Non so bene onde partire per dire due parole su questa raccolta epistolare di Chatwin; partirò da qualche parte, dove capita, poi le cose verranno da sé: rem tene, verba sequentur, diceva Catone il Censore. Premessa: Chatwin fu uno dei miei amori letterarî giovanili, e di lui credo di aver letto e apprezzato tutto, eccetto Sulla collina nera, mai letto, e questo libro, letto ma non apprezzato: libro che poi non è un’opera postuma, bensì la raccolta delle lettere scritte da Chatwin, con la curatela della vedova e del fido biografo Nicholas Shakespeare. Le stranezze cominciano proprio all’inizio, perché l’introduzione si diffonde sulla fama che aveva acquisito l’autore inglese da vivo, ma che s’è offuscata dopo la sua morte: non mi sembra una cautela molto adatta per introdurre una raccolta di lettere del già famoso, soprattutto perché la circostanza non ha tutta quest’importanza: lo stesso accadde anche al Metastasio e a Moravia, dopotutto; e si tratta di due pezzi da novanta ben più importanti di Chatwin: soprattutto il primo. Poi si va avanti con un commento tutto intessuto di minutaglie biografiche più prossime alla chiacchiera da tinello che al commento su d’un autore defunto da svariati lustri: commento dove giganteggia soprattutto l’orbata consorte, con la sgradevole sensazione però di volersi mettere in primo piano (lei e la sua famiglia) a spese dell’estinto. Un po’ come Pierre Bergé, obietterà qualche malevolo: Bergé tuttavia, rispondo io, lo sapeva fare con una grandeur condita di sovrana sprezzatura, che qua non si vede e non esiste; e poi la vedova Chatwin non è Pierre Bergé. Insomma, non so se per evitare l’agiografia o per una neanche tanto sottile vendetta postuma, dal combinato disposto di epistolario e commento esce un Chatwin dimidiato, anzi, fatto a pezzi: pigro, irresoluto, inconcludente, un po’ scroccone, capriccioso e incostante nelle amicizie, scontento un po’ di tutti, maligno, vagamente antipatico; un poveraccio, insomma, altro che il mitico viaggiatore un po’ dandy, con la bottiglietta di Krug e il vecchio Moleskine nel famoso zaino, al quale, come da queste lettere salta fuori, egli era molto affezionato. Insomma, non riesco a capire che operazione editoriale sia stata questa di stampare le lettere di Chatwin compiangendone la scemata fama e intanto lapidandolo in effigie. Saranno finezze anglosassoni che sfuggono a noi arretrati latini, “gente alla buona” direbbe il Conte Attilio “che non conosce le prime”. D’altro canto, la raccolta non è neppure completa: oltre a tagli redazionali “per evitare le ripetizioni”, è stato tenuto fuori tutto un blocco di lettere (non si sa quante) d’un destinatario che non le ha volute conferire alla massa; chi sia costui, non si sa. Forse un ex-boyfriend del Nostro. A prescindere dalla fedeltà filologica, va riconosciuto che purtroppo i testi sono interessanti e gradevoli da leggere soltanto a sprazzi. Chatwin non era uno scrittore dalla vena immediata e felice: ciò riconosceva egli stesso proprio in alcune di queste missive, dove si lamentava della fatica improba che gli costava lo scrivere i suoi libri: era un prosatore lento, raramente soddisfatto di sé, faceva e rifaceva per mesi e mesi; le lettere, che avevano fini pratici ed erano buttate giù in fretta, ne risentono in pieno: sono piatte, sciatte, spesso di contenuto irrilevante o d’interesse soltanto allo studioso e al biografo. Esistono, certo, le occasionali eccezioni, soprattutto con descrizioni di luoghi esotici visitati e con accenni a persone incontrate: però è come vedere una pellicola comica che non fa ridere neanche per caso, dove ogni mezz’ora esca Totò a farci sbellicare dalle risate, ma per un minuto e basta. M’è spiaciuto davvero restare così deluso da questa pubblicazione, scrivendone con tanto rigore; ma – ripeto – di Chatwin sono sempre stato un estimatore, le mie aspettative erano alte, e la delusione in casi consimili forse rischia di rendere poco equanimi, e certamente finisce per rendere severi nel giudizio.