre miracolosamente freschi come bucato. E che belli il carteggio Crispi-Oderici, la chiesa barocca rifatta, l'arcivescovo in incognito arrestato per sbaglio, Musumanno che dà da mangiare ai passeri in terrazzo fumando le sigarette russe che a Torino le fuma solo lui, l'indizio del finto soffitto, la quinta barba, l'ipocondriaco Monguzzi & la logorroica P.bono ("Sento amarlo" sostituito alfine da "Est uomo mia vita"), il mafioso ma commercialista Graziano & la svagata Thea col ti-acca.
Hmm...questa volta F&L fatto ver. centro, no salt. alc. pag. come invece succ.. x “La donna della Dom.”...
Qui ttt fila liscio e sempre un po' lento, ciò va dtt, per arr. epi. delittu. voglionci alm. 150 pg. +o-., epis. e pezzi stacc. qua e là, personaggi presi e lasc. sembr. pezzi mosaico tan. che pensommi spesso: ma dove caspt' vogln. andar a par.?
Ma lett. abbi fede, come e + di prete gnostico, alla fine lettura molto grad., pers. tutti azzecc.mi, Pietr.bono sptt.lare ma anche ambiente casa editr. con editr un po' str., e Monguzzi e Rossignolo, sembrami tanto F&L spiccic.
Più che giallo solt., rom. d'ambiente con sottof. giallo. Bello senza precl., ma perché in F&L donne medio e alta borgh. sempre belle e un po' ghiacc. boll. persino un po' zocc. come in vecchi film anni 50 le Fmm. Fatale? Vecchia fissa F&L? Alla fine libro autobi. O che?
Ambientato in una nevosa Torino degli anni ’70, questo bel romanzo, ironico ed a volte surreale, è un giallo non convenzionale che ti trasporta in un mondo fatto da personaggi variegati, situazioni imprevedibili, risvolti satirici; il tutto si risolve in un finale che non ti aspetti, narrato con una scrittura colta, arguta e divertente.
Dopo una prima parte in cui si fa un po’ fatica a seguire i vari grovigli della trama, il puzzle si ricompone e le indagini del commissario Santamaria rivelano una macchinazione infernale, con tanto di sorpresa finale.
I personaggi appartengono ai vari strati sociali dell’epoca, dal porporato al sagrestano, dall’alta borghesia al sottoproletariato, tutti presenti alle funzioni religiose di don Pezza, più simili a vere e proprie rappresentazioni teatrali, con tanto di scenografia d’effetto a lume di candela, anzi di cero.
Una metafora sul potere della religione e del denaro, o sulla “religione” del denaro; così scriveva Nanni Loy, regista di una imperdibile fiction per la Rai con Marcello Mastroianni nel ruolo del Commissario; in effetti, anche nel libro il giallo è solo un pretesto per trasportare il lettore in un conflitto irrisolto tra bene e male, dai contorni tutt’altro che definiti dato che anche la malavita organizzata sembra quasi dalla parte dei buoni.
Esilarante il diario stenografato dell’agente di polizia Luigina Pietrobono, uno dei personaggi più simpatici.
Intrigante, sorprendente, provocatorio: l’ho letto ripensando anche a quegli anni di piombo che ho vissuto da adolescente, ma i cui ricordi sono ancora vivi come le lotte e le contestazioni di un’epoca in cui gli ideali erano veri, chiari e dichiarati.
Perfetto per la spiaggia: c'e' un senso in cui il "mistero" e' una scusa per presentare vari tipi umani italiani, e soprattutto Torino. Non e' alta letteratura, ma ci sono molte immagini ben fatte, e la prosa scorre molto gradevolmente. Spesso la tecnica e' quella tipica delle commedie degli equivoci, in cui il lettore onnisciente vede l'errore sorgere dall'interazione di due personaggi con una visione molto parziale dei fatti. In altri punti, invece, siritorna al giallo "classico" in cui l'investigatore ha gia' risolto il problema, mentre il lettore e' ancora all'oscuro. Per me il racconto raggiunge un po' un anticlimax quando arriva la soluzione in grandi linee del mister (penultimo capitolo), nonostante il colpo di coda finale. Qui le cose cominciano a farsi un po' inverosimili (per non rovinare la trama, diciamo che ci sono troppi testimoni civili sul terreno investigativo). Comunque un libro che si lascia leggere piacevolmente, ben scritto, sornionamente divertente.
Mia pers.lità affine e complementare qst rom. gial. Cmq niente che ved. con mie preced. miserab. letture - sembrami pazzesco et sento amarlo.
Scimmiotto la fantastica Pietrobono per dire la mia su questo romanzo a tutto tondo (eh eh) che passa per essere un giallo ma è in realtà un esempio di crasi perfetta tra letteratura alta e bassa, come solo le grandi storie sanno essere. Un nome della rosa ambientato a fine '70 in cui la poetica di Aristotele è sostituita dal carteggio Crispi-Oderici, e i frati benedettini da una curia torinese imbarazzata dalle astrusità di un suo sottoposto. Un pendolo di Foucault in cui lo gnosticismo si fonde con il declino della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Eco che diventa un'eco portata all'interno di una chiesa di periferia da una ventosa nevicata.
Un capolavoro di humour e leggerezza sparsi a piene mani all'interno di una vicenda torbida e inquietante (dunque plausibilissima). Il giallo come dovrebbe essere: logica pura e circolare, tutto deve tenersi e tutto deve tornare rispetto alle premesse. Personaggi quasi televisivi, coi loro tic, chiaroscuri e inevitabili tormentoni. I "minori" non hanno nulla da invidiare ai protagonisti, anzi li dispiegano e li rafforzano in umanità. Splendida la presa in giro degli stereotipi e della subcultura legata alle mode del momento. Si divertivano a scrivere, F&L, e tra le pieghe del romanzo sembra di vederli ancora sorridere, sornioni e disincantati rispetto alla società che descrivono. Chi vuole imparare i fondamentali della scrittura, deve partire da qui, tzè (cit)!
andava letto prima, nell'epoca in cui è stato scritto e in cui è ambientato. mi ha fatto rimpiangere (ancora una volta, come se ce ne fosse stato bisogno) di non essere nato prima, di non aver vissuto gli anni '70 con un'età più matura. forse anche per quella distanza ho faticato a iniziarlo, ma poi l'ho divorato. come giallo è complesso, cesellato, un giallo vero in cui bisogna tenere a mente tutti i particolari per capire gli intrighi un attimo prima che vengano svelati dal testo.
Fantastico. Non semplice da leggere e indugia molto su determinati particolari, però che indugio... Certe scene sono dipinte da Dio, alcuni personaggi (la Pietrobono e il Menga su tutti) meravigliosi e a cui ti affezioni per forza. C’è l’adrenalina del giallo ma anche un bell’umorismo. In generale non è per nulla pesante o cupo. Il primo che leggo di F&L, i due ci sapevano fare proprio tanto. Ne leggerò anche altri.
Quattro stelle e mezzo. Seconda, e, purtroppo ultima, comparsa letteraria del Commissario Santamaria. E il magnifico duo della scrittura italiana ha fatto un altro centro, come ne "La donna della domenica". Peccato veramente che non abbiano deciso di fare come Camilleri e di regalarci tante altre magnifiche storie di costume, tinte di giallo, con questo formidabile protagonista.
V.S.O.P. Un vaso da riparare, una figlia da riparare, una casa editrice da riparare, una chiesa da riparare, una Chiesa da riparare, una societ� da riparare, e anche una Societ� da riparare: istanze desideri voglie speranze che gli anni '70 avevano logorato presentano il conto. Da un filo tenue, quasi al limite del colore locale, del misticismo da strapazzo prefigurante il ridicolo della niueig F&L ricreano un romanzo giallo con ampie ambizioni di descrivere la Grande Brodaglia, l'unico monumento Italiano visibile dallo spazio. La distruzione di sinistra e destra, di alto e basso, di giusto o sbagliato, buono o cattivo conveniente e sconveniente forse perfino dolce e salato non incomincia certo da qui ma viene qui perfezionata. Non c'� un vero personaggio principale, certo c'� sempre il commissario Santamaria ma � uno dei. Ah, perfino i criminali non sono pi� quelli di una volta signora mia, temono infatti la concorrenza di nuovi soggetti sociali, delle loro istanze, supponenze, burbanze e demenze. Qualche ingenuit� da rivista femminile da spiaggia o maschile al bar dell'aperitivo ma ampiamente perdonabili. Il romanzo presenta numerosi scollamenti della coppia solitamente con omogeneit� da primato. Il nero Lucentini cerca pi� spazio e il brillante Fruttero fa fatica a tenerlo nella consueta carta regalo che brilla come al solito dei bei riflessi metallici Pasqual Natalizi ma colando liquami mefitici che vengono ripuliti rapidamente con torinese solerzia, solo attenzione estrema lo rivela. Piacevolmente datato il contesto con una immodesta, scandalosa storia d'amore retr� che come natura comanda non sa cosa farsene delle compatibilit�, previsioni, speranze, convenienze, comprendendo solo assenze e presenze. Feisbuuk o gli altri programmi di social netuorching da ueb punto qualcosa, organizzano l'ovvio. E' cosa cognita che l'ovvio non abbisogni d'organizzazione profonda, lo sapeva gi� Aristotele duemilacinquecento anni fa quando invent� la catalogazione per attributi. E' il dionisiaco che la vorrebbe invece ed � il dionisiaco che non la rende possibile. Per fortuna. Il film tratto dal libro � ampiamente evitabile, rientra fra le categorie giuridiche dello stupro, del vandalismo e forse dell'attentato e perch� no, dell'abuso della fede pubblica. Anatema. Colonna sonora: Un'avventura 29 settembre Uno in pi� Non � Francesca Balla Linda Io vivr� senza te Mi ritorni in mente Nel cuore nell'anima Emozioni Il tempo di morire Fiori rosa, fiori di pesco Dieci ragazze Acqua azzurra, acqua chiara Anna Pensieri e parole La canzone del sole Anche per te Il nostro caro angelo E penso a te I giardini di marzo Innocenti evasioni Comunque bella La collina dei ciliegi Anima latina Ancora tu Si, viaggiare Amarsi un po' Una donna per amico Una giornata uggiosa Straniero Per una lira Dolce di giorno Prigioniero del mondo Il vento 7 e 40 Se la mia pelle vuoi Una Elena no Il mio canto libero L'aquila La luce dell'est Io vorrei...non vorrei...ma se vuoi Questo inferno rosa Due mondi Il veliero Io ti venderei Un uomo che ti ama La compagnia Respirando Ho un anno di pi� L'interprete di un film Perch� no Nessun dolore Al cinema Prendila cos� Con il nastro rosa Il monolocale Orgoglio e dignit� --- E gi� Don Giovanni le ultime due sono incluse perch� non avevo voglia di alzarmi ma non appartengono pi�.
Un romanzo bellissimo, un giallo ironico e intelligente che si srotola lungo le strade di Torino e periferia. I personaggi sono splendidamente tratteggiati: la Guidi, signora bene, sua figlia e il fidanzato mafioso, ma bravo ragazzo, il prete proletario ed ecologista che si da all'eresia gnostica trascinando co sé buona parte dei propri fedeli (ognuno di loro con un vizio caratteristico, eppure ognuno di loro così semplicemente normale!). Persino la prostituta ha una professionalità elevata e un certo buon cuore. Quella che mi è piaciuta di più è la Pietrobono, che studia da ispettrice di polizia e viene trattata da segretaria, tagliata fuori da buona parte delle indagini. E non dimentichiamo la Fiat, entità informe e burocratizzata, che diventa poi il punto focale del romanzo. Non scrivo altro perché finirei col dare troppi dettagli. E' un libro che va letto, una buona rappresentazione della piemontesità a cui appartengo.
Giallo metropolitano, ironico e ben costruito ambientato in una Torino fine anni '70 che probabilmente non esiste più. La scrittura è raffinata e curata, magari un po' compiaciuta ma piacevole, il ritmo è piuttosto lento però si percepisce il piacere e l'amore per le parole, la voglia di giocarci quasi come enigmisti, di srotolarle sulla pagina come a dipanare un gomitolo. Giocano coi personaggi F e L, li fanno dialogare ed equivocare davanti ai tuoi occhi. Tu sai, loro no. Ti diverti e chissenefrega se magari ci sono 100 pagine non essenziali. Un po' di pazienza e tanta ammirazione per due maestri.
alla fine il giallo in se finisce in secondo piano: resta una folla di personaggi, costruiti perfettamente (occhio all'uso del linguaggio, ai tic verbali di certi personaggi, tra cui ci sta benissimo il diario della pietrobono), una torino fuori dal tempo, una capacità di scrittura unica, e un gusto nell'inserire tematiche insolite (le eresie intorno a cui ruotano non poche pagine, ad esempio)nel testo. semplicemente perfetto.
Probably the funniest Fruttero and Lucentini, very colorful cast of characters, lots of zaniness flying around. Very entertaining, with some wonderful levity and of course, always, a semi-mystery feel to the story.
Secondo le linee guida contemporanee, questo libro non sarebbe neanche pubblicato. La storia si dipana in modo confuso su più fronti che sembrano scollegati, con molteplici protagonisti, nessuno dei quali lascia un'impressione più vivida degli altri.
Non aiuta che i primi capitoli siano su di un "venditore di matite" il cui nome e professione non vengono rivelati che a metà del libro. Si continua con una serie di personaggi sgradevoli e superflui, come tutta la redazione della casa editrice per arrivare alla chiesa e al prete che farà una brutta fine.
Tra sagrestani, perpetue, aiutanti, ingegneri e l'ombra ingombrante della FIAT la trama si sviluppo saltando di palo in frasca nella generale miseria morale dei personaggi. Non aiuta neanche il finale, seppure non privo di un colpo di scena, in cui però viene aggiunto l'ennesimo personaggio del carabiniere alle prime armi, di cui non si sentiva assolutamente il bisogno, vista la massa degli altri comprimari.
Bello, non perfetto (ma chi lo è?). Stile e narrazione spassosi, leali, profondissimi per un romanzo giallo. Ora non so come ha funzionato la collaborazione tra i due scrittori ma il problema principale dell'opera è la sua tendenza stilistica nel sottintendere un po' troppo lasciando al lettore concetti, prospettive, battute incompleti e vacanti nell'aria quasi che tra l'inizio di un pensiero scritto dall'uno e quello scritto dall'altro si perdesse una continuità naturale. Si sottintendono battute e concetti che sfuggono e che avrebbero coronato a meraviglia un libro comunque molto valido. Che Fruttero e Lucentini siano le sorgenti primordiali della Vargas? Possibile. Ironia e caratterizzazione dei personaggi veramente riuscite e di valore. Voto 7-
Le prime cento pagine sono un po' noiose e si va avanti a stento, correndo il rischio di abbandonare la lettura, ma poi si fa sempre più incalzante e avvincente. Un giallo che parte con l'ipotesi di uno sfondo religioso-esoterico e diventa sempre più terreno e materiale, fino ad arrivare al colpo di scena finale. Assolutamente da non perdere, specialmente per lettori torinesi, data l'ambientazione della vicenda.
Torino, inverno. Il commissario di polizia Santamaria si trova ad indagare sull'uccisione di don Pezza parroco di una chiesa di quartiere, l'omicidio di un carabiniere e il presunto suicidio di un ingegnere Fiat. Dovrà fare i conti con convinzioni eretiche, mafiosi in esilio e massicci furti di parti di automobili. Anche se il libro parte con la tipica indolenza piemontese riesce a tenere vivo l'interesse del lettore con sempre nuovi sviluppi.
Giallo articolato e complesso, in cui tutto è costruito ad arte. Si percepisce il lavoro intenso e curato che Fruttero e Lucentini ci hanno fatto dietro. Tutto fila, anche quando la trama prende una strada un po' sopra le righe, è scritto e pensato talmente bene che risulta la cosa più naturale del mondo, come fosse realmente accaduto. Bello. Bello il commissario, bella Torino, belli tutti i singoli personaggi, bella la trama, la suspense, il finale.
Seconda puntata delle avventure del commissario Santamaria. Siamo sempre a Torino negli anni Settanta, e stavolta si parla di Fiat, di una strana setta para-religiosa e di decine di personaggi magnificamente caratterizzati. C'è il giallo ma c'è anche tanta sagace ironia, per un libro che scorre fino all'ultima pagina.
Il libro è invecchiato male. A parte la descrizione della FIAT, che pensandola oggi fa sorridere parecchio, il ritmo è molto più lento di quello a cui siamo ormai abituati. Insomma, bello, però non bellissimo.