Anni Novanta, Londra. Gloria e Merle, due donne nere di origini caraibiche, si incontrano nel reparto psichiatrico di un ospedale. Gloria non può fare a meno di cantare, è vivace, sincera, rumorosa, troppo rumorosa, il suo corpo occupa spazio, e così anche le sue emozioni che trovano sempre il modo di sfuggirle dalle labbra come note e suoni; Merle è spaventata e silenziosa, per lei i suoni sono tutti nella sua testa sotto forma di voci che le parlano di continuo e le raccontano un passato che è il suo, ma le è estraneo. Tra loro nasce un rapporto luminoso e tenero che le porterà a scrutarsi e sostenersi a vicenda nella lotta per raccontarsi a un mondo che le vuole ― ci vuole ― accettabili e a un sistema che non riesce ad accogliere tutto quello che non è norma. Le due donne cominciano a tenere un diario del proprio passato, l'unico modo di aggirare la distanza tra loro e l'esterno. Sussurrate nei registratori e scarabocchiate di notte, le loro voci uniche rivelano due vite segnate dallo spaesamento di doversi adattare a un Paese straniero e alla sua lingua, dal lutto e dall'oppressione. Come in una stanza degli specchi che, frammentando, nasconde e rivela, Gloria e Merle rimettono insieme tutti i pezzi dolorosi della loro storia e riportano in superficie le loro nere identità, diventando infine capaci di cantare, cantare e cantare ancora. Prefazione di Bernardine Evaristo.
Jacqueline Roy was born and raised in London. Her father was Jamaican and her mother was English. She lectured in English at Manchester Metropolitan University for many years, teaching Postcolonial Literatures and Creative Writing. She writes fiction for both adults and children.
Come "Dolce Nero", un'altra storia di emigrazione dai Caraibi all'Inghilterra, un'altra storia di dolori e sofferenze, ma stavolta nessun giallo, nessun mistero. Due donne si incontrano in un ospedale psichiatrico. All'inizio non conosciamo le loro storie, le vediamo solo lì, in internamento involontario. Gloria e Merle capitolo dopo capitolo ci raccontano le loro storie, con ironia e tenerezza, facendo emergere quanto la voglia di vivere e quel pizzico di follia che ti aiutano a sopravvivere quando dentro porti un grande dolore, possano essere visti come scomodi e disturbanti, fastidiosi. E per questo da curare. Che libro! Grazie alla casa edistrice Giulio Perrone Editore per averlo recuperato, tradotto e stampato.
Disperazione e "follia" in opposizione, "follia" come forma di autodeterminazione. Pregiudizi e stereotipi contro "follia". Insomma, qui si tifa per la "follia"...e la "follia" vince, come libertà dalle aspettative della società e dalle convenzioni sociali, come volersi bene.
Cominciato e in tre giorni l’ho concluso. La parte finale mi ha tenuta compagnia in una lettura notturna. Due donne nere di origini caraibiche che vivono in una Londra che le costringe in un istituto psichiatrico perché “hanno perso la testa”. In realtà il loro comportamento è solo il frutto di perdite amare e dolorose, di fantasmi passati e di una società che si ostina a voler le persone in un modo e non accetta che ci siano “sfumature” diverse per ognuno. È stata una lettura intensa e riflessiva
"Rimango totalmente immobile, ho paura che, se mi muovessi, il giorno arriverebbe troppo in fretta e tutto scivolerebbe via. [...] Ho bisogno che lui torni qui a dirmi cosa fare. È il mio interprete. Mi spiega il mondo, gli dà forma, definizione."
"c'è un baratro tra il desiderio di agire e la capacità di farlo.
Sempre scuse. Non conclude mai nulla. Se ne sta seduta per ore a far niente."