Avevo già notato in altre opere di Yehoshua come il perenne conflitto che come una maledizione insanguina la storia di Israele sia penetrato in profondità nel pensiero comune e nella vita di tutti i giorni del popolo ebraico.
Anche nei momenti di gioia familiare di una madre col suo figlio essa rimane, come un fastidioso mormorio lontano cui ci si abitua ma che non si può dimenticare, e di cui non si può non tener conto nel fare le proprie scelte.
Ma ci si potrà mai abituare alla guerra? Quando la guerra mostra il suo volto feroce e vermiglio, portandoci via una persona cara magari in circostanze assurde che non hanno nulla di eroico?
In "Fuoco amico" Yehoshua affrontaa questo tema direttamente. Durante una missione militare nei territori occupati, a causa di un tragico errore il giovane Yael viene ucciso dal fuoco dei suoi stessi compagni: la sua famiglia fronteggia il dolore immenso della perdita di un figlio, alla ricerca di un senso che non può esistere.
Pazzi di dolore, i genitori Yirmiyahu e Shuli perdono la speranza nella nuova Israele e nella possibilità che si possa un giorno arrivare ad un popolo in pace in una terra in pace: non vogliono più saperne, rinnegano la loro ebraicità e fuggono in Tanzania.
Fa da contraltare a questa scelta la vita trasudante forza ed efficienza di Amotz Yaari a Tel Aviv, immagine dell'infaticabile ebreo colonizzatore della terra promessa. Riesce a portare avanti con professionalità la sua azienda, trova il modo di accudire il vecchio padre malato, di venire incontro alle esigenze ed alle insicurezze dei figli, persino di fare da baby sitter ai nipoti, trovando il modo di mandare la moglie Daniela in Tanzania presso il cognato Yirmiyahu a piangere con lui la morte della sorella Shuli, seguita di poco a quella del figlio.
Su questo parallelismo tra l' Africa (stupendamente descritta) vista come un radicale rifiuto dell'ebraicità con la sua religione e la sua storia, e Israele vista come il suo compimento si gioca tutto il romanzo. Se da un lato Yirmiyahu sembra peccare di scarso coraggio con la sua fuga ed il suo rabbioso ed infantile rifiuto, egli a diffetenza di Amotz sembra capire quanto sia bestiale riuscire a considerare normale perdere un caro per "fuoco amico". Tale normalità egli non l'accetta, cosa che invece sembra fare Amotz con tutta la sua efficienza nel tenere unita la famiglia (egli stesso aveva usato quuesta locuzione per confortare il cognato).
Non mi ero mai reso conto di quanto fosse orrenda la frase fuoco amico. Uccidere un compagno, la morte improvvisa che arriva da chi ti fidi, come un tradimento e per uno sbaglio spesso in condizioni banali. Che Amotz non si sia reso conto che parlando in questo modo anzichè confortare peggiorava le cose, è segno della rassegnazione del popolo ebraico alla morte nella sua storia, già profetata nelle bellissime e feroci pagine dell'antico testamento che Yehoshua ci fa riscoprire.
Non saper accettare quel sangue significa rinnegare l'appartenenza al popolo di Israele, e Daniela arriverà a dirlo in faccia a Yirmiyahu cercando di spronarlo a ritornare.
Esiste peraltro, viene da pensare, un fuoco che non sia "Amico"? tutte le guerre sono guerre civili, dice Cesare Pavese, perchè sono guerre di uomo contro l'uomo. La cecità degli ebrei adattati nei confronti della popolazione palestinese, dei crimini e delle umiliazioni che infliggono loro e del susseguente freddo e terribile odio, da un lato conferma la condanna biblica a non avere pace, dall'altra scandalizza Yirmiyahu che entra in contatto col popolo palestinese mentre indaga sulle circostanze della morte del figlio. Ed è quello scandalizzarsi della guerra e delle umiliazioni che essa porta che lo esclude dal popolo ebraico e lo costringe all'autoesilio in Tanzania.
E' un romanzo che insegna tanto sulla guerra, e sul modo in cui trasforma gli uomini in lupi feroci. E che il fondo non viene toccato col pianto delle madri e dei compagni, ma quando tutto questo diventa "normale". Vedere questa normalità come inevitabile predestinazione rafforzata dalle oscure minacce di profeti pieni di odio (Geremia); addirittura come elemento caratterizzante la cultura di un intero popolo, fa capire anche molto del popolo di Israele e della sua tormentata storia che sembra non conoscere pace.
Un libro che con incredibile pacatezza ha molto da dire non solo sull'interminabile conflitto israelo-palestinese, ma anche sulla natura del popolo eletto e delle sue tribolazioni, sulla guerra in generale, e sul rapporto tra uomini ridotti a bestie dalla violenza ed un Dio che mai come in queste pagine sembra essere lontano e misterioso.