This sequel to Kristeva's celebrated allegory The Old Man and the Wolves returns to the corrupt, seaside resort of a mythical town, where the boundaries between East and West, civilization and barbarism, and good and evil are erased.
Julia Kristeva is professor emerita of linguistics at the Université de Paris VII and author of many acclaimed works. Her Columbia University Press books include Hatred and Forgiveness (2012); The Severed Head: Capital Visions (2014); and, with Philippe Sollers, Marriage as a Fine Art (2016).
A low-key murder mystery with a low-key anti-hero detective set in a former French colony with a mysterious tropical atmosphere. But the value of the book is in its content, its allusions to classical learning and art, music and women’s issues. A good portion of the story is about the murdered woman’s special ed child.
Translated from the French, I thought it was a good read. However, on GR the book has few reviews and a fairly low rating overall, I think because she adds perhaps too many theories and commentaries from linguistics and psychoanalysis giving it an academic flavor. She was a professor at a French university.
Here is some good writing to illustrate why I think this is worth a read:
“Nothing is heavier than a dead body. And it weighs even more when the head is missing.”
“Hatred works in silence or expresses itself in short, breathless sentences: slang and a line of dots.”
“The idea of ‘home’ means nothing to him, so he isn’t bothered about lending his place to me or anyone else.”
“…he’d been living with an old mistress, whether ancient or former wasn’t clear.”
“Thought modifies things, distances them, gives them a name.”
“Time expands when instead of being saturated with action it’s left to take its natural course.”
The author, born in Bulgaria (1941), wrote several non-fiction works and only a couple of novels. Actually she was a prolific author of non-fiction works about subjects ranging from horror and depression to semiotics and a biography of Colette. Most have been translated into English. This book I reviewed is a sequel to The Old Man and the Wolves, which I have not read, but I didn’t have any trouble reading Possessions as a stand-alone novel.
Photo of French Guyana from tripsavvy.com The author from britannica.com
It opens with a gruesome murder. A decapitation. Then in language poetic yet forensic the text bleeds from the scene of the crime to the semantic and symbolic implications of beheading in general, in art and life, as she takes us into the story with an intriguing disquisition on headlessness.
OH MY GOD THIS BOOK IS RIGHT UP MY ALLEY.
Unfortunately, it quickly devolves into a by-the-numbers whodunnit mystery with above-average writing. If you're not a fan of the genre this won't wow you but if you like her nonfiction you should read the opening.
It's funny, I was able to tell whodunnit because I'm familiar with her psychoanalytic/semiotic work and she amusingly stationed the murderer at one of her central sites of investigation, whereas my friend was also able to predict who the guilty party would be by using skills honed watching Murder She Wrote, learning the conventions as a kid.
Non mi capita molto spesso di leggere libri scritti dopo la seconda guerra mondiale. E' una mia mania, convinto come sono che la letteratura abbia in gran parte perso il suo ruolo sociale con l'esaurirsi delle avanguardie del primo novecento, con l'avvento al potere del nazismo da una parte e con la trasformazione del potere sovietico nella dittatura staliniana dall'altro. Nella mia libreria ci sono però anche libri scritti nel secondo dopoguerra, e persino alcuni scritti verso la fine del secolo scorso, ed alle volte mi capita di leggerne. Devo dire che spesso in questi casi mi convinco ancora di più della bontà della mia scelta, e che, anche dal punto di vista del piacere della lettura, un classico vale quasi sempre senza dubbio molto di più della stragrande maggioranza dei testi contemporanei. Certo ci sono numerose eccezioni, in un senso o nell'altro (brutti classici o meravigliosi contemporanei) , ma questo Una donna decapitata, pubblicato da Julia Kristeva in francese nel 1996 ed edito in Italia da Sellerio l'anno successivo è a mio avviso uno dei più clamorosi esempi che il mio rifugiarmi nei classici ha le sue buone ragioni, e che ben difficilmente, in ciò che il tempo ha distillato dalla letteratura delle epoche passate portandolo sino a noi, è possibile trovare un'opera talmente vuota, pretenziosa e sciatta al pari di questo giallo tardo-novecentesco. Julia Kristeva, ci dice il risguardo di copertina, è notissima come studiosa di semiotica e psicanalisi, mentre la voce a lei dedicata da wikipedia ci informa che insegna Semiologia alla State University of New York e all'Université Paris 7 Denis Diderot. Non avendo letto i suoi saggi, non avendo seguito il suo percorso accademico, non mi permetto di giudicare la sua autorevolezza in questi campi, ma avendo letto Una donna decapitata mi permetto di dire che forse il suo dedicarsi alla letteratura poteva esserci risparmiato. L'idea di partenza è buona, trattandosi di un libro di genere: una donna ricca, colta e raffinata, viene trovata decapitata nella propria villa la mattina dopo una cena tra amici, e la testa non si trova. Sul posto si recano l'immancabile Commissario e l'io narrante, una giornalista parigina amica della vittima, che tra l'altro ha partecipato all'ultima cena. Già dalle prime pagine, però, si intuisce che l'autrice vuole usare questa vicenda inusitata per sfoggiare la sua cultura: subito la giornalista/narratrice associa la decollazione di Gloria alle statue del frontone del Partenone, alla Nike di Samotracia, alle rappresentazioni della decollazione del Battista dei mosaici del battistero di San Marco a Venezia, al Tiepolo... E Caravaggio! E Leonardo! E Raffaello! (sic, pag. 17). Che una donna, amica intima della vittima, trovandola senza testa in un lago di sangue, pensi all'aspetto estetico della decollazione, alla sua rappresentazione nella storia dell'arte, francamente... La storia si dipana poi tra banalità ed elementi improbabili, ingenui e superflui: l'azione, ad esempio, è ambientata in un inesistente (credo) stato di Santa Barbara, sorta di repubblica delle banane e buen retiro della borghesia intellettuale occidentale. Cosa questo aggiunga alla vicenda è un mistero. Si scoprono pagina dopo pagina un figlio sordo della vittima che imita alla perfezione Picasso, un marito pittore morto, un amante avido e volgare, trafficante d'arte, direttori di giornali, industriali, giovani impotenti, insomma tutta una corte di personaggi che definire banali e stereotipati è dire poco. Esemplare a questo proposito la figura del Commissario Rilsky (i cognomi sono dei capolavori: c'è un Popov, uno Zorine, uno Smirnoff, un Novak...) che vorrebbe forse essere modellata su quella dei poliziotti dei romanzi hard-boiled. Quando parla con i colleghi termina sempre le frasi con un inutile-che-glielo-dica facendo francamente la figura dello sciocco, ma naturalmente, essendo un personaggio positivo, è colto, raffinato e profondo conoscitore di Mozart. Non manca poi il sesso, anche esplicito, ma sempre in funzione del disvelamento dell'intima personalità dei personaggi.... Quello che irrita di più, a mio avviso, è comunque la prosa della Kristeva, che non perde occasione per digressioni petulanti e fuori contesto che potrebbero concludersi con un bel visto come sono colta? Alterna inoltre senza necessità (forse considerando la cosa una figata letteraria) capitoli in prima ed in terza persona, e commenta a posteriori i dialoghi diretti con l'uso delle parentesi. Un esempio tratto dal dialogo tra la protagonista e una nuova conoscenza, da cui si percepisce la profondità dell'analisi psicologica dei personaggi: - Brian Wat. (Lui, ossequioso.) - Un caffe? (Io, senza convinzione.) - Con piacere. Voglio dire: è un immenso piacere per me fare la conoscenza con Stéphanie Delacourt. (Lui, recitando la sua battuta come in un dibattito alla televisione.) Dopo ducentocinquantasei pagine di tal fatta il giallo giunge ovviamente a soluzione, e sapremo chi ha ucciso e chi ha decapitato la povera Gloria Harrison. Naturalmente sarà la perspicacia congiunta del Commissario Rilsky e della giornalista d'assalto Stéphanie Delacourt a risolvere il mistero, anche se il mistero più grande, vale a dire perché un libro così sia stato scritto, pubblicato ed anche edito in Italiano da una casa come Sellerio (che nel 1997 non si era ancora dedicata completamente al giallo), permane fitto. Il dramma di tutto ciò è che non è possibile reperire nel libro neppure un filo di ironia per il genere: Kristeva ci crede davvero, di scrivere qualcosa d'importante, di impartire al lettore nozioni che ritiene fondamentali e sottili analisi psicologiche, e questo fatto porta spesso a sorridere di tanta pretenziosità. Del resto tutto ciò lo si poteva capire già dalla citazione messa prima dell'inizio dell'immane fatica, tratta nientemeno che dai Demoni di Dostoevskij. Il fatto che non sia giunta alcuna nota di protesta ufficiale da parte del grande Fëdor Michajlovič fortifica il mio materialismo ed il mio conseguente non credere nella vita eterna. Mi auguro che le altre prove letterarie della nostra siano migliori, ma non mi sottometterò alla prova.
This sequel to Julia Kristeva's celebrated allegory The Old Man and the Wolves returns to the corrupt, seaside resort of a mythical town, Santa Varvara, where the boundaries between East and West, civilization and barbarism, sanity and insanity, as well as good and evil are blurred or even erased. The murder is bizarre and the identities of the murderers are surprising, given the nature of the murder and post-mortem mutilation. There are several possessed or obsessed characters in the story. As an internationally known psychoanalyst and literary critic, Prof. Kristeva cannot resist some speculaton on the psychology of murder, post-traumatic disorder, insanity, the yearning for a son, autism, and the murder of a mother. Kristeva cites authors read by the investigative reporter, Stephanie Delacour, e.g., a Christa Wolf novel, and mentions those writers that are recalled in conversation or pesonal reflection: Mark Twain's Prince & the Pauper, Freud, Dostoevsky, Rabelais, Dante, Coleridge, Pushkin, and Faulkner. Detective Rilsky is a music enthusiast of Bach and Mozart. Kristeva reflects on the impact of embracing a different language: how lanuage causes perception as "in the beginning was the word."
Δεν μου άρεσε. Περίμενα περισσοτερα από την συγγραφέα. Δεν μου αρεσαν οι φιλοσοφικές παρεμβολές στη διήγηση αλλά ούτε το στυλ γραφής ή η πλοκή... Το αδίκησε κι η μετάφραση πιστεύω χωρίς όμως να εχει εξ ολοκλήρου την ευθύνη.
Da un giallo non ti aspetti tanta raffinatezza nella scrittura, per questo è insolito, comunque una buona trama e un buon libro, anche se le pagine non scorrono molto velocemente.
Cough, gasp! Troppa cultura in poco spazio creano un giallo inutilmente cervellotico e sovraccaricato. Una soffitta di archetipi che non mi fa ricordare quasi nulla tranne che la polvere mi fa tossire. L'autrice � cos� sicura di sapere come pensano le donne che il suo insuccesso presso loro � spiegabile solo con una assoluta inibizione delle medesime a svelare di essere state decifrate. Molto improbabile, come la vicenda.
i was interested to find that kristeva had written a detective/murder mystery book, as i really enjoy reading her theory. but in my opinion she kept breaking the spell of the narrative with her critical theorist commentaries. parts of it i thoroughly enjoyed but other parts i was really pushing myself through to finish.
Abbandonato. Pe-san-tis-si-mo. Solo le prime 5 pagine (inerenti la decollazione) mi hanno stroncato. La JK come giallista fa venire la pellagra. Abbisogna di integratori alimentari e neuronali per superarla. Se si ha voglia. Io adesso ci penso su.