Nel terzo libro dell’autobiografia si affacciano gli anni Trenta con il loro carico di sospetto e ombra.
Canetti è a Vienna, ha già scritto il suo primo romanzo (Autodafé), i cui stralci sono oggetto di letture pubbliche, ma che verrà dato alle stampe solo più tardi.
Entriamo ora nella maturità dello scrittore e nel clima culturale di quegli anni: gli incontri, l’umore dell’epoca, e i protagonisti che rappresentano l’aspetto più caratteristico del libro costituito da ritratti indimenticabili.
Il “gioco degli occhi” si riferisce a uno degli incontri decisivi per Canetti, quello con Anna Mahler, creatura di brillante e misterioso fascino, ma anche di inesplicabile capacità di distacco, il cui sguardo seduce il giovane scrittore durante un concerto. “Anna era fatta solo di occhi, tutto il resto che si vedeva di lei era illusione”.
Della celebre madre Canetti ha un’opinione di tutt’altro genere e dalle pagine di questo libro Alma esce piuttosto malconcia: “Dappertutto si parlava della bellezza di Alma Mahler, si raccontava che era stata la più bella ragazza di Vienna e che aveva fatto una tale impressione su Mahler, molto più anziano di lei, da indurlo a chiedere la sua mano e sposarla. La fama della sua bellezza si tramandava ormai da più di trent’anni, ma adesso Alma Mahler era lì in piedi e si sedette pesantemente: una persona in stato di ebrezza, molto più vecchia della sua età, circondata da tutti i trofei che aveva raccolto”.
Altro ritratto al vetriolo è quello di quello dell’odiato Franz Werfel : “Anna era seduta alla mia sinistra, e mentre fissavo su di lei uno sguardo che credevo furtivo, mi imbattevo nell’occhio da batrace di Werfel. Mi venne in mente che la sua bocca somigliava a quella di una carpa e che il suo grande occhio sporgente vi si adattava a meraviglia”. E questo non è che l’inizio dei fendenti!
Di tutt’altro tenore la descrizione di Musil, autore venerato da Canetti, che ne accetta quindi la personalità scontrosa. “Ciò che frapponeva tra sé e il mondo come una netta separazione non se l’era messo addosso, era cresciuto con lui. Non si permetteva interiezioni. Evitava le parole sentimentali, ogni frase di cortesia gli riusciva sospetta. Fra tutte le cose tracciava confini, come intorno a se stesso. Diffidava delle mescolanze e delle fratellanze, delle effusioni e delle esagerazioni. Era un uomo allo stato solido e si teneva alla larga dai liquidi e dei gas. […] Musil era un maestro nell’imporre le distanze, aveva una lunga pratica in quell’arte: se respingeva una persona, la respingeva per sempre.”
Altre figure significative sono descritte nei loro tratti caratteristici e indelebili: lo scultore Wotruba, il compositore Alban Berg, il pittore Kokoscha, lo scrittore Herman Broch, di cui viene messa in risalto la straordinaria capacità di ascolto (“Il silenzio con cui Broch ascoltava era interrotto da piccoli, percettibili respiri, i quali dimostravano all’interlocutore che non era stato solo ascoltato, era stato accolto, come se ogni frase gli avesse aperto l’accesso a una casa in cui poteva accomodarsi a suo agio”). Un significativo cameo è dedicato anche a Thomas Mann.
Infine, figura centrale nella galleria di ritratti è il dottor Sonne (Sole), figura emblematica ed esemplare di ‘uomo buono”, erudito senza boria, sapiente misuratore di parole e di silenzi, profeta di sventura certa, senza tuttavia desiderare esserlo.
Anche l’immagine di Grinzing, con le sue osterie e il suo chiasso scomposto evoca il sentimento del tempo e sarà una delle occasioni di riflessione sulla massa e il suo significato (argomento che impegnerà Canetti per quarant’anni della sua vita) : “Quando scendevo al Grinzing con amici e mi sedevo in una delle osterie con giardino, anche noi ne prendevamo parte a modo nostro. Ci limitavamo a bere e raccontarle grosse, senza unirci a quei canti scomposti. Ad altri tavoli c’erano altri che le raccontavano grosse. Tutto era portata d’orecchi e tutto era tollerato.[…] Tutto si muoveva nel senso dell’esagerazione, ma nessuno toglieva qualcosa all’altro e non c’erano scontri: per quanto grossolani fossero i desideri, ognuno sembrava disposto a concedere all’altro la sua parte di esagerazione. […] Nel frattempo si continuava bere, il bere era il magico strumento dell’amplificazione, e fintanto che si beveva tutto si ingrossava, sembrava che non ci fossero ostacoli, divieti o nemici.”
Intanto imperversa il vento della Storia: siamo nel 1933 e “era al potere l’uomo dal nome impronunciabile”. Il “mondo di ieri” sta rapidamente precipitando verso la sua inarrestabile dissoluzione.
Anche il vecchio mondo affettivo dell’autore si dissolve con la morte della madre, figura centrale e altamente drammatica, con il quale Elias ha una relazione esclusiva e conflittuale.
Le considerazioni sulla morte, altro oggetto di lunghe riflessioni, concludono il viaggio di questo libro. Che appare più discontinuo rispetto agli altri due, ma pur sempre affascinante, ricco e irrinunciabile.
“Colui che ha mandato il serpente, il tentatore, lo richiamò indietro. La pena è durata abbastanza. L’albero della vita è vostro. Voi non morirete”.