Nach den ethnischen Unruhen im Mai 1969 verlässt Ai Lian, eine junge chinesische Malaysierin, ihre Heimat. In München lernt sie den Engländer Michael Templeton kennen, der, ebenfalls in Malaysia, auf der Kautschukplantage seines Vaters aufgewachsen ist. Sie verlieben sich und wollen Weihnachten gemeinsam auf dem Anwesen von Michaels Vater verbringen. Bei ihrer Ankunft geschieht jedoch ein Mord, in dessen Aufklärung Ai Lian schnell verwickelt wird …
Die Geschichte ist toll, sehr interessant und spannend, ich wollte definitiv wissen wie es ausgeht! Ich finde es gut, dass es am Ende noch eine historische Einordnung gibt, das meiste davon wusste ich nicht! Allerdings finde ich es ätzend, dass in der deutschen Übersetzung an einer Stelle extrem mit asiatischen sprachlichen Vorurteilen gearbeitet wird! Ich finde es einfach nur rassistisch, platt und unangenehm! Man hätte die Szene einfach ganz normal schreiben können so wie im Rest des Buches auch, dieses sprachliche Mittel hätte einfach nicht genutzt werden müssen meiner Meinung nach. Habe da kurz überlegt, ob ich abbrechen soll. Ich weiß nicht, ob es im Original auch so geschrieben ist aber in der deutschen Fassung auf jeden Fall.
Zu Beginn ein Krimi, dann ein historischer Roman, am Ende ein Familiendrama - jeder Teil des Buches scheint teils seinen eigenen Erzählstil zu haben, was aber gut funktioniert und das Lesevergnügen steigert. Am Ende des Roman wirken einige Geschehnisse etwas zu stark zeitlich gerafft (vor allem im Vergleich zum gemächlichen Erzähltempo des Beginns). Insgesamt ein spannender Einblick in die malaiische Geschichte, die den meisten Lesenden bisher vermutlich unbekannt war.
Con echi del silenzio ci troviamo di fronte a un libro innovativo che coniuga perfettamente il romanzo contemporaneo con un tocco di interessante giallo dalle sfumature noir. E ora vi accompagno nell'intrigante viaggio attraverso la necessaria analisi di questa straordinaria penna. Innanzitutto, individuiamo gli elementi propri della narrazione contemporanea. Essa si sviluppa e ha la sua ragione di esisterne nella volontà di indagare i tempi moderni o post moderni, quindi rilievo assumono i dettagli non solo dell'ambientazione che deve risultare precisa, non solo dei drammi sociali che in essa si svolgono e stabiliscono quindi il ritmo. Ma, sopratutto, sono i risvolti psicologici a essere il piatto principale, poiché determinano e guidano le vite interiori dei protagonisti. Non esiste romanzo di narrativa contemporanea che non indaghi e non dia prevalenza al cambiamento che, politica e società, innescano nell'essere umano. Ogni emozione, ogni esperienza si riversa nella mente e sopratutto stuzzica e da risalto alla porzione oscura, quella tanto amata da Jung che è la fonte e la causa di ogni nostra idea e di ogni nostra ossessione. Quindi il romanzo deve per forza avere come protagonista l'uomo e il resto, gli accadimenti, gli sviluppi dell'intreccio narrativo, sono solo il contorno che stimola e da voce alla trasformazione. In tal senso la narrativa diviene un vero viaggio dell'eroe anche se il nostro prescelto non affronta draghi e mostri, né è alla ricerca di arcani segreti e manufatti misteriosi. Esso è, semplicemente, posto di fronte a se stesso e invitato a scendere nell'abisso della coscienza per trarne indicazioni su come percorrerete questo strano viaggio chiamato vita. In Echi del silenzio, quindi, il contesto sociale e politico rappresenta il palcoscenico dove, la nostra amabile e complicata Ai Lian, si trova a dover recitare a soggetto (per citare il mio adorato Pirandello). E questo palcoscenico è diverso da tutti i contesti che ci siamo trovati davanti, è un ambiente ostile e legato alla tradizione ma soprattutto un contesto in cui questa fantomatica tradizione subisce lo stesso accanimento che subiscono un po' tutte le culture: quella dell'invasione. Con la differenza che, mentre la nostra assorbe le influenze straniere come se non fossero altro che riconoscimenti di lontani echi etnologici, quella malese, perché di Malesia si parla, subisce vere e proprie aggressioni. Il bello e il vanto dei paesi della zona mediterranea è quello di non avere, in fondo, una vera e propria tradizione unica. Siamo il risultato di innesti avvenuti quasi senza accorgersene, risultato di scambi commerciali, di abbracci e anche di schiaffi, il tutto avvenuto nella piena, anche se lontana alla coscienza, consapevolezza che una vera e autentica cultura europea non fosse minimamente mai esistita. Sono esistite molte facce, ognuno il contrario dell'altra, sono esistite mille sfumature, mille fratelli che, seppur costretti a rinnegare tali legami di sangue, li avvertono come reali. Dentro la coscienza di noi mediterranei esiste la rabbia per non poterci in fondo, davvero distinguere, né nella musica, ne nell'architettura, ne nella cultura generale. Differente è il caso della Malesia. Un mondo a parte rannicchiato nella materna foresta, incastonato in un sud est asiatico diversificato ma con una forte identità, subisce nel 1867 a far parte stabilmente della colonie inglesi. E qua iniziano i drammi. L'Inghilterra seppur professava una sorta di pseudo rispetto per le altrui culture era, in realtà, assolutamente inclusiva. Convinta della superiorità commerciale e intellettuale tendeva in modo forse subdolo e molto persuasivo a incunearsi piano piano nelle cultura a lei soggette. Nelle sue contraddizioni, in quei solchi tra una certa protesta e noia sociale, la supremazia inglese si poneva come risoluzione e salvezza, portando una cultura considerata primitiva verso la luce del progresso, sugli altari della modernità sacrificando quei lati che, seppur apparentemente contraddittori, animavano in fondo il paese prescelto rendendolo unico e coerente. Quelle che per gli inglesi, dunque, apparivano discordanze e anacronismi non erano altro che sfumature di una cultura composita, complessa e omogenea. Insinuando il dubbio che in realtà essa non permettesse il progresso, costringeva, mano a mano, i malesi a dubitare della veridicità delle loro convinzioni che venivamo abbandonate in favore del savor fair inglese. Questo però era nato non tanto da una riflessione maturata dopo esperienze precise, era un acquisizione dall'alto, una sorta di manipolazione che rendeva, quindi il malese orfano e spezzato. Ed è questo che accade alla nostra Ai Lian. Dopo questa sorta di adozione costretta durante la seconda guerra mondiale la Malesia cosi “spezzata”, venne in gran parte conquistata da un altra cultura forte e dominante: il Giappone. E il Giappone era, appunto perché molto saldo sulle sue convinzioni tradizionali, necessariamente anti-britannico. Ecco che il Malese che si trova quasi senza accorgersene a ritrattare la propria identità culturale, a dover scegliere la sua appartenenza, un appartenenza costretta dall'incisività di poteri forti. E cosa succede quando un popolo tentenna? Inizia una guerra ideologica che ha come conseguenza sommosse e guerre razziali. Infatti, nel 1969, anni della contestazione. Alcuni malesi in fase di riappropriazione della propria identità si battono contro la corruzione dell'antica tradizione. Perché, durante quegli anni il paese non era altro che un crocevia di innesti, di matrimoni misti e di doppie culture che, però, cozzavano una contro l'altra. Cinesi e malesi iniziarono, nel 1969 a combattere uno contro l'altro per decidere quale civiltà avrebbe primeggiato. Ecco che Ai Lian costretta a trovare riparo perché erede di un identità simil cinese abituata a sentirsi però, profondamente inglese, soffre di questo strano senso orfano di una vera identità. Ai Lian non sa chi è, non sa trovare un posto preciso in quel contesto, non sa specchiarsi e trovare da sola una precisa strada. Tanto da nascondere questo disagio con uno strano snobbismo. Ma la mia nuova situazione di cittadina senza patria mi aveva fatto pensare a lungo: perché sapevo così poco? Perché mi era stato concesso di sapere così poco? Ero del tutto da biasimare per la mia ignoranza? O ero ignorante perché era convinzione generale che non fosse affar mio sapere, che in realtà non c’era posto per me in quel Paese?
Il suo non conoscere le radici e il non sentirsi accettata nel luogo nato, le creano una strana fragilità che compensa con l'accettazione totale del comportamento inglese:
Io, il prodotto di ciò che allora era considerata la classe media malese – educazione inglese, ambiente statale –, ero più brava a scuola rispetto ad altri bambini provenienti da famiglie che non parlavano inglese. Tutto ciò, unito alla diceria che mio nonno era stato ricco, mi diede un senso di superiorità.
Ed è in quel vuoto che i dubbi sul passato, taciuto e silenzioso iniziano a emergere. In tutto questo libro l'omicidio non è altro che la modalità con cui, la protagonista inizia a ritroso la scoperta non solo delle sue radici, ma di una storia familiare che le appartiene. Ed è attraverso l'investigazione che viene a conoscenza di strani segreti mai davvero totalmente taciuti, i cui echi, appunto echi del silenzio, sussurrano le loro antiche storie. Ed è cosi che i torti vengono riparati e la verità permette di tornare liberi e di scegliere in completa consapevolezza se creare una nuova cultura o accettare quella in eredità. Ecco che il noir fa solo da apripista a un libro intenso e a tratti commovente. In quelle foreste, in quei luoghi apparentemente dimenticati da dio, Ai Lian comprende come l'unica strada per essere pienamente se stessa è intrecciare con tanti diversi fili un proprio personale arazzo. Il mondo sta troppo con noi; tardi e presto Ricevendo e spendendo, distruggiamo le nostre forze;Poco vediamo in Natura che sia nostro; Abbiamo dato via i nostri cuori, un sordido affare! Questo Mare che mostra il suo petto alla luna, I venti che ululano continuamente, E sono riuniti adesso come fiori addormentati, Per questo, per tutto, non siamo in sintonia... Non più in sintonia... E di colpo il mio mondo che è stato troppo con me comincia a sbiadire e a dissolversi dietro un velo di lacrime.
U n libro che è una piccola immensa perla capace di farci comprendere come l'unica vera autentica cultura è nella capacità umana di adattarsi e creare, sempre qualcosa di novo partendo dal vecchio. E forse questo strano concetto può aiutarci anche oggi, in un mondo in eterno conflitto, che stenta a ritrovare se stesso.
La casa editrice Le Assassine continua nella sua scelta di divulgare in Italia gialli e noir di scrittori non conosciuti e provenienti spesso da culture “altre”. In “Echi del silenzio” la protagonista è Ai Lian, giovane malese di etnia cinese, che studia in Germania. E’ proprio lì che incontra e si innamora, ricambiata, di Michael, un ragazzo inglese nato e cresciuto proprio in Malesia, dove il padre possiede una piantagione. Ai Lian accompagna Michael in Malesia, sia per conoscere il futuro suocero, sia per rivedere i suoi genitori. Purtroppo il padre di Ai Lian è malato e muore dopo il suo arrivo, ma non è l’unica tragedia che colpisce la protagonista. Appena arrivata nella piantagione di Michael, Cynthia, la giovane fidanzata del futuro suocero, viene trovata barbaramente uccisa nella piantagione. Altri dettagli, senza spoiler!, sul mio blog: https://amenteacida.blogspot.com/2019...
I am humbled. Dr. Chuah, I am in awe. This is PERFECT. I am in love with this book!
(Will have to update the details to this book once I get back to the pc. It is an injustice and a travesty that the author's name tagged here is wrongly spelled, and that the book's presence in Goodreads is practically reduced to nothing. Haisyy!)