Prima autrice contemporanea italiana che leggo (non per chissà che motivo, semplicemente non ho mai trovato qualcosa che mi ispirasse) e sono già convinta di seguire altre sue opere🥹🥹🫶
Olga Campofreda parla delle “ragazze perbene”, ovvero quelle ragazze che rispondono alle regole del patriarcato, specie a quelle italiane, in situazioni in cui tantissime millennial -cresciute quindi tra gli anni ‘90 e gli anni 2000a possono rivedersi. Grazie alla storia di Clara e del suo peculiare legame con la migliore amica Rossella, parla delle giovani generazioni di donne di questo paese, tracciando un preciso ritratto delle realtà del sud Italia senza stereotiparlo, ma dando sfumature, emotività e denunce sociali🙏🏻
— Le frasi per descrivere la città e la reputazione sociale, già da quando si nasce, sono poetiche e puntuali:
“A Caserta le cose sono spesso anche qualcos’altro. Non tanto ciò che sono in realtà, quanto quello che vorrebbero essere. E così pure le persone.
I casertani dicono che sono di Napoli. Il palazzo reale finge di sssere il Vaticano. Il ponte vorrebbe essere un vero ponte ma è solo un passssggio scavato sotto un grande giardino.”
Clara è cresciuta con l’amore per la letteratura e l’abitudine al silenzio e, dopo l’educazione cattolica a scuola e una tipicamente patriarcale a casa, decide di trasferirsi a Londra per studiare all’università, attuando una ribellione contro una città che sembra a sé stante: è turistica, sì ma non abbastanza grande e conosciuta da essere aperta alle connessioni.
Nella metropoli inglese ha persino trovato un ragazzo, Thomas, ma non ne parla a nessuno, perché sarebbe impensabile e assurdo per loro che una “brava ragazza casertana” si sia trovata qualcuno al di fuori da quella realtà.
La cosa interessante del personaggio è che è in grado di fare lucide analisi sia sull’esterno e sia su sé stessa, perché durante tutto il romanzo descrive Caserta e la sua popolazione come falsa, opportunista e giudicante, ma lei stessa, tornandoci dopo tanto tempo con l’occasione del matrimonio della sua migliore amica, teme di essersi data un “carattere”, essersi messa una maschera definitiva sopra:
“Quante porte ci separano dalla versione di noi stessi che più ci somiglia? E da quella che diciamo di essere?”
“Tornerò a essere la bambina impacciata. La bugiarda. La ribelle senza causa. […] questa metamorfosi inversa, un incantesimo antico che ancora non ho imparato a spezzare”
Alternati ai capitoli ambientati a Caserta e ai suoi ricordi dell’infanzia, ci sono quelli sui suoi precedenti anni a Londra nei quali ha scoperto il mondo del casual dating su Tinder, e si interroga sul tema delle relazioni -molto caro alla generazione millennial-:
“Ma che cos’e poi una relazione seria? A a guardare le loro verrebbe da prenderli alla lettera. Immaginare che essere adulti insieme coincida con la perdita del sorriso”
Ciò significa parlare della disparità di genere anche nelle piccole percezioni ai primi appuntamenti (le prese in giro sugli uomini erano divertentissime AHAAHHA), e poi di desiderio di esplorazione della propria sessualità— ho amato ad esempio la scena della threesome, in cui c’è anche una ragazza (per cui una spontanea rappresentazione della bisessualità🙌🏳️🌈senza specifici commenti su quella e senza essere uno stereotipo sessualizzante), il sesso scritto delicatamente, sull’importanza del consenso e dell’ascolto.
A Londra, scopre che la libertà di muoversi e conoscere persone fuori da una cerchia dà un senso di autocoscienza che mai avrebbe pensato:
“Nella grande città, ricordarsi di essere corpo è l’unico modo per non sparire del tutto”
E una tale capacità di catturare i dettagli nello spazio si vede anche quando scrive di Londra, della quale nota non solo le luci ma anche le ombre e, sebbene non si penta mai della scelta, riconosce che un’altra realtà apparentemente luccicante ha comunque altri limiti:
“Passeggiare per Soho è anche attraversare un discorso di classe, che si allontana dalla lotta per avvicinarsi alla farsa e al travestimento. L’eccitazione dei ricchi si accende nel prendere possesso di luoghi che non gli appartengono, posti che un tempo erano scenari della working class, e che oggi sono il loro parco giochi della trasgressione”
— Al ritrovo prima e dopo il matrimonio di Rossella con Luca, Clara ricorda il passato, inevitabilmente condizionato dalle donne attorno a lei come la madre, le zie, la sua migliore amica e le compagne di scuola, e del fatto che anche in tutte le loro diversità l’essere donna come entità forzata alla passività le accomuna:
“Questa disposizione all’obbedienza appartiene a una città che giace adagiata sugli sfarzi di un regno che fu. La cui eredità è così pesante che non si riesce a procedere oltre”
Parlando di famiglia attinge persino all’origine semantica (queste sono riflessioni quasi filosofiche, tra le migliori che una scrittrice -ovvero qualcuno che lavora con la lingua e le parole- possa fare🙌). Fa riferimento a tutte le domande invadenti sul fidanzatino e i figli, sugli atteggiamenti normalizzati, i sussurri, i rimproveri per il minimo sguardo di troppo oltre quei paletti, una collettività ancorata al suo orto e alle regole
“La fretta di arrivare al possessivo quando si parla della famiglia. La famiglia che possiedi e che ti possiede, che ti trasforma in un nome senza articolo determinativo, pilastro grammaticale della libertà.
Si dice “il mio ragazzo” ma “mio marito””
“La famiglia nella mia lingua mette i lacci, e a volte stringe così tanto che ti restano addosso i segni. Li nascondi sotto strati di vestiti, nel luogo gelato dove sei scappato per sentirti liberi”
“In un microcosmo come il nostro in cui tutto quello che si fa esiste principalmente perché se ne parli, il racconto è una goccia d’acqua, che lenta si posa sulla roccia e a poco a poco la calcifica, ricoprendo la superficie originale. La storia viene modellata per il pubblico, epurata, edulcorata, resa avvincente con dettagli che magari non sono mai
accaduti, ma che a furia di essere riportati diventano reali.
È l’effetto Twister, a uso e beneficio della famiglia borghese”
“Le donne della mia famiglia sono boccioli di rosa selvatica a cui è stato imposto di fare i gerani. È stato così anche per me e per Rossella: come gerani, siamo state curate per essere esposte sui balconi di casa. Sotto lo sguardo dei vicini. A esaltare il buon nome dei nostri padri.”
— E poi la crescita da bambina a ragazza, in particolare in un periodo difficile come il passaggio tra due decenni:
“Un miscuglio tra innocenza e trasgressione, senza mai varcare alcuna soglia”
Ho apprezzato tantissimo i riferimenti pop a canzoni, film e moda dell’epoca, una cultura che come una che metteva le radici nel consumismo, fatto apposta per vendere ideali di bellezza e standard ancora più alti per le ragazze, che ha ha aumentato la competitività e la misoginia internalizzata con cui ancora facciamo i conti.
Le esperienze di Clara e Rossella che guardavano Britney Spears in televisione che prima si muove a passi perfetti e un attimo dopo è in uno stato psicofisico terribile (come oggi, 10 anni dopo, possiamo ben sapere tra tutte le questioni giuridiche e l’autobiografia della cantante), svelano la facciata perfetta di quell’educazione alla femminilità, in cui questo termine è una gabbia dorata che fa arrugginire quel metallo.
In quella fase di pubertà Clara ha ancora più sofferto la gelosia verso Rossella, nata lo stesso giorno ma a un mese di distanza, insieme dalla culla eppure sempre un passo avanti per il pubblico: la più bella su cui mettere i vestiti eleganti, la promessa di brava ragazza tra danza classica e attività di modella per abiti da sposa in giovane età.
“Nella scuola di danza invece, i corpi divennero un discriminate. Eravamo bambine che imparavano ad abitare nuovi margini. Donne che vivevano la propria fisicità come un segreto che non doveva essere comunicato”
Clara invidia Rossella ma la compatisce anche, per come uomini e donne di tutte le famiglie sembrano volerle mettere le mani addosso, confezionando il loro giocattolo perfetto.
La contraddizione è visibile anche nella crescita, quando Rossella si fidanza con Luca, il quale avrà poco dopo avrà una breve ma passionale frequentazione proprio con Clara. Ella ha passato anni confusi, dal sentirsi niente al sentirsi per una volta “la cugina prescelta”, per poi tornare di nuovo all’invisibilità e realtà delle scuole di Caserta: ragazzi educati a fare gli uomini predatori -persino Luca entra in una rissa della tipica gelosia, pur essendo “””normale””” per un ragazzo giovane- (ma normale secondo quale società?); l’ansia del non trovare lavoro, e le ragazze educate a fare le brave bambine sedute.
E le crolla di nuovo tutto addosso, e il rapporto con Luca, con il quale ancora si scambia degli sguardi, è la “persona giusta al momento sbagliato” :/ 💔
“Il solo luogo in cui siamo esisti davvero, noi due insieme, è stata una città che non esiste. Un posto senza strade sotto i piedi”🌫️🥺
— Altro tema che l’autrice scrive egregiamente è la critica al trauma generazionale: i millennials sono cresciuti con la speranza di un mondo migliore, tecnologico e globalizzato, più alla mano, per poi trovarsi ad annaspare nell’acqua come dei pesci fuori da un acquario costruito:
“Dalla generazione che aveva condiviso tutto siamo stati cresciuti con la convinzione che non avremmo dovuto condividere niente. Abbiamo avuto tutto nostro, e in questo privilegio ci siamo ritrovati da soli. Ci hanno detto che eravamo speciali, ma per esserlo appieno avremmo dovuto allinearci a tutti gli alti. Ugualmente eccezionali seguendo un unico tracciato ben preciso.
La città punta il dito sui ventri vuoti, su chi sceglie egoisticamente sé stesso, senza pensare che i nonni sono liberi e aspettano solo che gli venga riempita la vita. […] Negare loro un bambino, alle loro braccia assetate, avide d’amore? Cosa faranno con tutto quel tempo che pensavano di spendere per gli altri?”
“Il mondo dei nostri adulti ci si rivelò in quel momento come il paese dove le felicità andavano a morire”
Un generale senso di non appartenenza, di asse piegata nel verso sbagliato rispetto una riga su cui percorrere, e poi la disillusione che non sono in quella via non accompagnerà nessuno, ma che se si sbaglia percorso si sarà marchiati a vita dagli altri:
“Ci sono due ragazzi, solo, nel mezzo di un paesaggio squallido, che però a loro sembra bellissimo. Per un attimo nessuno dei due deve fare finta di essere quello che non è. O accettare la vita per quello che è, che poi è lo stesso. E se non è amore, è certo qualcosa di altrettanto forte, che li fa sentire felici di essere esattamente così come sono. Sbagliati, inadeguati, imperfetti.”
(Questo paragrafo lo trovo bellissimo, perché oltre a essere scritto poeticamente è in parte astratto, e quei due soggetti al maschile potrebbero illudere a due ragazzi- una relazione ovviamente in contrasto con la tipica morale eteronormativa)
— Di questo risentono ancora di più le donne, il cui mondo è fatto di un’oppresione sottaciuta: nella cultura dello stupro, nella costrizione al silenzio. E riesce a descriverlo persino nell’evento che sconvolge il giorno del matrimonio di Rossella, quando viene investita da un’auto.
Clara ripercorre i ricordi dell’amica-cugina, che è stata un vaso da riempire con le aspettative altrui, anche rappresentato dal simbolismo di lei sul letto d’ospedale. Persino quando è immobile non è libera dalla marchiatura di quel luogo:
“Nel cuore della tragedia, la città santifica la ragazza perbene, che dorme senza poter ricordare i propri sogni” […] l’immagine della massima virtù: un corpo di donna che non desidera, e che non si muove. Un corpo a cui la vita accade. Un corpo muto, che non si fa sentire, non disturba.”
In particolare, Clara legge il suo diario— e sì, sbaglia invadendo la sua privacy, ma un errore in un personaggio realistico forse era necessaria per raccontare una storia fatta di deviazioni dallo standard perfetto ;)
Rossella non solo non avrebbe voluto essere la principessa da riempire di pizzi e merletti, ma come un fuoco da spegnere immediatamente, non avrebbe neanche potuto: in una delle pagine di diario adolescenziale scrive di aver provato sentimenti per la sua migliore amica Leo, di averla baciata d’istinto, del fatto che lei avesse reagito male (che sia per imbarazzo, o per vergogna, o per omofobia internalizzata o perché non ricambiava chi può dirlo?) Una ferita che ha incrinato un’amicizia che stava diventando troppo stretta, troppo tempo passato insieme per far rischiare di scoppiare e di non essere più la ragazza perbene che tutti volevano.
(si può intuire quindi, dalla frase di un’amica pettegola che dice che Luca e Rossella non hanno mai avuto un rapporto sessuale, che alla ragazza neanche piacciono gli uomini👁️ ma che si stia costringendo per il perfetto matrimonio uomo-donna da Mulino Bianco)
“I nostri adulti ci avevano insegnato a non chiedere mai. La rinuncia al desiderio era la nostra espiazione. Così pure quella vita che ci avevano messo davanti, un percorso a tappe, ben preciso, dalla casa dei nostri padri a quella dei nostri mariti. Il nostro desiderio sarebbe rimasto muto, non interrogato. Ma capitava, a volte, che l’animale si risvegliasse dentro. Che la bestia affamata, mal nutrita e dimenticata, cominciasse a scalciare. Come si tiene a bada il desiderio? Assecondandolo o sopprimendolo per sempre, ce ne stiamo in bilico accarezzando l’una o l’altra possibilità, prima di capire da che parte stare, dove lasciarci cadere”
C’è una delicatezza e una brutale onestà nel modo in cui la scrittrice descrive il senso di spaesamento e di energica scoperta, quando le persone queer giovani (a maggior ragione anni fa era più difficile, e in certi contesti dove non se ne parla) si innamorano di persone del loro stesso genere:
“Le persone non si innamorerebbero mai se prima non avessero sentito parlare dell’amore […] di storie come la sua, di un sentimento così forte come quello che provava per l’amica, Rossella non aveva mai sentito parlare. Non c’era niente di simile nei film che aveva guardato, e neppure nei romanzi che aveva letto. Non sapeva dargli un nome, né una forma e, davanti a tutto questo vuoto, si era sentita persa”💔
“Quante persone siamo state prima di provare a essere noi stessi? L’adolescenza territori infame da cui il suo esce mai vivo”🥲❤️🔥❤️
Questa forza dell’amore è esplosiva, fin troppo per una città come Caserta e per la famiglia di Rossella, e per tutte le altre identiche, specchio del loro egoismo.
Da un biglietto della metro timbrato a Milano scopriamo che Rossella è andata lì, probabilmente per ritrovare il suo amore perduto che non si è mai potuto concretizzare—- costretta a sostituirlo di nuovo con Luca, perché il fidanzato storico è un’altra di quelle cose che piace tanto alla cultura conservatrice italiana.
A una realtà abitativa che sembra surreale:
“C’era una volta una città in cui ogni cosa era di plastica […] di plastica erano le persone stesse, la loro pelle perfetta, impermeabile come le loro vite senza macchia. Nella città di plastica, tutti seguivano perfettamente la loro parte […] a volte, solo a volte, quando la luce si inclinava al tramonto, qualcuno sembrava più reale degli altri. Ma solo per un momento. Un brivido di orrore attraversava la schiena di aveva intravisto l’anomalia”👄💔
Un dialogo particolarmente bello è quello conflittuale tra Rossella e Clara in cui la prima accusa di essere arrogante solo perché se n’è andata, quando non tutti possono uscire da quel fossato.
Il tema psicologico e generazionale passa quindi per i discorsi sulle scelte drastiche, sulla libertà, sul senso di colpa di lasciare i propri affetti per il sacrificio di trovare sé stessi.
Non si è migliori di chi è rimasto, perché diversi sono i cuori, l’audacia, il trauma, e la conciliazione del concetto di ricostruirsi una vita: sarà cucita su di noi, o ci farà stare bene? Ce ne convinciamo o è davvero così?
“I mondi che esplodono in silenzio, dalle vite che non abbiamo scelto, sono infiniti. Noi procediamo avanti e ogni passo è una picconata, che sottrae materia dal blocco di marmo che stiamo scolpendo”❤️🩹🏘️
E da qui altre bellissime riflessioni sulle infinite strade future, o su quelle che avremmo potuto percorrere ma non abbiamo fatto. Se Rossella ha trovato la sua amata a Milano con un uomo più vecchio, se Leo è felice con lui o se sta anche lei reprimendo la sua identità, o se hanno fatto pace, o se è rimasta in un limbo di amicizia: qualcosa di diverso, un sentimento indescrivibile che deviava dalla norma.
Anche questo, al tempismo sbagliato🥲
“Nel mondo presente, quello che abbiamo scelto, Clara, Luca e Rossella restano tre infelicità, che si sono inseguite senza mai toccarsi. Ci siamo affannati a proseguire lungo un circuito in cui ci era stato detto di correre e non fermarci”
— La migliore conclusione per un libro del genere, basato sugli eventi inaspettati rispetto alle regole, è quella delle aspirazioni di Clara, che capisce l’importanza del connettersi con parte del suo cuore, volente o nolente originario da lì.
Dove ha conosciuto gioie e dolori che l’hanno fatta crescere, dove ha avuto una madre che, nonostante le regole ferreee l’identità a cui è stata forzata, non può non provare un affetto per lei:
“[…] Raccontarle chi sono davvero. Riscrivere la storia della mia fuga e trasformarla in un racconto di consapevolezza […] non è mai troppo tardi per smettere di provare rancore e finalmente farsi la domanda giusta: siamo già tutto quell che ci rende felici? Che cosa mi rende felici?”
Quando Clara torna a Londra compra un appartamento tutto per sé, decide di avere più di indipendenza dal fidanzato e di vivere la relazione con meno ansia; forse non ha importanza deciderlo ora, perché basta è aver trovato il suo spazio, una persona che ama e una nuova consapevolezza su cosa significa passare da un posto all’altro. Lasciare tracce ovunque vada.
“In un mondo o nell’altro, adesso so che starò bene.”❤️
E poi, il tocco finale con la citazione di Goliarda Sapienza presa da un suo epistolario:
“Ma una volta, almeno, si deve raccontare tutto di sé, se sei fortunata di trovare qualcuno di cui fidarti. Nessuno può mantenere il silenzio su sé stesso per tutta la vita, pena la pazzia, pena la pazzia- Goliarda Sapienza”
L’animo di questo romanzo è femminista, filosofico e moderno, scorrevole e potente nel parlare della fluidità delle cose di tutti i giorni, che vanno dalla gestione della distanza, ai sentimenti rimpianti e quelli che riaffiorano, agli amori che oltrepassano le convenzi, e soprattutto alla totale espressione del proprio io.
Sembra possibile solo in un mondo utopico, o forse in quello che si può provare con tutte le proprie forze a costruirsi.
Una dedica alle ragazze rotte cresciute come quelle perbene che, nello spezzarsi e nel ricomporsi, si sono ritrovate. E devono essere solo per sé stesse🩷