3,5
Asa Leventhal è un ebreo che vive a New York, socialmente ed economicamente ben piazzato. Quando la moglie lo lascia per trascorrere qualche settimana fuori città, Asa comincia ad avvertire una schiacciante sensazione di pesantezza e solitudine. Ad aggravare il tutto subentrano complicazioni di salute del nipotino Mickey e gli allarmismi della cognata Elena, che in assenza del fratello Max ricadono sulle sue spalle. Ma, giacché l’abitudine ci insegna che se qualcosa va male potrà andare solo peggio, Asa viene anche avvicinato da Albee, un suo vecchio conoscente caduto in disgrazia. Albee accusa Leventhal di avergli fatto perdere il lavoro anni addietro e di essere stato l’indiretta causa della morte di sua moglie, da cui all’epoca si separò. Inizialmente Asa respinge le accuse, crede che Albee sia pazzo, lo prende per un ubriacone e uno stalker (diremmo noi). Solo in seguito comincia a sospettare che l’accusa sia più fondata di quanto non sembri. Certo, non era consapevole di aver rovinato Albee, se è accaduto l’ha fatto involontariamente, ma questo non lo esclude da ogni responsabilità. Un comune amico, interrogato sui fatti, dà ragione ad Albee. Tuttavia Asa non si persuade di essere colpevole, o almeno non colpevole di tutto ciò di cui è accusato. Qualsiasi cosa dica o faccia, non riesce a togliersi Albee di torno, tanto che alla fine è costretto a sovvenzionarlo finanziariamente e addirittura ad accoglierlo in casa propria. Aggiungiamo al tutto una propensione all’antisemitismo da parte di Albee e una pungente sofferenza di Asa alla questione antisemita e avremo creato una bomba a orologeria.
Il romanzo è ben scritto, contiene ottimi spunti, si presta a molte interpretazioni. Non per questo mi ha entusiasmata o presa particolarmente. È un romanzo interessante, possiamo dire, ma che definire piacevole sarebbe eccessivo.
Tema portante dell’opera è il rapporto tra vittima e carnefice, ambiguo fin dal titolo. Nel nostro caso, chi è la vittima e chi il carnefice? È Asa il perseguitato e Albee il persecutore oppure è l’opposto? Bellow non offre una risposta al quesito. Certe volte sospettiamo che Asa sia un paranoico e Albee solo uno sfortunato che non ha più niente da perdere. Un’altra volta condividiamo la rabbia di Asa e la sua insofferenza alla persecuzione. Ma chi sia vittima e chi carnefice non è chiaro affatto, perché i ruoli si scambiano di continuo. Personalmente, verso la fine, mi sono trovata a tifare per Albee, giacché il personaggio di Asa è così meschinamente umano che verrebbe voglia di prenderlo a testate.
Altra tematica di rilevanza sociale è il rapporto tra ricchi e poveri. A livello teorico, dice Asa, il rapporto tra le due categorie è semplice: il povero rimprovera il ricco perché, per fortuna o abilità, questo possiede ciò che a lui manca. Ma il povero non rimprovera un ricco specifico: il povero si rivolge alla categoria “uomini ricchi” ed esprime la sua condanna senza una mira precisa. Una relazione diretta tra le due componenti, sostiene Asa, è impensabile quanto assurda. Come devo comportarmi io, uomo ricco, se un uomo povero bussa alla mia porta e accusa me, me nello specifico, me come singolo, di togliergli qualcosa? Cosa posso fare per lui? Come aiutarlo? Come capire se l’accusa che egli mi rivolge è fondata? E questo è proprio ciò che getta Asa nel pallone.
C’è poi la questione del rapporto tra persecuzione e antisemitismo. Siamo nel 1947 e Bellow, proprio come Asa, è un ebreo americano, che non ha conosciuto le persecuzioni naziste. Mentre il loro popolo soffriva e veniva sterminato nei campi di concentramento, Asa e Bellow se ne stavano al sicuro in terra statunitense. Questa “non partecipazione” alla Shoa ha lasciato, negli Ebrei d’America, conseguenze psicologiche di vasta portata e, principalmente, un senso di colpa, il dolore per non aver condiviso la sorte del proprio popolo, un dolore che è anche sollievo, certo, ma che in quanto senso di colpa ha bisogno di essere espiato. Ed ecco così che Asa diventa lui vittima di una persecuzione personale, tutta sua, meno grave ma parallela a quella degli Ebrei d’Europa. È il suo stesso senso di colpa che lo rende particolarmente suscettibile alle battute antisemite di Albee. Albee si esprime per luoghi comuni, niente che possa essere davvero offensivo, ma Asa ne risente in modo traumatico. A metà romanzo lo vediamo esclamare:
“Non vedo come puoi parlare in questo modo. Dici tanto per dire. Milioni di noi sono stati uccisi. Come la mettiamo con questo?”
È l’unico riferimento alla Shoa in un libro scritto da un ebreo nel 1947. Milioni di noi sono stati uccisi. Quanta paura e quanta reticenza, quanta omissione di coscienza si annidano in una semplice frase, buttata là, una frase quasi involontaria.
The Victim è tutto questo e molto di più (la mia ignoranza sulla questione ebraica merita sicuramente un approfondimento). Interessante, ripeto, ma non uno di quei romanzi che ti prende e ti resta nel cuore.