In pratica, se avessi dato retta alla maggior parte delle recensioni italiane lette qui su Goodreads, “L’impostore” di Martin Griffin non l’avrei nemmeno letto. L’avrei lasciato ad ammuffire sullo scaffale della mia libreria, convinta di aver preso, leggendo la trama e affidandomi a quello che definisco il mio “sesto senso da lettrice”, l’ennesima cantonata.
Invece no.
Per i miei gusti, “L’impostore” si è rivelato un raffinato thriller psicologico, perfettamente costruito, ricco di suspense e di soprese dall’inizio alla fine e pronto, perché no, per una trasposizione cinematografica per la storia, i personaggi e la bella ambientazione!
Siamo infatti in un paese sperduto della Scozia, con la precisione in un motel, il Mackinnon Hotel ed è una notte di bufera, l’ultima che Remie, la receptionist, vi passerà per poi partire, l’indomani, alla volta del Cile e costruirsi una nuova vita. E, come in un prevedibile (ma sempre gustoso) film thriller, la bufera dà il peggio di sé, le temperature precipitano, le linee telefoniche s’interrompono e Remie resta isolata, lei e altre due ospiti dell’hotel, gli unici presenti dopo che tutti gli altri che vi lavorano sono partiti per la fine della stagione. In questo vuoto di bianco e di paura, uno sconosciuto suona alla porta e riferisce di chiamarsi Don Gaines, un poliziotto, e di essere rimasto ferito in un incidente nella bufera, mente trasportava un pericoloso detenuto, ora evaso: Remie gli crede e lo fa entrare, prestandogli soccorso e mostrandogli tutte le sale dell’hotel, compresa l’armeria. Anche perché il suo obiettivo, come dice, è mettere in sicurezza l’albergo e chi vi soggiorna dalla minaccia del detenuto. Poco dopo, però, la scena di ripete, e un secondo uomo si presenta alla porta, reclamando di essere Don Gaines e mostrando a Remi il suo tesserino…e ora? Chi è il vero Don Gaines e chi è il detenuto?
Nemmeno le recensioni che descrivono i tre quarti del libro come noioso mi trovano d’accordo: il dubbio che vive Remie per buona parte del romanzo crea uno stato di tensione che rende la lettura assolutamente godibile, perché piena di paura, la stessa che prova lei! Quando poi il dubbio viene sciolto, l’azione si mette in moto in maniera più vivace e prevedibile, come in un vero film thriller, ma ormai il gusto della scoperta è andato perduto. Che poi Martin Griffin, da bravo giocoliere, ci riservi qualche altra sorpresa, è un altro conto.
Ma, al di là della trama, che dire di Remie? Un personaggio debole ma forte, dal passato oscuro, macchiato dal ricordo del fratello ucciso, e ricco di sfumature per la complessità con cui affronta gli spettri del passato e l’ansia del futuro…insomma, un gran bel personaggio! Anche gli altri personaggi, tuttavia, non mancheranno di rivelare sorprese, rendendo il romanzo tutt’altro che scontato.
Direi che, fra i vari romanzi thriller pubblicati da Giunti negli ultimi anni, “L’impostore” spicca per diverse motivazioni…ad esempio molto meglio, a mio avviso, del tanto osannato “La stazione” di Jacopo de Michelis, tra i tanti.