È la storia di un'inchiesta giornalistica, una spedizione del 1924 sul Monte Everest, una macchina fotografica che riemerge dall'oblio settant'anni dopo e mette in moto tutta la vicenda. È la storia di Fukamachi, fotografo e reporter, dei tasselli mancanti della sua vita, delle questioni personali in attesa di soluzione. È la storia di Habu Joji, delle sue rivalità, della sua incapacità di condurre una "vita normale", nella continua ricerca di un appagamento irraggiungibile. È ognuna di queste storie, che a mano a mano si dissolvono, vengono assorbite da quelle vette che si stagliano sullo sfondo per diventare sempre più imponenti, sempre più importanti, fino a diventare l'unica cosa che conta. Lo stile minimalista di Tanigouchi si fa straordinariamente minuzioso nel ritrarre crepacci, cascate di ghiaccio e pareti rocciose dove ogni sasso sembra avere un'anima propria. E l'Everest, che diventa un luogo liminale, dove gli dèi, fantasmi e alpinisti marciano insieme.
Cos'è la vetta? Una soluzione? La risposta a ogni domanda? No. E ognuno dei protagonisti lo sa bene. E allora perché continuare a salire? Perché vivere? Sono quesiti destinati a rimanere irrisolti. L'unica cosa che si può fare è andare avanti, con tutte le forze, con tutta l'anima.
E allora La Vetta degli Dei diventa Moby Dick, Habu un Achab disposto a sacrificare la propria vita pur di raggiungere la vetta, Fukamachi un Ismaele infatuato di Habu prima e poi della stessa ossessione che lo ha divorato per tutta la vita, e l'Everest ve lo lascio immaginare.