Hypatia (370÷415 A.D.), heiress to the Alexandrian School, philosopher, mathematician, astronomer and forerunner of experimental science, conceived of and constructed the astrolabe, the hydroscope and the aerometre. Adriano Petta and Antonino Colavito have written this book, consisting of two themes intertwined like a double helix, to honour the memory of Reason's first martyr, who preferred to be slaughtered rather than giving up her freedom of thought. The first focuses on Hypatia as a woman and describes her daily activities (private, scientific and political) in an accurately reconstructed historical context, recounting a life that becomes more and more dramatic till brought to an end as described in a shattering epilogue. The second theme is the voice of Hypatia which, punctuating the first with episodes or 'dreams', describes her research work. It is through the latter that she teaches and communicates with those who listen to her, both academics and ordinary people, as a master of scientific knowledge the origins of which go back at least a thousand years before her time, and which the demise of the Hellenic world and the triumph of Christianity was to bury for many centuries, until the birth of modern science, from Galileo onwards.
Nella prima, Petta racconta la vita di Ipazia tramite la voce di Shalim, un immaginario ragazzo di Alessandria, figlio di un mercante di papiri. Shalim conosce Ipazia quando sono ragazzi, se ne innamora, grazie al suo ingegno riesce a venire accettato nella sua scuola. Da subito diviene il suo braccio destro, la sua ombra fedele e adorante, che l'accompagna negli sforzi di salvare quanto rimane della Biblioteca, nelle lotte con Teofilo e suo nipote Cirillo, nei viaggi in giro per il mondo e nelle lezioni, fino alla sua efferata morte. Vista la scarsità di informazioni riguardanti Ipazia, alla donna vengono attribuite molte delle idee scritte dal suo discepolo Sinesio, e vengono chiaramente utilizzati pressoché tutti i brandelli di informazioni giunti attraverso i secoli. Probabilmente sarà stata meno geniale e più umana di come non viene descritta in questo romanzo, sicuramente resta una figura enormemente rivoluzionaria, una martire del libero pensiero. Questa prima parte, al netto del punto di vista adottato, non è male anche se a volte le idee enunciate sembrano un po' troppo moderne, come a voler mostrare di quanti secoli se non millenni fosse avanti questa filosofa.
La seconda parte invece, affidata a Colavito, dovrebbe indagare sul suo pensiero. Di cui però sappiamo meno che riguardo la sua vita, e alla fine il tutto sfuma in riferimenti a filosofi e matematici del passato immersi in capitoli onirici di cui si capisce ben poco: sogni, esperienze a cavallo della morte, esperienze post-mortem?
Inoltre, verso la fine c'è pure un vistosissimo errore di stampa: da pagina 224 si salta nel futuro col blocco di pagine 257-288, quindi si riparte da pagina 225 a 256 per proseguire infine da 289 fino alla fine. Male.
هوپاتیا، مولف کتاب سیستم ریاضی بطلمیوس، فیلسوف، پژوهشگر، منجم، ریاضیدان و مخترع و طبق سخنان سقراط مدرسی سومین رهبر مکتب افلاطونی!
این کتاب، باعث شد به تمام زنان دیگر و تمام هوپاتیاهایی فکر کنم که اسمشون زیر آوار تاریخ مردسالارانه جهان دفن شده و فراموش شدن. زنهایی که شجاعانه جنگیدن و تلاش کردن تا خلق کنن، تغییر بدن و صداشون رو به گوش جهان برسونن؛ آسیب دیدن، توهین شنیدن، تحقیر شدن و حتی سوزانده شدن! تا در نهایت جایگاهی جدید و والا برای زن بسازن؛ اون هم در دنیایی که مردان معتقد بودند بر چهره زن که عمدا برای اشک ریختن و درد کشیدن طراحی شده، هیچگاه حتی به اشارهای هم نباید لبخندی بنشیند! هوپاتیا و دیگر زنان فراموش شده تاریخ دستانی هستند که برای آگاهی و نجات نه فقط زنان دیگر بلکه تاریخ بشریت به سوی ما دراز شدهاند و به وحشیانهترین شکل ممکن توسط وقیحترین افراد قطع شدند!
«زن که در پرستشگاهها وضع حمل میکرد! در حالی که شما اینک باید او را تبدیل به نماد زشتی و خباثت کنید و بدین ترتیب در میان رانهای زن شروع به ترسیم لانه فساد میکنید! شما خوب میدانید که چه غریزه طبیعی قویای در رگهای مرد جریان دارد، چه توفانی، و شما به آن نیرو چنگ میزنید، آن را رام میکنید، آن را تصاحب میکنید، از آن سمبل فساد و زشتی درست میکنید و زیباترین رویداد، عشقی که موجب ادامه حیات میشود را نجس و کثیف میکنید! برای اینکه میخواهید مرد را تحت کنترل خود در آورید! و برای کنترل مرد میخواهید زن را تبدیل به کیسه زباله کنید!»
Questo libro è stata una sofferenza inutile. La narrazione è semplicemente inutile e noiosa. Mi poteva semplicemente bastare l'introduzione e l'epilogo. La morte di Ipazia è troppo dettagliata. Non era necessario soffermarsi così tanto su ciò che le hanno fatto anche se forse è l'unica parte che conosciamo bene. Ho odiato la continua ripetizione di quanto fosse bella e sensuale, perché non è minimamente attinente, come è inutile soffermarsi così tante volte sulla sua verginità. La seconda parte del romanzo gestita con una serie di racconti scollegati in cui Ipazia presenta la sua opinione su argomenti come la luce o il suono o il logos, sono noiosi da impazzire e sembrano un copia e incolla dei pensieri di Democrito, Sofocle etc. Quindi non riesco a capire se siano stati estrapolati dalle testimonianze che la riguardano veramente o siano solo un'invenzione degli autori. Ho trovato interessante solo i dialoghi con i Sant'Agostino e Sant'Ambrogio, in cui possiamo vedere quanto facessero schifo. Mi ha delusa immensamente perché speravo di imparare qualcosa su Ipazia, mentre arrivando alla fine ho la sensazione di aver letto soltanto una storiella noiosa, che probabilmente non ha molto di reale.
پایانی که برای زن آزاداندیش داستان رقم زدند توی یک کلام وحشیانه بود… آخر کتاب بیشتر از همیشه مطمئن شدم که مردها از زنها از عالم بودن زنها از رهبر بودن زنها وحشت دارن!!!! و همیشه باوسیله ای به اسم دین به زنها کوبیده و زنها را تحقیر کردند چون توی تمام تاریخ مردها از زنها ترسیده اند… چقدر دلم میسوزه وقتی میدونم چقدر افرادی شبیه هوپاتیا بودند که صداشون محکوم به سکوت ومرگ شده!
Peccato. Un personaggio affascinante e una storia vera e piena di tensione resi illeggibili da una scrittura a dir poco modesta e da una struttura del libro insostenibile. Ipazia è eterea, quasi un personaggio secondario in mezzo a tanti altri. La ricostruzione storica tanto accurata da essere chiaramente solo verosimile, ma non vera, dato che in merito alla vita di Ipazia stessa si sa poco. I dialoghi sono spesso anacronistici, quando esprimono concetti sviluppati in altri tempi. Ma sempre di spessore nullo, banalità in serie. Questa la prima parte del libro (La vita), ma anche la seconda (I sogni) lascia molto a desiderare, con considerazioni che non possono essere altro che dell'autore. Ripeto, un gran peccato. Ho comprato questo libro con grandi speranze, e 22 €, che sono andate ampiamente deluse. p.s. su Alias (il manifesto) del 10 aprile del 2010 c'è un'intervista a Petta, uno degli autori, che è molto interessante. Peccato che un buon giornalista non sia anche un buon scrittore.
Interessante e coinvolgente la prima parte, la descrizione romanzata della vita di Ipazia e dei suoi allievi, la dedizione allo studio, al rigore e alla libert� di pensiero. Meno la seconda, dalla quale si dovrebbe intuire il suo pensiero; ma nonostante la ricca bibliografia, non si riesce a capire cosa ci sia davvero delle idee di questa donna straordinaria, che non ci ha lasciato scritti, i cui pensieri riportati paiono un po' troppo moderni, dato che non pare verosimile che abbia intuito cose che si sono scoperte sono nel XX secolo, come il principio di indeterminazione. Se cos� fosse, qual � la fonte da cui si deduce ci�?
«Ipazia» è il primo romanzo della trilogia realizzata da Adriano Petta, sul libero pensiero, che precede quelli già affrontati in precedenza, come «Eresia pura» e «Roghi fatui». Ipazia fu filosofa ed insegnante alla Scuola Neoplatonica Alessandrina; carismatica e bellissima, della quale tutti gli studenti si innamoravano, e lei regolarmente li respingeva, per via del suo codice etico - comportamentale, dovuto al fatto che fu un grande personaggio pubblico, proprio perché impegnato, sia nella ricerca della verità (sulle origini dell'uomo e del cosmo) sia nella politica. Matematica, ma anche astronoma, trasmetteva ai suoi studenti, e alla gente con cui parlava nelle piazze (agorà), il senso critico ed il libero pensiero. I cristiani, in modo arrogante e sdegnoso, la definivano pagana, sebbene lei non lo fosse affatto. Sostenne che qualsiasi dogma oppure qualunque pensiero religioso avrebbero seriamente minato la capacità di pensare dell'individuo, imprigionandolo, di fatto, in un blocco assiomatico che impedisce di formulare, all'occorrenza, nuove leggi capaci di scalzare quelle già esistenti, in un gioco, come lo definisce ella stessa, «appassionante e senza fine». Questo modo di fare non poteva essere accettato dal Cristianesimo dell'Impero Romano ormai in decadenza, capeggiato da esponenti come il vescovo Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Sant'Agostino ecc., il quale prevedeva la soppressione del sapere in qualsiasi forma eccetto quella imposta dalla Chiesa, e della dignità stessa della donna. La sua elevatezza, la sua grandissima statura morale suscitarono non poche invidie a Cirillo, vescovo di Alessandria, il quale si rese artefice e mandante di un vero e proprio omicidio politico (la religione era solo una scusa) e il suo braccio armato era costituito da una milizia privata composta da fanatici cristiani votati solo alla violenza ed alla follia, i Parabalani. Nonostante la filosofa sia stata denudata, dilaniata, smembrata nella chiesa del Cesario, ed in seguito trascinata in un letamaio, per poi esser bruciata in un rogo purificatore (durante la Quaresima del 415), Cirillo (il responsabile) fu dichiarato Santo dalla Chiesa, e dottore della stessa, in particolare da papa Leone XIII; e come se non bastasse, nel 2007, Ratzinger, in una commemorazione dedicata al vescovo, elogiò l'abnegazione e il vigore della sua politica. Questo ci sta ad indicare che l'odio verso la ragione e verso la conoscenza non è morto, ed ancora oggi è vivo più che mai, come anche i fondamentalismi di qualunque tipo. E tale abominazione viene sistematicamente disseminata tra le masse popolari, da coloro che dall'abolizione graduale della cultura hanno tutto da guadagnare, soprattutto alla luce degli avvenimenti grotteschi e sconcertanti che stiamo vivendo nel 2021, di transizione politica, economica e sociale. Chiudo, [questo intervento] con un aforisma: «Non possiamo negare che il male operato dalla «stampa» è immenso; né si ingannerebbe chi volesse attribuirle tutti i mali della società contemporanea», ebbene, a pronunciare questa frase, fu proprio papa Leone XIII.
Ho letto Ipazia parecchi anni fa sotto suggerimento della scuola. Un romanzo interessantissimo ma sviluppato in modo tale - questa é solo una mia impressione - da dissacrare la Chiesa del tempo per far finire il tutto ponendo l'accento sul massacro della scienziata - descritto con dettagli che, per lo scopo e il tono generale del romanzo, potevano anche risparmiarsi. É come se avessero così minuziosamente (romanzatamente) descritto le mutilazioni di Ipazia per scatenare l'odio verso la Chiesa Cristiana. Secondo me invece il romanzo avrebbe dovuto concentrarsi più su temi come l'amore per la scienza e l'emancipazione intellettuale femminile, cose che il romanzo ha saputo comunicare, sí, ma non appieno.
La misteriosa figura della scienziata Ipazia, astronoma e matematica vissuta a cavallo tra il IV e il V secolo d.C., mi aveva già profondamente affascinato ai tempi del Liceo, dove il mio libro di Filosofia le dedicava appena qualche pagina di approfondimento prima d’introdurre il ben più famoso Agostino d’Ippona. In realtà, ben poco è rimasto dell’opera immensa di questa mente incredibile, che aveva analizzato tutto, ogni cosa, dalla minuzia delle note musicali alla vastità degli spazi più sconosciuti. Questo libro di Adriano Petta ed Antonio Colavito (da cui è stato in parte tratto lo splendido film ‘Agorà’ di Alejandro Amenábar) è diviso in due precise metà che riguardano rispettivamente la Vita e i Sogni (ovvero i pensieri e le ricerche) della nostra filosofa. Entrambe sono scritte davvero molto bene, con uno stile preciso, quasi matematico (forse proprio in omaggio agli studi d’Ipazia), che tuttavia mantiene allo stesso tempo una sfumatura morbida, delicata, quasi sperduta in un mondo onirico che ormai, purtroppo, non esiste più.
Il libro è narrato dal punto di vista di Shalim, un giovane allievo profondamente attratto dalla luce profonda che traspare dagli occhi della sua maestra. È un ragazzo cristiano, che quindi rappresenta un personaggio di confine tra due realtà in crudele contrasto tra di loro: quello dell’illuminata filosofia degli studiosi del Serapeo da una parte, quello delle fanatiche comunità religiose a capo dei vescovi e degli Imperatori attraverso le terre sottomesse a Roma e Costantinopoli. Il conflitto tra fede e ragione, tra cecità e ricerca, tra costellazioni e Paradiso è uno degli elementi più importanti del libro e, più in generale, dell’intero periodo storico. I due autori compiono un’incredibile analisi delle tensioni dell’epoca proprio attraverso la voce tormentata e ferita di Shalim, costretto a scegliere tra i due mondi a cui aveva dedicato la sua intera esistenza.
Unico vero punto di riferimento nella sua vita è la forza luminosa d’Ipazia, che guida i suoi allievi alla determinazione, alla pazienza, all’amore per la verità e per i misteri dell’Universo più oscuro e lontano. Nonostante la brutalità del suo tempo, la scienziata viene descritta con i colori della sapienza più arcana, con le dolci sfumature di un calcolo matematico così segreto da riguardare il mondo intero. Un bellissimo omaggio ad una donna magnifica, che il mondo intero dovrebbe ammirare per quel sacrificio immenso, che fece in onore della Conoscenza.
C’è, tuttavia, un elemento del romanzo che mi ha lasciato profondamente insoddisfatta. Anzi, direi proprio delusa. I due autori descrivono spesso e volentieri Ipazia come una donna frustrata, che lascerebbe volentieri tutti i suoi anni di studio per amare il suo uomo e avere figli. Resta solo ed unicamente per spirito di sacrificio a qualcosa più grande di lei, un richiamo a cui deve obbedire, anche se a malincuore.
“Io, Ipazia, ho rinunciato ad essere amata. (…) Vorrei volgermi alla bellezza, non ricordare gli anni che in numero così grande ho consacrato alla ricerca e all’insegnamento, essere avvinta a Shalim… a colui che desidero, offrire, alla maniera degli antichi, sacrifici al mio Dio in terra”
Entrambi gli autori si perdono (giustamente) in una critica feroce all’ipocrisia della Chiesa, che considera la donna unicamente come moglie e madre, che ha accusato Ipazia di essersi sottratta al suo unico vero ruolo… ma poi loro stessi fanno intuire che in realtà Ipazia vorrebbe essere una donna “normale”, avere figli e sposarsi. La donna non può essere veramente felice senza figli, senza un uomo. Che presunzione… Io vorrei solo capire perché dobbiamo tutti ostinarci a considerare le donne che decidono di non avere una famiglia come martiri della società, come se il loro fosse un sacrificio pari all’esilio o alla tortura.
Perché tessere Ipazia con manti di stelle e di nuvole, facendone quasi una piccola Madonna della Filosofia, se poi dobbiamo necessariamente sputare sul suo sogno affermando che in realtà il suo più grande desiderio era quello di essere madre? Non vi è venuto in mente che, forse, sarebbe stata profondamente infelice anche se avesse avuto la possibilità di sposarsi continuando a studiare e a insegnare come prima? Il problema è che Ipazia viene descritta come una donna fuori dal comune, nel senso che una “donna normale” farebbe meglio a trovarsi un uomo e avere figli, altrimenti sarà infelice. Anzi, senza famiglia sarà infelice in ogni caso, visto che in questo libro la stessa Ipazia è spesso soffocata dal rimpianto. Sinceramente, mi sembra solo una grande mancanza di rispetto vero tutti i suoi ideali, verso le sue ricerche, verso il suo mondo.
Che fosse donna o uomo, giovane o vecchia, vergine o amante, innamorata o meno… tutto questo non ha la minima importanza. Invece di parlare del suo ruolo, gli autori avrebbero potuto approfondire la bellezza delle sue visioni: questo libro è pieno di una ricca poesia cosmica, che però alla fine viene sprecata per scrivere una mediocre storia d’amore. È vero, la scena in cui Shalim bacia gli occhi della sua maestra è molto toccante. Ma sarebbe stato ancora più bello vedere la stessa Ipazia sfiorare con le labbra il segreto delle stelle.
Va bene piccola confessione prima iniziare. Questo libro è diviso in due parti, (la prima il vero e proprio romanzo sulla vita di Ipazia, mentre la seconda un'analisi scientifico-filosofica sulle opere e sul pensiero della scienziata alessandrina). Ammetto di aver letto soltanto la prima parte, perché purtroppo l'altra l'ho trovata un po' pesante da seguire. Non me ne vogliano i miei passati professori di filosofia, in futuro ritenterò.
Parlando del romanzo, non ho altro da dire, se non che l'ho amato tantissimo! Scordatevi Agorà, il libro di Adriano Petta è di gran lunga migliore, nonché maggiormente fedele agli eventi storici (cosa prevedibile, visto che Amenabar ha dovuto dare il contentino alla chiesa cattolica, che comunque ha lo stesso tentato di censurare la pellicola).
Conosciamo Ipazia, tramite la voce di Shalim, suo intelligente e devoto allievo (per favore se avete visto il film, cancellate dalla vostra mente quell'essere ributtante che è Davo), il quale pagina dopo pagina, ce la fa scoprire ed amare in tutta la sua grandezza, ma anche in tutta la sua umana fragilità.
Gli avvenimenti narrati si svolgono sullo sfondo della grande Alessandria d'Egitto, culla della cultura e del sapere ellenico, un luogo ed un'epoca presentati con tale dovizia di particolari, che il lettore non può fare a meno di piangerne la perdita (in particolare la tristemente famosa biblioteca).
L'uccisione di Ipazia (la scena in cui Shalim è costretto ad assistere alla trucidazione della sua maestra, è qualcosa di assolutamente devastante), non è soltanto un crimine orrendo dal punto di vista umano, ma è anche il simbolo della sconfitta del libero pensiero da parte dell'oscurantismo religioso. Un lutto che ancora grava su tutta l'umanità e che porta a chiedersi: quanto diverso sarebbe il mondo, se non fossero stati messi a tacere tanti spiriti liberi come Ipazia?
Ipazia fissa Agostino con occhi di fuoco, si morde le labbra. "Ora comincio a vedere chiaro il disegno di Ambrogio, di Giovanni Crisostomo, di Teofilo... e il tuo, naturalmente! Dunque: esiste un solo dio, quello cristiano. Tutti gli altri sono falsi. La verità è nelle Sacre Scritture. Solo la Chiesa, solo voi preti sapete interpretarle". "Certo! Certo! Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l'autorità della Chiesa!" esplode Agostino. "Appunto. I popoli di tutto l'Impero e poi quelli del mondo intero devono essere tutti cristiani. Ma nessuno può ragionare e pensare. Tutti devono dipendere da voi preti per salvarsi. Ma è meglio tenerlo separato questo esercito di schiavi: e così ne cancellate la metà, la donna, la donna portatrice di vita! Non dimenticare che ai primordi c'era un mondo senz'armi né eserciti: un mondo in pace in cui arti, tecnologie, esperienza religiosa e medicina erano patrimonio della donna, incarnazione dello Spirito del Mondo: la grande Madre Terra! La donna che partoriva nei templi! Mentre voi ora dovete renderla simbolo del male: ed ecco, lì, tra le gambe della donna avete cominciato a disegnare un nido d'immondizia! sapete perfettamente quale forza naturale scorre nel sangue dell'uomo, quale tempesta: e voi afferrate quella forza, la dominate, ve ne impadronite, ne fate un simbolo del male e l'evento più bello - l'amore che fa proseguire la vita - voi lo sporcate! Per controllare l'uomo! E per controllare l'uomo, state riducendo ad un sacco d'immondizia la donna! E Ambrogio non fa che parlare di verginità! E del peccato! E della dannazione! Agostino... tu, Ambrogio, Giovanni e Teofilo state costruendo una religione della morte!" [...] "So che Shalim è cristiano battezzato: spero proprio che lui riesca là dove io sto fallendo" la mia maestra mi scruta con occhi ardenti ed io non riesco a tener a freno la passione del mio cuore: "Mi dispiace per te, Agostino, ma il Cristo che ammiro io non è lo stesso di cui parlate tu e Ambrogio. Il mio Cristo è un ribelle che si è sacrificato per eliminare la schiavitù fisica e mentale. Con gente come te, Ambrogio e Teofilo, io non ho nulla da spartire."
Il libro è diviso in due parti, e vorrei e dovrei parlarne separatamente. La prima parte, ad opera di Adriano Petta, è una vita romanzata della scienziata Ipazia. Il tutto è narrato dalla prospettiva di Shalim, discepolo di Ipazia, nel suo diario. Una volta presa confidenza con lo stile di Petta, la narrazione che può inizialmente sembrare ripetitiva, i cui dialoghi sembrano appiccicati solo per darci un'idea di Ipazia, diventa, soprattutto quando le giornate nel diario diventano sempre più lontane l'una dall'altra, un racconto accorato, commuovente e pieno di forza. Ciò che avevo letto con fastidio o confusione, ho trovato sempre più significativo e forte. Per la seconda parte, scritta invece dal defunto Antonio Colavito, non ho una definizione precisa. È un sogno di 80-90 pagine, un flusso di coscienza pieno di riflessioni e di nozioni, tutte oniriche, che lasciano perplessi e incantati, proprio come quando ci si sveglia da un sogno strano e se ne ricordano solo alcuni frammenti. Per la prima parte le stelline sarebbero 4, per la seconda 3 soltanto perché non sono stata in grado di comprenderla, ma è sulla prima che mi baso per il mio giudizio. È una lettura che consiglio, in definitiva, tenendo a mente che forse tutto sarà meno caotico o noioso, una volta raggiunta l'inevitabile fine.
Una bellissima biografia romanzata ma molto accurata dal punto di vista storico. Ne viene fuori una figura meravigliosa, una donna dolce, di grande modestia e bellezza ma, ferma e risoluta a difendere i suoi ideali, fino al martirio finale descritto con una drammaticità unica. La seconda parte è più scientifica e filosofica ma non meno interessante. Lettura edificante, che ci porta a riflettere, sopratutto in questi giorni, quanto il fondamentalismo sia tutt'altro che morto. Ancora oggi si uccide e si saccheggia in nome della religione. Una religione che odia la ragione, disprezza la scienza.... Di questa martire della ragione, non è rimasto quasi più nulla se non il suo esempio che, ancor oggi, continua a brillare fulgido nelle nostre coscienze.
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Ipazia è uno dei quei personaggi storici che mi ha da sempre affascinata; dopo la disastrosa esperienza con il libro della Ronchey (Ipazia. La vera storia), ho voluto approfondire con quello che ritenevo fosse un saggio su questa donna portentosa... Ma mi sbagliavo. Pensavo di trovare un testo contenente fonti e riferimenti storici ben precisi, invece, Adriano Petta e Antonio Colavito non danno informazioni oggettive su di lei, bensì il libro si presenta come una vera e propria biografia romanzata. Per chi è al primo approccio con questa figura, che ha fatto veramente la storia, resta un buon romanzo, ma personalmente sono rimasta delusa anche per quanto riguarda la pesantezza dell'esposto che avrebbe potuto essere sicuramente molto più scorrevole ed incisivo.