La mia ignoranza sulla letteratura di fantascienza mi impedirebbe di dare giudizi assoluti: è risaputo che quando non hai letto molto di un certo genere, anche una mezza ciofeca può sembrarti una lettura eccezionale.
Ma dato che:
a) quest'opera nasce nel 1959 come antologia del meglio che la fantascienza avesse prodotto fino ad allora nella forma del racconto;
b) da allora ha avuto un grandissimo successo ed è stata elogiata da gente ben più preparata di me;
e considerato soprattutto che:
c) dico sempre quello che penso dei libri che leggo, infischiandomene di chi li abbia elogiati o no;
allora mi sbilancio (come avevo intenzione di fare fin dall'inizio): questo è un capolavoro; o meglio una raccolta di capolavori.
I ventinove racconti presenti in quest'antologia rappresentano venti autori differenti. La raccolta è curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero, ma alla cernita contribuirono principalmente Fruttero e Lucentini, e anche Giorgio Monicelli procurò alcuni racconti. Dal loro lavoro sarebbe avanzato abbastanza materiale per un Secondo libro della fantascienza due anni dopo. A distanza di anni seguirono altre due raccolte.
Il volume è corredato da una prefazione di Sergio Solmi, e, in appendice, da una breve nota biografica dei venti autori proposti. Uno di questi è un certo Charles F. Obstbaum, pseudonimo di Fruttero, presente nel libro con un suo racconto. In occasione dell'uscita dell'edizione tascabile è stata aggiunta all'inizio del volume una Nota all'edizione tascabile, di Carlo Fruttero.
Ma come si recensisce un'antologia, soprattutto quando nessuno dei racconti può essere trascurato nel commento? Appunto senza tralasciarne nessuno.
La raccolta si apre con il racconto di un gigante della fantascienza, nonché uno dei suoi precursori: H. G. Wells, con L'uovo di cristallo. Se oggi a noi può apparire frizzante o almeno inusuale per la commistione di fantascienza e ambientazione vittoriana, non doveva essere meno d'effetto all'epoca in cui fu scritto (1897). Credo di cominciare a capire perché lo steampunk (che si ispira anche alle opere di Wells) sia così popolare.
La traduzione di Monicelli preserva a meraviglia lo stile descrittivo dell'epoca, prediligendo paragrafi lunghi in una descrizione degli ambienti e delle azioni dei personaggi così ricca di dettagli e allo stesso tempo non precipitosa, da risultare quasi sognante. La cosa può forse disorientare, all'inizio: l'effetto che si ha è quello di un racconto di fantascienza, narrato come se fosse un racconto fantastico.
L'elemento fantascientifico si inserisce nella storia solo gradualmente, e la porta su un altro mondo si apre in modo inaspettato, forse ancora di più per i lettori del ventunesimo secolo che, probabilmente, non si aspetterebbero mai che ciò avvenga attraverso un oggetto che i più giudicherebbero antiquato e di scarsa utilità.
Ne Il villaggio incantato, di A. E. Van Vogt, attraverso la storia dell'unico sopravvissuto a un terribile incidente che ha portato alla morte tutti gli altri membri del primo equipaggio terrestre mai inviato su Marte, troviamo, nel finale inaspettato, un'interpretazione decisamente estrema del termine "imprinting".
Anche il finale di Pioggia senza fine, di Ray Bradbury, arriva inaspettato, ma per altre ragioni. Seguendo le peripezie di quattro soldati in un ambiente ostile, mentre scivolano lentamente verso la follia, è impossibile sapere se riusciranno a salvarsi, finché non si comprende insieme a loro che non c'è speranza... Chi pensa che la pioggia sia una benedizione?
L'incipit di questo racconto è qualcosa di geniale, apocalittico, poetico. Leggetelo per non sapere più di star leggendo.
Il primo racconto che incontriamo di Fredric Brown, l'autore più rappresentato in questa raccolta, è Sentinella. Le parole che servirebbero per elogiarlo sono molte più di quelle da cui è composto: dura infatti meno di una pagina; non intendo "un foglio", ma proprio meno di una sola facciata. Non credo ci sia altro racconto in questa raccolta, e forse in tutta la fantascienza, che abbia più forza. Se esistesse un manuale: "Come scrivere racconti brevi per negati", avrebbe una sola pagina, e sarebbe costituita da Sentinella di Fredric Brown.
La mia storia d'amore con questo racconto è lunga: lo lessi per la prima volta in un'antologia per la scuola alle medie, e rimasi folgorata. Poi lo persi di vista: l'antologia esiste ancora in qualche scatolone, ma dopo averla riposta alla fine dell'anno scolastico dimenticai in fretta quale fosse delle tante, così come titolo e autore di quel racconto che mi aveva stregata. Anni dopo, non moltissimo tempo fa, lo ritrovai in non so più quale programma televisivo, ma non feci in tempo a memorizzare il nome dell'autore: se avessi saputo cosa stava per essere letto ad alta voce al cospetto delle mie orecchie adoranti, avrei prestato più attenzione.
Così, voi che siete malati come me, potete immaginare la felicità quando ho voltato pagina 61, ho cominciato a leggere e... l'ho riconosciuto a riga 4!
Conoscete la sensazione che si prova nel risentire all'improvviso una musica, un profumo, che avevate amato moltissimo tanto tempo fa, ma che oramai avevate dimenticato?
Prott, di Margaret St Clair, è un altro racconto in cui lo spannung si concentra tutto nello spazio delle ultime righe. Solo allora si capirà perché i due piloti spaziali dell'inizio sembravano tanto depressi in merito alla loro licenza, e come questo sia collegato a tutto ciò che è accaduto nel mezzo. Magistrale e sottilmente terrificante, di un'inquietudine generata non da ciò che si legge, ma dalle sue implicazioni.
Anche Il labirinto, di Frank M. Robinson, presenta la stessa costruzione: all'inizio e alla fine ci immergiamo per poche righe nel tempo presente della narrazione, mentre tutto quello che sta nel mezzo è il resoconto, in questo caso attraverso quello che sembra essere un flashback, di ciò che ha portato alla situazione attuale. L'esposizione risulta meno inquietante del precedente, più "scientifica", in un certo senso (ed era inevitabile visto il tema), ma si tratta lo stesso di un'esplorazione interessante della difficoltà di pensare come "gli altri".
Segue Miraggio, di Clifford Simak. Qualcosa di poetico. Riesce a unire fantascienza e fantastico all'epopea della frontiera. Se ne dipana l'invenzione di un mondo che vorrei poter ritrovare in migliaia di altre pagine. L'epitome di ciò che significa saper raccontare.
Di seguito troviamo di nuovo Fredric Brown, con Il duello. Un altro racconto magistrale e di forte impatto, sebbene inferiore a Sentinella (non poteva essere altrimenti). Una versione interessante, per niente banale o scontata, della storia dell'eroe che deve salvare l'umanità, dove il tema centrale non è la giustificazione del conflitto, ma la sopravvivenza (seppur dipendente anche da termini culturali).
Con Il doppio criminale di William Tenn si cambia decisamente registro. È il racconto più divertente della raccolta, con una concezione decisamente originale delle civiltà galattiche. Assolutamente da leggere!
Impostore, di Philip K. Dick, torna su un versante più estraniante, sul conflitto con l'"altro" che però, qui, è esplorato dal punto di vista di un dilemma straziante cui non posso accennare senza rivelare l'intera vicenda, e con l'abilità propria solo dei veri maestri del genere.
Katherine McLean, con Le immagini non mentono esplora un aspetto diverso del contatto con creature extraterrestri, per la maggior parte scarsamente tenuto in considerazione dall'immaginario a noi contemporaneo.
Infatti non solo un incontro di questo genere potrebbe essere pacifico, ma non è nemmeno detto che tra le due parti coinvolte quelli in pericolo non possano essere i visitatori!
Di nuovo Fredric Brown, con Un uomo esemplare ci riporta al lato divertente della fantascienza. Gli individui in apparenza più insignificanti possono salvare il mondo... questione di tassonomia!
Sempre Fredric Brown cambia ancora registro con L'ultimo dei marziani.
Un racconto "a cipolla", dove sotto le apparenze si cela un'altra realtà; solo per scoprire che non si trattava affatto della realtà, ma di un altro strato della cipolla, sotto il quale se ne cela un altro, e poi un altro ancora. Magistrale.
Walter M. Miller Jr. è l'autore di Servocittà, un racconto godibilissimo che trasmette una visione del conflitto tra uomo e macchina per una volta impostata alla razionalità e non al catastrofismo. Stile, sviluppo dei personaggi e dialoghi mi hanno ricordato molto Stephen King, anche se non c'è niente di puramente horror, in questo racconto.
Finalmente, con Nove volte sette, un racconto del grande Isaac Asimov. È possibile che tutte le conquiste della tecnologia ci tolgano allo stesso tempo qualcosa? E, in definitiva, i mali che da essa derivano ci affliggono perché insiti nella tecnologia, o insiti nell'uomo?
Se per assurdo l'uomo "riscoprisse" una conoscenza perduta, non saprebbe approfittarne nel peggiore dei modi come della più avanzata tecnologia? Non sarebbe in grado di estrarre il male anche dalle cose più banali, come un semplice e poco tecnologico calcolo mentale, e renderlo in esso preponderante?
A ruota Consolazione garantita, il secondo racconto di Asimov della raccolta, è senza dubbio più convenzionale per il tema trattato ma non meno godibile. Il racconto fa parte della Serie dei Robot.
Acciaio, di Richard Matheson (sì, quello di Io sono leggenda), è a mio avviso uno dei racconti più originali di tutta la raccolta. "Steampunk" è di nuovo la parola che mi viene in mente, anche se il genere non era ancora nato all'epoca in cui Acciaio fu scritto, e più che con l'elemento vittoriano qui la fantascienza va a braccetto con l'America tra le due guerre (credo che il termine esatto sia dieselpunk). Si fa apprezzare il contrasto del finale che, con tutta la sua amarezza, ha poco di fantascientifico.
I dati disponibili sulla Reazione Worp, di Lion Miller, è piuttosto breve ma ha qualcosa di geniale, e un piglio talmente realistico nell'esposizione che per un momento non si fatica a credere che qualcosa del genere possa anche succedere.
Per più di un momento.
La scoperta di Morniel Mathaway di William Tenn, o "l'apoteosi del paradosso". Il tutto è esposto in maniera talmente razionale che, per un attimo, il cervello dimentica che nella realtà tutto questo non sarebbe possibile e comincia ad avvitarsi su sé stesso. Poi se lo ricorda. Poi si ricorda anche che un giorno potrebbe essere possibile. E allora ricomincia.
Segue un racconto ambientato nel XIX° secolo; ma questa volta non credo si possa parlare steampunk, dato che nessuno strabiliante congegno tecnologico o artefatto dalle insolite proprietà fa capolino in questa storia. Passò intorno ai cavalli di H. Beam Piper prende spunto dalla vera storia di Benjamin Bathurst, un diplomatico britannico che scomparve in Germania durante le guerre napoleoniche e che sembra aver ispirato più volte la letteratura fantascientifica.
Le analogie con la realtà terminano qui.
La casa nuova di Robert Heinlein parla di dimensioni spaziali nascoste.
Se una di esse fosse scovata e in qualche modo sfruttata, personalmente credo che ne uscirei con la più epica emicrania della mia vita. Ma dopo aver letto questo racconto penso anche che sarebbe una manna per i piani regolatori! Certo non ci sarebbe più bisogno di condoni. Ma il calcolo dell'IMU ne risulterebbe piuttosto compromesso...
Magnifico Il costo della vita, di Robert Sheckley, parte del filone "filosofico" della fantascienza. Bellissima la costruzione graduale della tensione psicologica del personaggio, così graduale in effetti da passare inavvertita a lui e quasi anche al lettore, fino a dover arrivare all'ultima riga per scoprire cosa giace sotto la cortina di rispettabilità e soddisfazione. Uno dei finali più efficaci che io abbia mai letto (dove al primo posto in assoluto c'è quello di Sentinella). Uno di quelli che ti fanno sentire, oltre che immaginare. Ho percepito rabbia, molta rabbia, e ancora mi chiedo come sia possibile in una frase lunga una riga in cui non compare una sola parola remotamente riconducibile alla rabbia e l'unico lemma che abbia un'accezione negativa è "non". Da cosa deve essere posseduto un autore per riuscire a mettere in un "non" una forza simile? E quand'è che succederà a me?
Ancora Sheckley, con La settima vittima, da cui fu tratto nel '63 il film di Elio Petri La decima vittima. Un altro racconto fantascientifico sui generis, che esplora l'alienazione dell'uomo e della società in un futuro non ben precisato (o in un passato o un presente discronico — il racconto è del '53), con un ribaltamento di prospettiva piuttosto efficace.
L'esame è un racconto terrificante, sconfortante: o una commistione delle due cose dall'effetto estremamente spiacevole; sin dalla prima frase si comprende che c'è qualcosa di molto sbagliato. A livello emotivo, naturalmente. Il vostro apparato librogerente ne rimarrà invece estremamente gratificato.
Ancora Matheson, che sembra avere sempre di queste idee folgoranti.
Torna il grande Ray Bradbury con Il veldt, non molto meno inquietante. Lo scambio di battute che apre il racconto è una bellissima trovata che lascia perplessi. Porta anche a credere che il racconto ruoterà attorno al tema della macchina che si ribella all'uomo, ma è un'idea che porterebbe fuori strada: in questa storia le cose sono molto più complicate di così.
E finalmente eccoci al racconto che, insieme a Sentinella, considero il migliore della raccolta, e in antitesi rispetto a quello di Fredric Brown sia per tematica sia per taglio. Fiori per Algernon fu anche trasformato in un romanzo dal suo autore, Daniel Keyes; ma pur non avendolo letto, sono dell'opinione che in questo caso il romanzo non potrà mai essere efficace quanto il racconto, richiedendo in generale l'aggiunta di dettagli come storie d'amore particolareggiate, flashback e altri elementi che, per quanto pertinenti e magistralmente inseriti, hanno l'unico effetto di distrarre dall'essenziale. L'essenziale non ha bisogno di così tante parole. Ho sempre amato i romanzi più che i racconti, ma quando un racconto è perfetto, allungare il brodo, anche se lo fai da dio, è quasi blasfemo. E Fiori per Algernon è la perfezione nel racconto di fantascienza. Nel racconto punto e basta. Non è possibile descriverlo: è la fantascienza in una prospettiva che non avevo mai considerato, e con un'umanità e una verosimiglianza rare in qualsiasi genere letterario.
Basta. Non pretenderò di descriverlo. Fiori per Algernon è l'essenziale fatto parola scritta. Non doveste mai leggere fantascienza in tutta la vostra vita, trovate una sera d'inizio primavera per leggere questo.
I nove miliardi di nomi di Dio, di Arthur C. Clarke, è una ulteriore dimostrazione della teoria che si può scrivere fantascienza anche senza parlare di viaggi spaziali o robot, e di altissimo livello. Una cosa che, per quanto scarsa sia la mia conoscenza del genere, ho la sensazione i maestri sapessero benissimo e gli autori contemporanei abbiano più o meno dimenticato.
Ed ecco Charles F. Obstbaum, cioè Fruttero stesso, con L'affare Herzog. Se iniziando a leggere questo racconto avrete la sensazione di qualcosa di familiare, proseguendo scoprirete presto perché. Non solo un'idea geniale, ma magistralmente eseguita, un'autentica chicca.
E finalmente (perché non ne potete più di me), ma troppo presto (perché un libro così capita tra le mani una volta ogni dieci anni), l'antologia si conclude con Ray Bradbury: Ora zero.
Titolo perfetto per terminare una raccolta, ma devo ammettere che forse è questo, tra tutti, il racconto che mi ha dato meno soddisfazioni. Molto bello, non è a mio modo di vedere di quella bellezza necessaria a concludere un'antologia come questa. La tensione non riesce mai veramente a raggiungere il suo apice; cosa forse più evidente proprio perché il racconto chiude il libro e viene dopo perle come L'affare Herzog, I nove miliardi di nomi di Dio e Fiori per Algernon.
È anche vero però che, per tematica, nessuno tra i 28 racconti precedenti è più adatto di questo a concludere un'antologia della fantascienza come Le meraviglie del possibile.
Be'? Che ci fate ancora qui? Ancora non siete andati a comprare Le meraviglie del possibile? Come sarebbe: "È notte e le librerie sono chiuse"? Non importa. Appostatevi!
Voto: 10/10