Questa autrice siciliana, dopo il buon successo dei suoi racconti e romanzi tra il 1910 e il 1930, fu presto dimenticata, sia per la sclerosi multipla che la colpì giovane e ne limitò ed infine impedì l'attività, sia soprattutto per la frequente miopia della critica che ha spesso considerato la produzione femminile meno rilevante di quella maschile.
Legata al Verga, che la stimava e apprezzava, e alla tradizione letteraria siciliana dell'epoca, Maria Messina va oltre e racconta di personaggi meridionali, soprattutto donne, che vivono soffocati dalla società e dalla famiglia patriarcale.
La sua attenzione è per la loro vita interiore: essi si muovono all'interno di un piccolo mondo borghese fatto di pregiudizi e apparenze, sentimenti, legami personali e valori tradizionali che vanno sgretolandosi perché ne emergono finalmente la limitatezza e l'artificiosità.
Le donne di Maria Messina, come tante donne ed intellettuali europee che nel primo quarto del XX secolo cominciano a raccontarsi, prendono coscienza della gabbia che è questo piccolo mondo e aspirano ad uno spazio proprio, sia fisico che mentale.
Gli spazi e i luoghi abitati dalle donne le separano dall'esterno, sono sempre chiusi, serrati, confini difficilissimi da varcare (per la Capinera verghiana la prigione è il convento, per la giovane protagonista di Un sussurro nel buio della Alcott il manicomio).
Così è anche ne La casa nel vicolo, fin dal titolo che segna subito un perimetro limitato: quello del vicolo appunto.
È la storia di Nicolina che, quando la sorella Antonietta, più grande di lei di qualche anno, va in sposa a don Lucio, si trasferisce nella casa degli sposi, in città, per aiutare Antonietta, spaventata dalla vita matrimoniale: finirà per restarvi tutta la vita.
La casa è la muta e sola testimone delle vicende e del disfacimento della famiglia che la abita: tutto avviene al suo interno, tra mura opprimenti, stanze soffocanti, silenzi che celano rancori e dolori.
Oltre il vicolo "fondo e cupo come un pozzo vuoto", non c'è orizzonte su cui gli occhi delle due sorelle possano indugiare.
Nicolina e Antonietta vivono come prigioniere, perché don Lucio è il padrone assoluto, della casa e dei suoi abitanti: dispotico, collerico, egocentrico, è un maniaco del controllo e dell'ordine, delle abitudini e delle regole.
Ha una buona posizione economica e sociale, garantisce benessere alla moglie, alla cognata e ai figli. Soprattutto, è un uomo: è così che le cose devono andare.
Il dominio che egli esercita sui suoi familiari è profondamente radicato nelle loro coscienze e li costringe a vivere in punta di piedi, trattenendo fiato, sentimenti e sogni.
L'epilogo tragico, inaccettabile della storia, segnata da due eventi che determineranno in modo definitivo le vite di ognuno di loro, è la denuncia senza appello di Maria Messina al patriarcato, al matrimonio borghese, alla condizione di vita delle donne.
La casa nel vicolo è un romanzo povero di azione, ma ricco di emozioni, sentimenti forti e contrastanti: amore e rabbia, senso del dovere e ribellione, violenza e rispetto, passione e sottomissione.